L'Unità d'Italia fu una grande cosa, ma per il sud furono anni di lotte spietate e di sangue
    Per avere un'idea ben precisa del perché e delle cause che diedero il via al brigantaggio, occorre dare un'occhiata alle misere condizioni economiche e sociali in cui versava la Calabria, prima dell'Unificaziome.
    - Un bambino su 4 moriva di polmonite prima di compiere 5 anni. Tale malattia - detta comunemente "male di petto›› -, veniva curata alla meglio con impacchi di carta turchina dei droghieri, imbevuta d'olio.
    - I ragazzini venivano mandati a lavorare all'età di 9 anni, nelle cave e nelle miniere, per 8 ore al giorno fino a 12° anno d'età; ma già dall'età di 6 - 7 anni era obbligato a dare una mano nei duri lavori campestri.
    - I contadini erano continuamente colpiti dalla dissenteria, dal catarro intestinale, dalla "scrofola" (scrofolosi), una forma tubercolotica, e dalla pellagra (dovuta alla povertà del cibo e al pane di granturco) che provocava orribili desquamazioni della pelle, diarrea, delirio.
    - Il nemico più feroce delle bostre popolazioni era la malaria, contro la quale l'unica cura possibile, prima della scoperta del chinino, era quella di far bere al malato la sua stessa orina e il succo di alcuni insetti (specialmente cimici) catturati e schiacciati ben bene; si usano anche pillole di ragnatele appallottolate, sterco di capra e ragni cotti.

    - Qualche altra ricetta contro malanni generici prevedeva: i lombrichi fritti nell'olio e spalmati sugli arti (guarivano i dolori alle gambe e alle braccia), e l'acqua dove bevevano i cavalli era buona contro il male agli occhi.
    - Alla visita di leva della classe 1843 furono assenti ben 12.634 giovani che risultarono morti; di queli che si presentarono il 14,28% fu scartato pe gracilità fisica, varicocele, ernie, gozzi, varici e tigna.
    - I contadini erano vestiti di stracci: giacche logore, con tasche sformate; barba lunga; colletti alzati per ripararsi dal freddo; calzoni strappati; scarpe scucite, ecc..

   - Le case erano normalmente lerce e i campagnoli vivevano in tuguri simili a quelli abitati dagli animali. Le lenzuola venivano cambiate ogni uno o due mesi, le camicie ogni quindici o venti giorni.
    - Molti diventavano jornatari: lavoratori alla giornata sfruttati dai borghesi che prendono in subaffitto, dai latifondisti, i terreni da coltivare.
    - Masse di disperati si spostavano da un paese all'altro in cerca di lavoro, per poi tornare a casa laceri, esausti, malati.
    E quanto altro ancora!...

    Furono proprio questi i disagi che diedero luogo al problema della "questione meridionale": termine che sta ad indicare la grave situazione di difficoltà del mezzogiorno d'Italia rispetto alle altre regioni del Paese.
    Non poteva essere diversamente le grandi differenze fra nord e sud erano lampanti: come sempre, il nord più ricco e più industrializzato, il sud più povero e a conduzione contadina.
    Nonostante tutto, il governo dell'epoca non ne volle tenere conto, anzi, per tutta risposta applicò le stesse norme fiscali: uguali sia per il nord che per il sud. In questo modo il meridione fu costretto a subire una tassazione che non era assolutamente in grado di sostenere.
    Il duro regime fiscale oppresse e stancò, quindi, le popolazioni meridionali che già erano vinti dalla fame, specialmente per l'aumento dei prezzi sui beni primari.
    A peggiorare le cose fu pure il servizio di leva obbligatorio che, sottraendo i giovani alle famiglie delle Due Sicilie, indeboliva le già misere forze produttive dei nostri contadini.
    Si accese, allora, un senso di rivolta e di rancore verso il nuovo regime politico e soprattutto verso gli strati sociali del nord che si avvantaggiavano della situazione, riuscendo ad ottenere cariche, impieghi, licenze di commercio e opportunità di nuovi guadagni.
    Quasi come reazione a questa mancanza di equilibrio sociale, nacquero le prime forme di brigantaggio, a cui aderirono non soltanto i braccianti e i contadini disperati messi alle corde dal bisogno, ma anche ex soldati borbonici sbandati, ex garibaldini e "delinquenti comuni": l'effetto fu quello che il brigantaggio assunse i connotati di una vera e propria guerra civile, in un certo senso "sponsorizzata" da Ferdinando IV che, dopo essersi rifugiato in Sicilia, per riconquistare il regno, confidava sull'appoggio dei briganti
    I briganti! Uomini con le palle che avevano giurato davanti a Dio e al mondo intero:

