Dietro
le vecchie porte del paese, tra muri che hanno assorbito il fumo dei
bracieri, gli odori di cucina o di bucato, abili donne filavano la seta e la
lana, altre tessevano, sedute ad antichi telai, altre cucivano realizzando
su stoffe povere o preziose impareggiabili ricami destinati alla dote delle
ragazze gioiosane.
I contadini erano fuori, nei campi, a sputar l'anima sui terreni dei baroni
e gli artigiani, nelle oscure botteghe, dalla alba al tramonto, a creare
quegli oggetti di uso quotidiano e quei manufatti che lasciano stupiti anche
noi dell'era elettronica, avvezzi ai computer e alle navette spaziali.
La terracotta che per secoli ha fatto capolino nelle case
povere e ricche del paese, ha rappresentato, fino a qualche anno fa,
un'importante risorsa economica che ha contribuito alla sopravvivenza delle
famiglie. Erano, e sono ancor oggi, le mani esperte del
vasaio a tra-sformare la creta in "cortare" e "bùmbuli",
che mantengono, a distanza di millenni, le antiche fogge greche delle anfore.
L'argilla, trasportata dalla vicina località S. Tecla, dopo essere
stata ammorbidita nell'acqua, viene tagliata in pani (pajuni). Il tornio, sul cui asse portante gira una robusta ruota di
legno, azionata col piede sinistro del
gragnaru,
è l'unico macchinario che fa capolino nell'umido laboratorio dei mastri vasai
del rione Cafìa.
Fissato il pajuni di creta perfettamente
al centro della ruota del tornio, la macchina si mette in movimento ed entrano
in funzione le mani esperte del vasaio che, per mezzo di una spatola di legno,
dà forma a quelle cortare
che stupiscono per la loro perfezione.
Terminata la fase creativa, il prodotto semilavorato viene lasciato asciugare
per un breve periodo, al fine di evitare che possa lesionarsi durante la
cottura.
Dopo circa 6 ore di cottura, finalmente 'a 'gragni
grezzi (così vengono chiamati i prodotti della creta) sono pronti ad essere
esposti e venduti durante il mercato domenicale: - 'A cortara:
brocca con due manici laterali, che conserva le antiche sembianze delle anfore
greche. - 'A bùmbula: piccolo orcio per l'acqua. -
'A giarra:
giara usata per la conservazione delle olive sotto sale. -
'U giarruni: grande recipiente, destinato
alla conserva-zione dell'olio. -
'A limba:
larga scodella dall'interno smaltato. - 'A grasta: vaso
comunemente usato per le piante. - 'A grasta p'a vucata:
grande recipiente dentro cui veniva fatto il bucato rudimentale (cenere e acqua
calda). -
'A tianeja: tegame che era usato per
preparare il sugo o i secondi piatti. - 'U
:pignatu: pentola generalmente
usata per cuocere i legumi, sfruttando il calore del focolare. -
'A giarretta: recipiente smaltato, a forma
di brocca, con due manici, usato per conservare strutto, ciccioli, "frìttuli",
salame sott'olio, ecc.
Chi passa da Cafia,
potrà ancora sentire il cigolio sommesso del vecchio tornio che, girando sotto
le abili
mani di "Vici Napuli", dà vita a quelle
graziose miniature, del tutto simili alle antenate
cortare, ormai diventate "souvenirs" per i turisti nostrani. Ma
pian piano il timido brontolio della macchina è stato inghiottito dai motori
delle moderne autovetture che, riempiendo di rumore ogni rione del paese, hanno
soffocato i respiri della natura, ormai piegata dagli inesorabili colpi della
civiltà. Di un mestiere millenario rimane soltanto il ricordo del vastissimo
campionario di "argille" che Domenico Napoli e Domenico Ierinò hanno prodotto
con amore e dedizione nel loro piccolo laboratorio, per i gioiosani d'un tempo.
E' il bottaio, erede di un'antica esperienza artigiana, a
curvare il legno di castagno e di rovere, con l'aiuto del fuoco e di rudimentali
utensili ormai destinati ai musei etnografici.
La fibra di vetro e la plastica non
spaventano questa antica categoria di artigiani che continua imperterrita a
creare quei recipienti dove il buon vino può invecchiare tranquillo e migliorare
con gli anni.
Sebbene la maggior parte del lavoro venga ancora eseguita a mano,
anche qui qualche macchina moderna ha fatto la sua comparsa. Con l'aiuto del
fuoco e qualche attrezzo particolare, dalle sue mani nascono, ancora oggi, i
grossi contenitori di castagno e di rovere che, a dispetto delle moderne fibre
sintetiche, ospiteranno con orgoglio e superbia il buon vino gioiosano. Gutti
(botti),barij
(barili), rivaci
(recipienti per il trasporto della sabbia),
tinej (tini) e altri contenitori di uso
domestico nel passato hanno preso forma dalla sua esperienza e saranno
tramandati di generazione in generazione, quasi a testimonianza di una sapiente
eredità artigiana che per secoli è stata e sarà motivo di vanto per Gioiosa.
L'antichissimo mestiere del lattoniere
aveva il compito di costruire i giarri,
grandi recipienti di latta che sostituivano le vecchie giare di terracotta
dentro cui si conservavano le scorte d'olio prodotte dalle famiglie.