- …noi giuriamo dinanzi a Dio e dinanzi al mondo intero di essere fedeli al nostro augustissimo e religiosissimo sovrano Francesco II e promettiamo
di concorrere con tutta la nostra forza e con tutta la nostra anima al suo ritorno nel Regno;
- di obbedire ciecamente a tutti i suoi ordini a tutti i comandi che verranno sia direttamente sia per i suoi delegati dal Comitato centrale residente a Roma;
- di conservare il segreto affinché la giusta causa voluta da Dio, che è il regolatore dei sovrani, trionfi col ritorno di Francesco II, re per grazia di Dio, difensore della religione e figlio affezionatissimo del Nostro Santo Padre Pio IX che lo custodisce nelle sue braccia per non lasciarlo cadere nelle mani degli increduli, dei perversi, dei pretesi liberali…
- noi promettiamo anche, con l'aiuto di Dio, di rivendicare tutti i diritti della Santa Sede e di abbattere il lucifero infernale Vittorio Emanuele ed i suoi complici.
Noi lo promettiamo e lo giuriamo.

BRIGANTAGGIO CALABRESE
LIBERTA'
Canto dei briganti del napoletano


Ammo pusato chitarre e tammure
Pecchè sta musica s'ha da cagnà
Simmo briganti e facimmo paure
E cu 'a scupetta vulimmo cantà.

E mmo cantammo 'na nova canzona
Tutta la gente se l'ha da 'mparà;
Nuje cumbattimmo p'o Rrè di Borbone
E 'a Terra nosta nun s'ha da tuccà.

Chi ha visto 'o lupo e s'è miso paure,
Nun sape buono qual è 'a verità;
'O vero lupo ca magna e criature
E' 'o piemontese ch'avimmo a caccià.

Tutt'e paise d'a Basilicata
Se so' scetate e vonnu luttà;
Pur'a 'a Calabria s'è arrevotata
e 'stu nemico facimmo tremà.

Femmene belle ca date lu core
Si lu briganti volite aiutà,
Nun lo cercate, scurdàteve 'o nomme
Chi ce fa guerra nun tene pietà.

Ommo se nasce, brigante se more,
E fino all'urtemo avimm'a sparà;
Ma si morimmo menate 'nu sciore,
E 'na preghiera pe' 'sta libertà.
   
"I briganti furono per l'Ottocento ciò che i partigiani furono per il Novecento".
Con la sola differenza che il Novecento portò l'Italia alla democrazia. l'Ottocendo la portò alla forca.
Il risultato fu: ZERO!

Dando un'occhiata al massacro avvenuto tra briganti e piemontesi, ci si rende conto di quanto sia costata e quanto sia stata inutile l'Unità d'Italia.

ANTONIO TRAPASSO

    Antonio Trapasso, detto "Gallo" originario di Gagliano (CZ) - fu il terrore dei liberali della zona e dei soldati piemontesi che per mesi gli didero.
    Catturato per caso da un drappello di Carabinieri nei pressi di Catanzaro, fu rincorso per tutto l'Aspromonte ed arrestato insieme a parte della sua squadriglia. Venne fucilato a Cosenza nella piazza principale senza processo. Era il 1 Dicembre del 1872.


VINCENZO MACRINI

    Fu uno dei più scaltri briganti partigiani; adottò, infatti, vere strategie militari che adatto al territorio della Sila - dove operava -, dndo filo da torcere agli ufficiali piemontesi che per anni gli diedero la caccia.
    Fu catturato nell'autunno del 1872, insieme ad alcuni componenti della sua banda e fucilato senza processo. Con la sua morte finisce la resistenza armata delle popolazioni meridionali, solo dopo questa cattura si potè dire che il sud era completamente conquistato.
DOMENICO STRAFACI (detto Palma)

    Nacque a Longobucco il 16 agosto del 1831 da Maria Strafaci e da padre ignoto. Frequentò le prime classi elementari che subito abbandonò per lavorare come bracciante.
    Ribbelatosi, assieme ad un amico, alla prepotenza di un ricco signorotto di Rossano che fu presero a schiaffi, si trovarono costretti a nascondersi, ignari che il signorotto, per vendicarsi dell'offesa ricevuta, avrebbe fatto rinchiudere nel carcere di Longobucco, le famiglie, compreso il figlio di Palma di appena due anni.

    Strafaci, che si era dato al brigantaggio, tenne sotto scacco la città di Rossano e Corigliano, ma la sua avventurà finì nel 1869, all'orquando, uscendo dal bosco dove si nascondeva, il guardiano Pietro Librandi - lo sparò con un colpo di fucile.
    Il Palma, feritò risucì a scappare e si rifugiò in un fosso dove si lamentò per tutta la notte, senza che nessuno si avvicinasse per aiutarlo.
    La mattina seguente, raccontano le cronache del tempo, all'alba un carabiniere si fece sotto e gli piantò sul corpo una palla pietosa. Pietro Librandi ebbe un premio di oltre 10.000 lire, una vera fortuna!".




GIOSAFATTE TALARICO

    A metà Ottocento, nella provincia di Catanzaro era attivissima la banda di Giovanni Gullo di San Pietro a Maida e nella provincia di Reggio operavano soprattutto comitive di Maropati e di Gioiosa. La caratteristica di tali bande fu che, anche se decimate, in poco tempo si ricostituivano perché le condizioni di vita erano talmente misere che, per sopravvivere, era necessario rubare!
    Ma vi furono briganti che, anche rubando si rivelarono magnanimi con la gente del popolo. Uno di questi fu Giosafatte Talarico, che ancor oggi vive nella memoria collettiva del suo paese e dei paesi vicini, come il vendicatore dei torti, il romantico difensore dei deboli!

    Fu un brigante solitario e particolare: uccideva solo per vendetta o per ridare ai poveri quello che l'arroganza dei baroni aveva loro tolto! La sua abilità nel travestimento  e l'accortezza di non legarsi per lungo tempo a bande numerose, fecero di lui un imprendibile fantasma, una leggenda vivente!
    Solo un patto con re Ferdinando II, lo stanò dal suo nascondiglio: il re borbonico, desideroso di dare all'Europa un'immagine pulita del suo regno, constatato che con la repressione non riusciva a venire a capo del fenomeno e insensibile alle tematiche sociali, propose a Giosafatte e ad altri briganti di arrendersi in cambio di una nuova e libera vita lontano dalla Sila.
    Giosafatte così venne esiliato nell'isola di Ischia dove visse fino all'età di 80 anni.

IL BRIGANTE CURCIO (detto Orlandino)

    Nacque a Petrizza da Domenico, massaro di bovi, nel 1806. Appena giovane, assieme al padre si dette al brigantaggio per favorire Re Ferdinando, divennedo il terrore dei circondari di Davoli, Satriano.
    Fece indossare dagli uomini della sua banda pantaloni bianchi ed abiti alla francese; in tal modo riuscì più volte di evitare ed eludere le persecuzioni della giustizia.
    La banda dell'Orlandino fu distrutta dall'aiutante generale Iannelli, grazie al tradimento di alcuni aggregati che rivelarono il luogo in cui si nascondeva il loro capo.   
    Tra i briganti presi c'era anche la moglie del Curcio, vestita da soldato francese: anche lei fece la stesa fine.

Foto di Orlandino già morto
in una macabra messa in scena.
ANDREA SANTANIELLO

    Operava in Basilicata e Cilento. Della banda, composta da ben 120 persone, fece parte Maria Maddalena De Lellis detta "la Padovella", una specie di segretaria della comitiva che sapeva leggere e scrivere.
    La banda Santaniello compì un grande numero di reati, seminando terrore in qualunque luogo si recasse, ma durò poco in quanto, l'attività di spie, denunzie di delatori, e promesse di premi a chi faceva catturare un brigante cominciarono a fare pulizia nella banda Santaniello, che riuscì ad operare fino al 1868.
  