Ma il
landaru produceva principalmente ilandi,
piccoli recipienti a forma di parallelepipedo, che venivano riempiti d'olio nel
suo stesso laboratorio e sigillati ermeticamente con un coperchio saldato a
stagno. Era l'olio destinato ai parenti emigrati.Oltre alla
stagnatura delle caldaie di rame, altri prodotti tipici del landaru
erano: le lucerne ad olio (lumeri),
gli stampini per i dolci, le teglie per la cottura in forno di focacce, fichi,
biscotti (furm'i landa); grondaie
(canaletti); imbuti ('mbuti); pentole
di rame o zinco (maramitti);
oliatori (agghjalori);
stacci (sitacci); ecc..
La raccoglitrice di capelli girava
per le case in cerca di capelli di donna, che comprava per poche lire o
scambiava con bicchieri di vetro, piatti, bambole, utensili da cucina.
E quando, per le strade di Gioiosa, di tanto in tanto,
si sentiva gridare <'a capillara passa!>, non
erano poche le ragazze che apparivano sull'uscio di casa per offrire le ciocche
corvine dei loro capelli alla singolare ambulante.
Aveva il
delicatissimo compito di castrare i porcelli-ni.
L'operazione differiva a seconda del sesso dell'ani-male.
Alle femmine praticava un taglio di 5 cm circa sul fianco destro e asportava le
ovaie (così facendo la carne diventava più soda e il salame da essa ricavato si
conservasse più a lungo). Ai maschi, invece, praticando due
tagli nella parte bassa dello scroto, asportava i testicoli (ciò evitava che la
carne dell'animale macellato puzzasse di orina e, inoltre, faceva sì che la
bestia ingrassasse più facil-mente).
Girando per le case del paese, comprava la feccia del vino,
che veniva affidata alle esperienze delle clande-stine distillerie locali, per
la produzione di rudimentali ma genuine grappe casalinghe.
Bastava solamente una semplicissima serpentina e un po' di pazienza... il
singolare aroma era assicurato.
Artigiano che si occupa della produzione disporti(canestre),panara
(panieri),ferrazzi(ceste rettangolari di castagno),còfini(ceste di canna con due manici),zimbili(fiscoli),ventagghji(ventagli), ecc..
I
ferrazzari che a Gioiosa hanno portato avanti, con estrema bravura e
massima competenza, questo tipo di artigianato fanno capo alle famiglie Nasso e
Seminara.
Facendo uso dell'incudine, del martello, del fuoco e di
qualche semplicissimo attrezzo, il pesante lavoro del fabbro, per anni e anni,
ha saputo offrire al paese gli innumerevoli utensili, usati nelle case, nelle
campagne, ovunque. A Gioiosa il mestiere del
fabbro, dalle mani dei gran-di mastri forgiari,
è passato a quelle, precise e compe-tenti, del signor Rocco Scali: unico
artigiano rimasto nel suo laboratorio a sfidare la fatica e lottare contro le
minacce incalzanti delle industrie concorrenti.
Moltissimi sono gli utensili e i piccoli attrezzi prodot-ti con garbo e
precisione dal signor Scali: - Tripodi:
treppiedi. -
Spitu: spiedo. -
Paletti: palette.
-
Serretta p'o ciucciu:
ferro dentato che, azionato dalla fune (che il padrone tirava per guidare
l'asino), premeva sotto il muso della bestia e la costringeva a camminare senza
opporre resistenza. - Trìspidi: cavalletti di ferro su cui poggiano le tavole del letto. -
Asciucapanni: gabbia rotonda di ferro che,
posta sopra il braciere, serve ad asciugare la biancheria. -
Cavacucchjara:
specie di coltello a forma d'anello per sagomare i cucchiai di legno -
Menzu diprunu: ganghero, anelletto, cerniera della porta. - Diprunu sanu:
doppio ganghero. -
Farcigghju:
la falce. - Ganciu:
gancio che serviva a serrare un coperchio di una cassa o una porta di legno. - Brigghjozzu:
dispositivo di ferro che veniva in filato nella bocca dell'asino per renderlo
più mansueto. - Fusuferru:
(vedi foto in alto) incannatoio = specie di volano sul cui asse venivano
infilate le spole per avvolgervi il filo di seta, lana o cotone per il telaio;
ecc..
Rudimentale
"macchina" usata per tessere, lenzuola, coperte, tappeti, ecc., si componeva di
una intelaiatura di legno i cui assi portanti (stimigni)
erano posti verticalmente e trasversalmente.
Completamente costruito
in legno,
'u
tilaru, oltre che una magra fonte di guadagno per le donne
dell'epoca, rappresentava pure l'unico modo possibile per tessere la dote delle
fanciulle gioiosane.
Due erano i tipi di telai
esistenti a Gioiosa: quello normale o a quattrostimigni (due
oblique e due verticali) e quello
'ncasciatu o
a stimigni orizzontali
(molto più robusto del primo). Addette alla
preparazione dell'ordito erano i
masti 'i tilaru (tessitrici al telaio), le uniche che riuscivano a
programmare quei grovigli di fili e legacci, adesso sostituiti completamente
dall'elettronica dei moderni computer. Una spola correva tra i fili dell'ordito
e dietro i battiti ritmici della cassa la tela cresceva a vista d'occhio.
Accanto al telaio vi era l'arcolaio (nimuleju):
stru-mento destinato al riavvolgimento del filato in matasse.
Accostato all'arcolaio vi era 'u
manganeju, che raccoglieva il filo nelle canneji
(spole). Completava l'attrezzatura del piccolo
laboratorio, 'u matassaru (aspo), che
serviva a raccogliere le matasse. Ormai sono rarissime le donne che ancora
sappiano programmare queste strane macchine fatte di legni in movimento e fili
intrecciati.