    In un decisivo scontro a fuoco, parecchi briganti furono uccisi, Santaniello riuscì a salvarsi ed a rifugiarsi nel suo paese, Bracigliano, dove, però, alcuni compaesani lo denunziarono per riscuotere la taglia e Santaniello chiuse la sua esistenza terrenza.
CARMINE CROCCO
detto Donatelli
Il fiero generale di buon Re Francesco

    Nato in Basilicata a Rionero in Vulture nel 1830, bracciante agricolo, è stato uno dei più temuti briganti italiani; basti pensare che su di lui pendeva una taglia di ben 20.000 lire.
    Si arruolò nell’esercito di Ferdinando II, ma poi si diede alla fuga per avere ucciso a coltellate Don Peppino Carli, un uomo che si era invaghito della sorella. Fu arrestato e rinchiuso nel bagno penale di Brindisi da dove riuscì ad evadere, nascondendosi nei boschi di Monticchio.
    Nella speranza di un’amnistia aderì ai moti liberali del 1860 unendosi agli insorti lucani, seguendo Garibaldi fino al suo ingresso a Napoli e partecipando ai diversi conflitti garibaldini, tra cui la celebre battaglia del Volturno.
    Crocco, però non ricevette la grazia, e fu arrestato. Decise così di passare alla causa di Francesco II, ultimo re delle Due Sicilie.
    A questo punto, approfittando della miseria in cui viveva il popolo lucano, divenne il comandante di 43 bande e, al servizio di Francesco II, comandò la rivolta antisabauda.
    Dopo numerose battaglie, l’esercito di Crocco, andò in decadenza per il tradimento del suo "fedelissimo" brigante Caruso che rivelò piani e nascondigli del capo al generale Fontana.
    Fu catturato dai militari del Papa e condannato a morte l’11 settembre del 1872, ma la pena fu commutata nei lavori forzati. Morì il 18 giugno del 1905.


GAETANO TRANCHELLA

    La storia di Tranchella spiega benissimo il brigantaggio: miseria, illusioni politiche, reazione alle imposizioni del nuovo governo di stranieri.
    Nato da poverissimi genitori, cominciò ad offrire i suoi servizi prima al parroco del suo paese, poi ad un proprietario terriero, lavorando moltissimo e guadagnando poco.
    Si arruolò nell'esercito borbonico, ma quando questo fu disciolto, Tranchella si trovò senza lavoro.
   

    Ebbe contatti con le bande di Cirino e di Gravina e per lui iniziò un brigantaggio, intriso di furti e rapine, tradimenti, sequestri e quanto altro.
    La banda, aiutata da molte donne, tra le quali sua madre e l'amante, non durò molto: il 24 novembre 1864 un reparto del 46° Fanteria, trovandosi nei pressi di Eboli, sorprese un gruppo di briganti e li attaccò; i briganti si difesero come forsennati, poi fuggirono: sul terreno rimasero tre di essi, fra questi Gaetano Tranchella, il capo, il terrore della zona.

G. Tranchella, al centro della scena
macabra, morto tra i compagni.
IL BRIGANTE MUSOLINO

    Giuseppe Musolino, il "brigante" piu' noto della Calabria era un tranquillo lavoratore di S. Stefano in Aspromonte, dov'era nato il 1875.
    A arrestato perche' avrebbe sparato e ferito un uomo, cercò in tutt'i modi  di dimostrare la sua innocenza, ma fu inutile! Per colpa di alcuni falsi testimoni, fu condannato a ventuno anni di carcere.
    La lettura della sentenza del magistrato dell'Assise di Reggio Calabria lo sconvolse e, con animo fermo, giuro' di vendicarsi.
    Dopo due anni riusci' ad evadere (gennaio 1899) dal carcere di Gerace e, diventato "brigante dell'Aspromonte", si vendicò dei suoi accusatori e dei suoi nemici uccidendo sette persone e ferendone undici.

    Durante la sua latitanza Musolino era diventato un mito; era considerato il re della foresta. Si vedeva ovunque, ma nessuno riusciva a precisare dove si nascondesse.
    Dopo una lunga ed avventurosa latitanza, fu catturato per puro caso da due carabinieri in perlustrazione nelle campagne di Acqualunga (Urbino): temendo di essere stato scoperto, si mise a correre in cerca di un posto sicuro, ma, correndo, inciampò in un filo spinato coperto di arbusti, cadde e fu catturato.
    Dopo qualche anno fu processato e condannato all'ergastolo, ma non avendo la forza di resistere al quel dramma, impazzì in carcere.
    Il 1946 fu graziato e, ormai stanco, si stabilì a Reggio Calabria dove morì nel 1956, rimanendo nel cuore e nei ricordi dei calabresi come il "brigante giusto".