Pianta erbacea dai fiori azzurri e foglie lanceolate dal cui fusto lavorato si
ricavava una fibra tessile e dai semi una farina che serviva per cataplasmi
emollienti.
Per poterlo seminare bisognava preparare il terreno in
modo tale che esso risultasse soffice e non ciottoloso.
La semina avveniva in aprile e il raccolto a maggio.
Quest'ultimo veniva eseguito in due riprese:
- con la prima ripresa si strappava la parte sovrastante della pianta;
- con la seconda, invece, veniva raccolta la parte sot-tostante.
Il raccolto, essiccato al sole per 10-15 giorni, veniva
legato a manne e poi battuto con la
mazzoleja
(mazzuola) per privarlo dei semi.
Conservato fino all'inoltrarsi dell'estate, veniva, poi, immerso nell'acqua
della hjumara(fiumara) imprigio-nandolo sotto
pesantissime pietre. Dopo 8 o 10 giorni si risciacquava
per ripulirlo dellaprìcida
(sporcizia caratteristica del lino) ed esso
diventava quasi bianco.
Portato a casa, veniva asciugato al sole e poi scucuz-zatu(privato delle cime) con un'accetta. Dopo di che si batteva
sotto ilmànganue lo si riduceva quasi allo stato di stoppa.
Giunti a questo punto il lino veniva'ncardatu
facen-dolo passare, accompagnandolo con le mani, tra gli
innumerevoli chiodi appuntiti affissi su una tavola, con la punta rivolta verso
l'alto (simile a quella che ci ricorda il letto dei fachiri...).
La parte buona di esso rimaneva nelle mani, l'altra (linazza: capecchio), rimanendo tra i chiodi della rudi-mentale
cardatrice, sotto forma di stoppa, unita even-tualmente alla stoppa della
ginestra, veniva pettinata e tessuta, confezionando tele di qualità poco
pregiate.
Con la parte buona si faceva, invece, lo
stimoni per il
telaio (lino filato e preparato a matasse, che veniva prima candeggiato diverse
volte nell'acqua corrente, e poi candeggiato con cenere a mo' di bucato).
Dopo averlo ben bene asciugato al sole, lo stimoni,
veniva strajatu,
immerso cioè per 12 ore in una soluzione di acqua e farina di grano (ciliju),
come se si volesse fargli assumere uno strato di paraffina, per evitare lo
sfilacciamento durante il passaggio tra i denti del pettine battitore del
telaio. Lo stimoni paraffinato veniva, poi, ''ncannatu,
avvol-gendolo nei così detticannola
(grosse spole fatte con bastoncini di canna della lunghezza di circa 20
centimetri). Questi, inseriti nellacannolara,
distribuivano il filato allalurditura, dalla quale prendeva vita l'ordito che era,
infine, arrotolato al subbio superiore del telaio e tessuto.
Si tratta di un antichissimo
mestiere che, in questi ultimi anni, è andato via via scomparendo a causa delle
modernissime industrie tessili che si sono insinuate autorevolmente sul mercato,
proponendo e imponendo l'uso degli abiti confezionati a prezzi veramente
sba-lorditivi.
Qualche sarto in paese è rimasto ancora. Ma non è più
'u mastru custureri
di una volta.
L'antico artigiano curvo sulla sua
màchina 'i cusiri
(macchina per cucire), non si è arreso ai duri colpi della
concorrenza industriale.
L'addobbatore
di chiese è un mestiere che, purtrop-po, con l'incalzare della vita moderna,
va gradatamente scomparendo.
Anche se ormai sono rare le persone che prestano la loro
opera per l'abbellimento delle chiese (in occasione delle festività), a Gioiosa,
c'è ancora chi, con vera pro-fessionalità, si occupa di tale lavoro.
Il vecchio e spettacolare mestiere, dalle mani del signor
Francesco Fazzolari, è passato a quelle del signor
Annino Murizzi e, ai tempi odierni, è stato affidato
alla fervida fantasia dei fratelli Rocco e
Rosario Gallo, che lo esercitano con la massima cura, competenza e,
soprattutto, passione.
Ed eccoli lì, i due fratelli, arrampicarsi alle pareti delle
chiese a tendere grosse funi da un muro all'altro, a creare meravigliosi
baldacchini (sotto i quali i santi, per qualche giorno, saranno esposti alla
venerazione dei fedeli), a sudare sette camicie per rivestire muri e soffitti in
occasione della festa.
Un ricchissimo campionario di tessuti e colori formano il bagaglio
di lavoro dei due bravissimi artigiani professionisti.
Rasi, damaschi, velluti, broccati, frange, disegni di carta e altri minuscoli
ornamenti, uniti l'un l'altro per mezzo di semplicissimi spilli, conferiscono
all'abitazione religiosa le sembianze e lo sfarzo di una lussuosissima villa
orientale.
La
lavorazione della ginestra è stata, per anni, oggetto di speranza e sudore che
gli antichi gioiosani hanno versato tra le selvagge piantagioni della nostra
vallata. Rappresentava, sì, una certa fonte di guadagno, ma era un massacrante
lavoro cui bisognava dedicare bravura, fatica e pazienza.
La ginestra raccolta veniva messa al sole per sei
giorni e poi la si metteva a mollo per altri sei, nell' acqua della
hjumara, tenendola imprigionata sotto pesantis-simi
blocchi di pietra.
Tolta dall'acqua, veniva strofinata più volte tra la
ghiaia per spogliarla della corteccia e farla diventare bianca il più possibile.
Portata a casa, la si asciugava esponendola al
sole per circa due giorni. Preparata a mazzetti, veniva bat-tuta
ripetutamente con la mazzoleja (mazzuola), fino a
quando non assumeva le sembianze della stoppa. Al che veniva filata. Sbiancata
con acqua calda. Asciugata e... Tessuta al telaio.
Il funaio: artigiano che, dalla lavorazione della canapa
grezza, otteneva delle resistentissime corde che, in larga parte, venivano
vendute ai contadini e ai pescatori del luogo. 'U
manganeju (enorme ruota di legno), appoggiato
al muro di una vecchia casa di Via Campanella, girava continuamente e lui, il
maestro, servendosi di tornj,
peji,
ferretti,
pigni
e murruneja,
dava vita alle resi-stentissime corde che venivano vendute nei mercati del
circondario. Per produrre una corda di appena tre metri di
lunghezza occorrevano quasi due ore di lavoro e l'impiego minimo di tre persone:
la prima per tenere il ferretto; - la seconda per seguire la pigna; -
la terza per girare il manganeju.
Saltando l'intero ciclo
lavorativo che va dalla bat-titura delle olive con la
percia (pertica), fino alla bruciatura del nòzzulu
(sansa) nelle locali fornaci dei
gragnari
(vasai), qui daremo soltanto uno sguardo generale ad alcuni termini antichi
ricorrenti in materia di "frantoio" e al modo con cui, alla fine, l'olio
prodotto veniva misurato (criscri l'ogghju)
e ripartito tra i vari soggetti che avevano partecipato alla lavorazione.
Intanto è opportuno tener presente che in ogni frantoio di Gioiosa, ricorreva la
consuetudine di ap-pendere ai muri alcune giarretti
(piccoli recipienti di creta smaltata non più grandi di una brocca di normali
dimensioni) sulla cui "pancia" era affissa l'immagine di un santo.
Queste giarretti, generalmente tante quante erano le chiese del paese,
venivano usate per raccogliere l'olio, che a volte, veniva offerto dal padrone
delle olive. Detto questo, citiamo alcuni termini tipici
dell'am-biente in cui i trappitari
operavano: - UTRI: Recipiente di pelle
animale usato per il trasporto di liquidi (generalmente dell'olio). - SQUEJA: Grande pietra concava, di forma
circolare, dentro cui vengono macinate le olive. -
JUVU: (giogo) Robusto asse di legno che partiva dal foro della macina
e andava a poggiare sul collo dei due buoi. Questi ultimi, girando ripetutamente
attorno alla squeja, mettevano in movimento la pesantissima pietra, cui
era affidato il compito di frantumare le olive. -NOZZULU:
(Sansa) Ciò che rimane delle olive dopo l'estrazione dell'olio. Mandato allo
stabilimento oleario dei fratelli Alì, da un quintale di nòzzulu, si
estraevano, ancora, da 4 a 7 litri d'olio. Ciò che rimaneva della sansa
superpressata veniva, infine, destinato alle fornaci paesane, quali, ad esempio,
quella dei gragnari. - DECIMA: Unità
di misura corrispondente a circa 1 litro e tre quarti. Ancor oggi, fabbricato in
latta, il recipiente, si presenta con la base più stretta rispetto al corpo
dello stesso, per agevolare l'immersione del misurino nell'olio ed evitare
quindi che esso rimuovesse la feccia giacente nel fondo della giara che lo
contiene (ruppir'a mamma). - VOARU:
Si trattava, generalmente di un ragazzo che aveva il preciso incarico di far
girare i buoi attorno alla squeja. -PALERI:
Versava le olive da macinare nella squeja
e,
facendo uso della pala, le trascinava
continuamente sotto la macina per essere infrante. - MURGA: Feccia - Residuo dell'olio.
-
MURGARU: Parte del frantoio (in muratura) dove ve-niva raccolta la
feccia dell'olio. -STIFA:
Luogo dove veniva messo l'olio di proprietà del frantoio (era anche il luogo
dove mangiavano i trappitari). -
GRASTA: Grande
recipiente di terracotta dove veni-vano messe gli otri per farli scolare
dell'olio residuo. - SPICA:
Chioma del cannizzolu
(piccola canna verde) con la quale si raccoglie l'olio vergine dal
tineju (tino). -
ZIMBILI: Fiscoli - Gabbie circolari di giunco
o castagno in cui si mettono le olive infrante per sotto-porle alla pressatura. -
MULATTERI:
Si occupava del trasporto dell'olio prodotto, per mezzo di muli. - PUNTERI(o cunteri):
Era colui al quale era affidato il compito di suddividere in parti proporzionali
l'olio. - CONZU: Specie di pressa
rudimentale usata per striz-zare i fiscoli. - ARGANU:
Dispositivo a leva girato a spalla per azionare la pressa. -
ZZIMBUNI: Luogo del frantoio dove si
depositano le olive da "macinare". - MACINA:
Grande ruota di pietra che serve a in-frangere le olive. Ma il termine era ed è
anche usato per indicare la quantità di olive che il torchio può premere in una
volta.
A parte le giarrettidei santi, tre erano i soggetti che
partecipavano alla suddivisione dell'olio prodotto: il padrone delle olive, i trappitari e il voàru.