LE BRIGANTESSE

    Storicamente le donne sono state sempre erroneamente considerate poco inclini all'azione, all'avventura e alla guerriglia, specie quando questa trova le sue cause nella politica.
    In effetti ciò non risponde assolutamente alla realtà dei fatti: la storia del Risogimento ben c'insegna come e quanto le donne, specie quelle meridionali, siano state coinvolte nel grave fenomeno sociale, economico e politico post-borbonico, che sfociò nel brigantaggio.
    E ciò, si badi bene! non deve far pensare che la pertecipazione della donna nella rivolta contadina abbia sminuito il suo ruolo. Anzi, lo amplifica e ci fa veramente capire la gravità delle condizioni sociali pre-unitarie che ha indotto la donna a munirsi di fucile e seguire il proprio uomo, nel bene e nel male, durante il rischioso cammino lungo le strade del brigantaggio.
    Brigantessa, allora, è colei che ha dovuto o voluto seguire il proprio uomo (marito, amante, amico, figlio) che si è dato alla macchia, ponendola in una condizione disperata, un quanto ha perso forma di sostentamento: l'opinione pubblica l'ha additata con disprezzo e l'ha isolata, spesso anche per timore di sospetti di connivenza.
    Ma ciò non costituisce un motivo di ripensamento, anzi il nuemro delle "brigantesse" cresce sempre più e i loro nomi riempiono i lunghi elenchi della polizia del tempo: Maria Capitanio da S. Vittore, Giocondina Marino da Cervinara, Carolina Casale anche da Cervinara, Filomena Pennacchio, Giuseppa Vitale, Giovanna Tito, Arcangiola Cotugno, Elisabetta Blasucci, Michelina De Cesare, Marianna Carpi, Filomena Cianciarullo, Teresa e Serafina Ciminelli, Ruscitti Maria Luisa, Maria Maddalena De Lellis, Maria Rosa Marinelli, Maria Lucia Nella, Filomena De Marco, Niccolina Licciardi, Marianna Oliverio, Luigia Cannalonga, Maria Brigida, Giuseppina Gizzi, Maria Orsola D'Aquisto, Maria Pelosi, Filomena Miraglia, Generosa Cardamone, Francesca La Gamba e molte altre non citate per problemi di spazio. Soffermiamoci un attimo su Francesca La Gamba.

   












FRANCESCA LA GAMBA

    Nacque a Palmi (RC) nel 1768 e divenne brigantessa nel decennio di occupazione francese (1806-1816).
     L'avvenente ragazza, di professione filandiera e madre di tre figli, divenne capobanda per motivi di vendetta nei confronti di un ufficiale francese che le aveva colpita nel profondo affetto della famiglia.
    Rimasta vedova del primo marito, dal quale aveva avuto due figli, convolò in seconde nozze, ma divenne vittima delle le mire di un ufficiale francese che cercò di sedurla, facendo leva sulla sua posizione sociale.
    Respinto dalla bella Francesca, l'ufficiale pensò vendicarsi: una notte fece affiggere un manifesto col quale si incitata la popolazione alla rivolta contro l'esercito francese. Il mattino successivo fece subito arrestare i figli della donna, accusandoli di essere stati loro ad affiggere il suffetto annuncio pubblico.
    Invane risultarono le suppliche di Francesca! Il francese fu irremovibile e i giovani, dopo un processo sommario, furono fucilati.
    La povera donna, accecata dal dolore, si unì ad una banda di briganti locali e, dopo qualche tempo, dato il suo coraggio, divenne meritatamente il capo, seminando odio e terrore in tutto il circondario, al punto di attirare l'attenzione dei della polizia che cominciò a darle la caccia.
    Il destino o, meglio, l'odio della donna volle che un giorno un drappello francese cadesse in un'imboscata tesa da Francesca e, poichè tra i soldati fatti prigionieri, c'era anche l'ufficiale che aveva fatto uccidere i figli, con una coltellata la donna gli strappò il cuore e lo divorò con tutta la rabbia del corpo.


Filomena Pennacchio - Giuseppa Vitale - Giovanna Tito

Pagina del sito: www.lagrandegioiosa.it            -              Di:   tiziano.rossi@libero.it