La spartizione dell'olio, misurato con la "decima"
(1 litro e 3/4), avveniva nel seguente modo:
- prima di tutto si vedeva se il padrone delle olive
voleva donare qualche bicchiere al suo santo preferito;
- poi si prendeva un misurino di quasi mezzo litro e
lo si donava al voaru; - dopo di che si procedeva col vero e
proprio cuntu d'ogghju, che, come
già detto, era affidato al punteri. Il più delle
volte, la suddivisione avveniva abbinando ad ogni "decima" contata il nome di un
santo. Ne scaturiva un singolare spettacolo (una via di mezzo tra lavoro e
preghiera) che il punteri dava in tale circostanza.
Ecco le battute più salienti del copione: - E unu... a nnomi di Ddìu sia
(riempiva la prima decima e la metteva nell'otre del padrone delle olive) - E ddùi... di la Vìrgini Maria
(la seconda decima ancora al padrone delle olive). - E tri... la gran Matri di Ddìu nostru Signuri
(ancora al padrone delle olive). - E quattru... pe' Santu Roccu nostru protetturi
(sempre al padrone delle olive). - E cincu... la 'Mmaculata Concezioni
(pure al padrone delle olive). - E ssei....................................
.............................................. - E ddeci. " "
- E undici. " "
- E pur'undici " " A questo punto, la "misura"
(la dodicesima, per la precisione) andava ai
trappitari. E
poi daccapo, cominciando, però, dal
voaru e non dai santi che, questa volta, erano esclusi dalla conta...
Quando l'olio residuo non bastava per un altro
cuntudogghju completo, il punteri pagava a sei: le prime 6 decime
andavano cioè al padrone delle olive, e la settima mezza decima andava, invece,
al frantoio.
Altro "mestierante" che
si guadagnava da vivere acquistando, per qualche lira, indumenti vecchi di lana,
che, venivano, poi, riciclati dalle primissime industrie tessili del dopoguerra,
riproponendoli come prodotti di pura lana vergine...
L'impagliatore di sedie!
Ci sembra di rivederlo ancora seduto davanti agli usci delle
case, intento a impagliare i fondi delle sedie per mezzo della sala (guda),
da lui stesso raccolta nelle lo-calità acquitrinose di Gioiosa e sapientemente
intrec-ciata con le sue abili mani.
La coltura del baco da seta
a Gioiosa è vecchia quan-to vecchia è la storia del paese. Agli
inizi della primavera, l'ovulo o seme del baco (cocciu),
avvolto in un morbidissimo panno di lana, veniva custodito nel petto delle
massaie (prima forma di incubatrice) per agevolarne la maturazione. Dopo circa
dieci giorni dai semi nascevano i piccoli bruchi neri che venivano sistemati in
una cesta (ferrazza) e
poi nell'ànditu,
fatto con 3 o 4 cannizze
(graticci di canna) messe a castello e cosparse di foglie di gelso.
Qui, i piccolissimi vermi, mangiavano per sei giorni e poi si addormentavano per
altri tre. Quando si ri-svegliavano cambiavano la pelle e venivano chiamati
zzijía o primu. Questi, a loro volta, mangiavano per sei
giorni e si riaddormentavano. Dopo il terzo giorno di sonno si
risvegliavano, cam-biavano nuovamente la pelle, e venivano detti arteri. I piccoli arteri mangiavano per
sei giorni, ecc. ecc., risvegliandosi, cambiavano la pelle e venivano chiamati
tritu. Dal quarto e ultimo sonno, infine,
nasceva casarru, già bruco
cicciottello, che veniva nutrito dandogli da mangiare anche quattro volte al dì
e controllandolo a vista d'occhio. Quando ci si accorgeva, infatti, che il
bruco, camminando sulle foglie di gelso, lasciava dietro di sé un sottile filo
di seta, ciò stava a significare che il processo serico aveva avuto
successo. A questo punto nell'ànditu
venivano messi dei mazzetti di bruvera
(erica) su cui casarru si arrampicava per tessere il bozzolo (finiceju),
formato da un filo di seta lungo circa un chilometro.
Dopo di che, i bozzoli venivano raccolti. Quelli più belli
si conservavano ancora per otto giorni; periodo durante il quale la "crisalide"
(maschio o femmina), dentro racchiusa, bucava l'involucro per venire fuori.
Mentre il maschio viveva un pochino più a lungo, la
femmina deponeva le uova che portava in grembo e moriva subito.
Erano le uova che servivano per la coltura della prossima annata.
I bozzoli non destinati alla riproduzione venivano, invece, passati alla
lavorazione prima che la "crisalide" li bucasse.
Bolliti, i bozzoli, non più di un chilo alla volta, in
una caldaia d'acqua a 100 gradi, la seta che magicamen-te affiorava dopo 2-3
minuti, veniva raccolta per mezzo della cunocchja
(rametto di erica attorno al quale il sottilissimo filato si raccoglieva
formando un soffice pallone bianco, paragonabile al batuffolo di zucchero filato
che prende forma quando viene avvolto attorno bastoncino di legno).
La seta raccolta nella cunocchja, veniva
scunocchja-ta
(dipanata) per essere raccolta nel matassaru (aspo) e,
finalmente, lavorata.
Altro ambulante che percorreva Gioiosa
in lungo e in largo era 'u pejaru
(raccoglitore di pelli): instancabile lavoratore che edificava le proprie
speranze sulla "pelle" degli altri... Lasciando una scia
di fetore (per via del tipo di mer-ce che portava sulle spalle), di tanto in
tanto lo si vedeva vagare per i rioni del paese, in cerca di pelli di animali
che acquistava per qualche lira.
L'uso
indispensabile del telaio manuale, con il quale le donne gioiosane producevano
filati e coperte di seta, destinate ad formare la dote delle ragazze del luogo,
faceva obbligatoriamente nascere il mestiere del tintore.
Agl'inizi del secolo Gioiosa registrava la presenza di ben 12 bravissimi
tintori.
I colori di cui il tintore faceva uso non erano in polvere, ma in
granuli, per cui, deposti in un recipiente di rame semiovale e munito di un
lungo manico di ferro (bozzu),
dovevano essere ridotti in polvere pestandoli per mezzo del pillo (pistun'i
lignu).
Molto usata era la
granatina
(colore estratto dalla melagrana), che veniva impiegata unendola ad altri colori
per variarne la tonalità. Per ottenere il nero, ad esempio, dopo avere immerso
il tessuto in un bagno di granatina,
si versava un particolare additivo, detto "legno campeggio" e poi una dose
adeguata di vetriolo (vitrolu).
La preparazione dell'indaco di Bengala (importato in
zolle dall'Africa) avveniva mediante il filtraggio del colore con l'aggiunta di
additivi speciali e tenendo il preparato a mollo per 24 ore. Ne
scaturiva un colore che a prima vista faceva pensare al verde, in effetti, però,
si trattava di una tonalità di blue (blue indaco) abbastanza resistente nel
tempo: era quello il colore che conferiva dei mera-vigliosi toni cangianti alla
saja (costume tradizionale)
indossata dalla
maddamma.
Facendo uso di grosse caldaie di rame, dentro cui il tessuto
di seta o cotone bolliva al fuoco lento della legna, la tinta veniva data a più
riprese. Generalmente, per arrivare ad ottenere, la tonalità di colore
desiderata, l'operazione si protraeva anche per una settimana e forse più.
Speciale attenzione veniva rivolta alla saja, per la colorazione della
quale bisognava prima 'nzarvarla
(togliere cioè le sostanze
gelatinose della seta, tenendola a mollo per 24 ore in una particolare soluzione
chimica acquosa) e poi veniva tinta a strisce di 60 cm. circa (così come usciva
dal telaio). Per la stiratura veniva usato uno
speciale metodo che conferiva ai tessuti (specie a quelli di seta) una
particolare lucentezza, grazie alle gocce d'acqua che venivano spruzzate durante
la stiratura stessa. Un cilindro avvolgeva per due giorni il tessuto di seta,
facendo sì che esso rimanesse rigido come un foglio di cartoncino.
Non erano rari i casi in cui il tintore si occupava anche della tintura della
pelle. Colorazione che prevedeva ben quattro trattamenti
diversi.
Artigiano
che, oltre alla produzione dei
petturali, ritranghi
e
suttapanza, allestiti quasi esclusivamente per il
mastro bastaio, 'u capizzaru si occupava per lo più
della produzione di cavezze (capizzi), servendosi
di strisce di cuoio (dello spessore di circa 3-4 mm. e della larghezza di 2-3
cm) che lui stesso tagliava col trincetto nel suo angusto laboratorio dotato di
pochissimi attrezzi. Mastu
Cicciu Alì è stato l'ultimo artigiano di
una lunghissima dinastia di capizzari che Gioiosa
ha visto continuamente all'opera durante il lento dipanarsi degli anni.
Artigiano che si occupava esclusivamente della produzione di basti per le bestie
da soma. Ripercorrendo con una certa nostalgia "i
vineji" della
Gioiosa di qualche decennio fa, abbiamo la sensazione di rivedere Mastu Brunu
Alì, rinchiuso nel suo piccolo laboratorio, mentre incastra e sagoma a forma
di semicerchio il durissimo legno di faggio. Era lui il mastro bastaio più
ricercato della vallata! Dalle sue mani uscivano
quei resistentissimi capola-vori dell'artigianato locale, che, ancora oggi, a
distanza di anni, testimoniano la bravura del maestro, adornando la groppa delle
pochissime bestie da soma rimaste.
Ed ecco il maestro al lavoro.
Prima di tutto preparava i due
circhji portanti (os-satura del basto),
operando due difficilissimi incastri sulle zone curvilinee del legno.
Dopo di che passava alla preparazione del fustu: piccoli mazzetti
di paglia legati l'uno all'altro in serie e poi ricoperti con pelle di capra (la
stessa usata per confezionare gli otri). Allestito il
fustu, veniva fissato ai
circhji per mezzo di
spago o corda sottile (sciavula)
passante attraverso i dieci fori praticati in ciascun cerchio di legno.
Sulle facce laterali dei due circhji
veniva, poi, inchiodato 'u mazzolu,
corda di paglia strettamente legata con un filo di sala (guda).
A questo punto, da un mazzolu all'altro veniva fissata una robustissima
tela per imballaggi che, a mo' di materasso, veniva riempita di paglia, per
evitare che la parte legnosa del basto fosse in diretto contatto con la groppa
dell'asino. Ultimo ritocco era quello che consisteva
nel foderare 'u mazzolu con la faccetta
(guaina di pelle più o meno pregiata). L'opera è ultimata.
A differenza del mastro bastaio,
le abilissime mani del sellaio si occupavano quasi esclusivamente della
produzione e della riparazione delle selle per i cavalli, che, oltre ad essere
vendute ai signorotti locali del tempo, molte volte venivano noleggiate.
Pazienza e bravura
indiscussa, erano il grande segre-to che permetteva al maniscalco di mettere a
punto le "ferree calzature" di asini e cavalli. Con
l'aiuto del fuoco e sotto i colpi del martello, il ferro arroventato si arcuava
fino a quando non assu-meva la forma dello zoccolo dell'animale.
Prima di tutto il maniscalco doveva esaminare la conformazione del piede della
bestia e la direzione delle estremità, al fine di poter costruire e applicare il
ferro con precisione. Dopo di che, con martello e tenaglia
estraeva la vec-chia ferratura.
Ciò avveniva raddrizzando le ribaditure dei chiodi, mediante il coltello, il
martello e l'uso della tenaglia.
Levato il ferro, si toglieva la parte più dura e secca
dell'unghia con coltello e tenaglia, e poi la si pareggiava con l'incastro o
ròjna. Pareggiato il piede, lo si faceva
poggiare a terra per osservare specialmente i quarti che dovevano
necessa-riamente conservare la stessa altezza.
Si faceva quindi alzare nuovamente il piede e vi si
applicava il nuovo ferro, moderatamente caldo, osser-vando se si adattava bene
allo zoccolo della bestia.
Allontanando il ferro, con la ròjna o con la raspa si
asportavano le parti bruciate dell'unghia. Una volta constatato
che il ferro si adattava alla perfezione, lo si faceva raffreddare immergendolo
nell' acqua. Col punzone si allargavano le contro-aperture
perchè lasciassero passare le lamine dei chiodi (posti).
Dopo di che, veniva riapplicato il ferro per essere fissato
definitivamente con i chiodi. Impiantati i chiodi, si
ripiegavano le punte verso il basso della parete dell'unghia per mezzo della
tenaglia.
Sempre con l'uso della tenaglia, veniva tagliata la la-mina
ripiegata di ciascun chiodo e, ribattendo col martello, si costringeva
l'estremità tranciata a piegarsi ad angolo e quindi conficcarsi nella parete
dello zocco-lo. Le parti sporgenti delle "poste" erano, infine, accu-ratamente
limate e... Una passata di grasso col pennello era il tocco
finale che il maniscalco dava al suo capolavoro di "calzoleria equina".
Nel suo immenso
laboratorio situato ai piedi del Pantaleo, il
cavaliere Argirò, in arte
Turù, per anni è stato continuamente immerso tra polveri, micce, spago,
colla, strisce di carta e tubi metallici usati per lanciare in aria i piccoli e
grandi ordigni che egli stesso prepara continuamente per le feste paesane.
La sua voce paterna e le sue mani sapienti ci hanno accompagnato per qualche
minuto in un fantastico mondo di luci, botti e colori; un "viaggio pirotecnico"
durante il quale il "cavaliere" ci ha raccontato lampi e rumori notturni di una
delle più insolite e pericolose arti che ha dato molto vanto al nostro paese.
Alla fine il bravissimo artigiano ha confezionato per noi una "granata da
finale": ordigno della grossezza di una bottiglia da litro.
La polvere di lancio, racchiusa in pacchettini di car-ta viene sistemata alla
base della "granata", composta di 6 colpi detonanti e 10 granatine colorate.
Arrotolando il tutto in un foglio di carta, nella parte superiore vengono
inserite 5 micce comunicanti con la polvere di lancio (ne basterebbe 2, ma per
sicurezza è meglio abbondare, dice il signor Argirò).
A questo punto viene innestato uno stoppino situato all'interno di un
passafocu della lunghezza di circa mezzo
metro.
La "granata da finale" è
pronta. Basta soltanto inse-rirla in un tubo metallico, accendere la miccia e...
il cielo si riempirà di colori, scintille e boati che faranno vibrare i vetri e
i muri di ogni casa del paese, per la gioia dei molti appassionati di fuochi
d'artificio.
Grandi vasche in muratura, ubicate in località
Santu Rafeli, dentro le quali venivano trattate le pelli di vacca per la
produzione del cuoio ruvido (corami).
Le pelli, immerse in un bagno di acqua e calce per circa una
settimana, venivano poi tolte e raschiate con un grosso "coltello a mezzaluna"
per liberarle dai grassi.
Una volta pulite, venivano immerse in una soluzione di acqua
e foglie di mirtillo per conferire loro il classico colore giallognolo del
cuoio. 'U corami
ottenuto veniva, infine, venduto alle varie categorie di artigiani locali:
sellari (produttori di selle),
capizzari (produttori di cavezze),
scarpari (calzolai), ecc..
L'invenzione e la produzione del detersivo per il bucato, che
per anni è stato il grande sogno cullato dall'industria chimica, per le donne
gioiosane era già da molto tempo una faticosa realtà quotidiana.
La ricetta del sapone era abbastanza semplice, ma molto
lavorata.
Per ogni chilo di feccia d'olio (o grassi), venivano
impiegati 200 grammi di soda e 4 litri d'acqua.
Di quest'ultima, però, 1/3 veniva versata subito, all'
inizio della lavorazione, e la rimanente parte doveva essere aggiunta un po'
alla volta.
Il tutto veniva mescolato a fuoco lento, fino a
quan-do la soluzione non giungeva a coagulazione.
Lasciando riposare per qualche giorno e, tagliando poi a
pezzi il preparato, il "detersivo" per il bucato quotidiano era bell'e pronto.
In quel
piccolo mondo di cose belle ed inconsuete non poteva certo mancare il liutaio.
Bravissimo artigiano del legno, per cinquant'anni, ma-stro
Vincenzo Totino, nella
sua povera casa, ha trascor-so intere notti a costruire, con dedizione e
competenza, incredibili violini di una sonorità così eccezionale da far
sbalordire anche l'orecchio musicale più esigente. E pare strano che solo le sue
piccole mani, pazienti ed esperte, con l'aiuto di pochi semplici attrezzi,
fossero in grado di produrre autentici capolavori che hanno stupito anche i
maestri liutai di Cremona. Il segreto della sostanza
da lui scoperta, per la cura del legno dei violini, se n'è andato insieme a lui.
Altro artigiano
ambulante, che offriva le rudimentali scope da lui pazientemente confezionate
con la sarcia, era
'u scuparu
(fabbricante e venditore di scope).
La ruvidissima erba palustre, legata a fascio, assume-va la
forma di un grosso pennello, il cui manico era costituito da un semplice bastone
di legno.
Non si trattava certamente degli attuali capolavori in fibra
sintetica propostici dalle moderne industrie, tramite martellanti spot
pubblicitari, ma per i tempi cui ci riferiamo, rappresentavano di certo
l'indispensabile per la pulizia della casa.
L'operazione del bucato avveniva in
due fasi con-secutive: prelavaggio e bucato vero e proprio. La biancheria,
prelevata, veniva sistemata in un va-so di terracotta, delle dimensioni di una
grossa giara, al-la cui base era praticato un foro di spurgo che, durante
l'operazione di bucato, doveva essere ben tappato.
I panni venivano sistemati facendo sì che i capi che
necessitavano di un lavaggio più accurato, quali federe e lenzuola, occupassero
la base del vaso.
Inserita tutta la biancheria, su di essa veniva steso un
pezzo di tela da imballaggio (cinnarali)
o sacco di tela juta (per evitare l'infiltrazione della cenere) e su di esso uno
strato più o meno sottile, appunto, di cenere di le-gno d'ulivo (che si
presentava più bianca rispetto alle altre).
Versando, gradatamente, una certa quantità di acqua calda
sul
cinnarali, questa, infiltrandosi dalle maglie dell'imballaggio, andava a
finire nel fondo del vaso per tenere a mollo la biancheria sottostante (che
richiedeva maggiore attenzione).
L'operazione, a seconda del tipo di biancheria,
dura-va da poche ore a un'intera notte. Alla fine il foro
veniva stappato per permettere la fuoriuscita dell'acqua sporca di cenere.
Dopo avere risciacquato ben bene la biancheria e sciorinata al
sole per farla asciugare, essa veniva deposta nel la cassa, assieme a qualche
mela cotogna che le conferiva un certo senso di freschezza e un profumo
inconfondibile.
Rudimentale, semplice ed
originale strumento musi-cale a corde, di antica origine mediterranea, la lira,
anche se da noi è poco usata, presso le comunità greca-niche, nella Calabria
meridionale è invece presente in tutti quei territori che nel passato
appartennero alla "Magna Grecia". Qui da noi lo strumento si
presenta in forme molto differenziate: da alcuni esemplari di tipo "piriforme",
si passa, infatti, ad altri tipi detti "a lancetta". Anche
le misure sono molto variabili e vanno da una lunghezza di 40 cm. a quella di 65
cm. Le corde (comune filo di nylon, usato dai pescatori),
in numero di tre, sono fissate in una specie di "paletta triangolare" i cui
bischeri (piruna) sono ad inserimento sagittale
posteriore.
Anticamente le corde erano ricavate dai nervi
(gene-ralmente tendini) degli animali. Non essendoci il
capotasto, manca l'allineamento su-periore delle corde; ne deriva che la corda
centrale è più lunga delle due laterali. Non vi è neppure
una tastiera, per cui, le corde sono assai alte sul manico; motivo per il quale
la tecnica di tastatura avviene lateralmente, con le unghie.
Le corde sono fissate inferiormente alla cassa con una cordiera di cuoio.
L'anima è di canna e di tipo mobile, tenuta fissa dalla pressione del piede
destro del ponticello sotto il quale risulta collocata.
Lo strumento è ricavato da un unico blocco di legno d' ulivo o di noce, tagliato
diametralmente e lavorato direttamente a mano, mediante semplicissimi attrezzi:
coltello, raspa, scalpello, sega, un'ascia per sgrossare il legno e un pezzo di
vetro per levigarlo. Dopo una prima sgrossatura,
viene ricavata la cassa, sul bordo della quale (soltanto negli esemplari più
pregiati) viene sagomato uno scalino su cui sarà incollata la tavola armonica (timpagnu). A
detta del bravissimo signor Domenico Romeo, uno dei tre soli costruttori e
suonatori di lira del nostro paese, l'archetto, ricavato dal legno di noce, è
teso da un fascio di circa 150 fili di agave. Nei tempi
passati venivano, invece, impiegati i crini ricavati dalla coda del cavallo (a
dire il vero, meno resistenti di quelle ricavate dall'agave).
A Gioiosa sono state le abili mani del signor Domeni-co Romeo, inconsueto
artigiano che, dal legno dell'ulivo locale, per lunghi anni ha saputo
ricostruisce gli esemplari più belli di questo antico strumento a corde che si
chiama "lira calabrese".
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