IL  CARNEVALE  GIOIOSANO

tiziano.rossi@libero.it
 

     Anticamente, il carnevale gioiosano era una vera festa di allegria e scialo popolare alla quale prendeva parte quasi tutta la popolazione.

     Grandi e piccini, in maschera, sfilavano lungo le vie del paese, annun-ciandosi con schiamazzi e facendo simpaticissimi scherzi alla gente che assisteva divertita.

     Ai tempi d'oggi, a carnevale, ormai solo i bambini vanno in maschera; nel p#assato lo facevano quasi tutti, sebbene le scarse possibilità finanziarie di allora non permettessero alle persone di spendere soldi per acquistare maschere o vestiti carneva-leschi. Bisognava, quindi, arrangiarsi utilizzando i  vecchi vestiti (ammesso che ci fossero di nuovi...) non più  usati dalla famiglia. 

     Poichè alle donne non era consen-tito mascherarsi, durante il periodo di festa capitava d'imbattersi in ridicole figure di uomini ingozzati di vino e travestiti da donne dal cui collo pendevano lunghe collane di salsicce.

     Sotto l'aspetto della tradizione, un tempo il carnevale si articolava in quattro domeniche:

- la domenica dedicata agli amici;

  - la domenica dedicata alle comari;

- la domenica dedicata ai parenti;

   - la domenica dedicata al carnevale.

     'U jov’i laddaloru era il primo giorno di carnevale: iniziava lo spasso che durava fino al mercoledì delle Ceneri. 

     Le strade del paese si riempivano di mascherati: uomini col viso impiastricciato di carbone (per non farsi riconoscere), in preda ai fumi di Bacco, lanciavano manciate di farina sui passanti, che correvano di qua e di là per non essere infarinati...

     Il giovedì grasso le famiglie preparavano i frìttuli carne di maiale cotta in una caldaia di rame poggiata sul fievole calore di cenere e braci.

    Ai vicini di casa, in segno di amicizia e rispetto, veniva mandato un piatto di cos'i caddara, ancora fumante, e poi... tutti a tavola, fino a notte fonda, deliziando gli occhi e il palato con quel bendiddio.

    Il martedì, ultimo giorno di carnevale, detto Mart'i Larzata (così chiamato per la consuetudine di appendere o arzari i cos’i porceju) si mangiava e si beveva fino a mezzanotte, ora in cui suonava 'u campanuni della Chiesa Matrice per annunciare che si entrava in Quaresima. 

    Prima di andare a dormire, ogni persona si preoccupava di togliere dai denti, con sciacqui di acqua e cenere, eventuali residui di carne suina, in quanto il mercoledì delle Ceneri era d'obbligo non cammararsi cioè aste-nersi dalla carne.

    Le donne lavavano subito le posate con la cenere e da quel momento bi-sognava tenersi ben lontani dalla carne. L'astinenza era d'obbligo special-mente per tutti i mercoledì e venerdì di Quaresima, durante i quali si osser-vava scrupolosamente, addirittura, anche il digiuno.

    #Il giorno dopo, Mercoledì delle Ceneri (Mèrcuri d’a Cìnnari) i giovani del paese, con pazienza e bravura, confezionavano un pupazzo di strac- ci a immagine e somiglianza di Car-nevale; lo deponevano in un trogolo (scifu) che fungeva da bara e lo por-tavano a spalla  creando un diver-tente corteo che sfilava dietro il pia-gnisteo continuo della Zzavecchja (madre di Carnevale). 

    Arrivati all'alto della timpa (rupe) il pupazzo veniva catapultato nel torrente Gallizzi e il corteo si scioglieva: era era quello il rito che chiu-deva il carnevale gioiosano.

 

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    Oggi, invece, il Mercoledì delle Ceneri, giorno dedicato alla morte di Carnevale, viene festeggiato in modo radicalmente diverso. #

     Il rito funebre (con tanto di bara, fiori, ghirlande e carro funerario) viene cele-brato con una satira politico-religiosa cui prende parte un enorme folla: un papa da burletta, circondato da un inverosimile consesso cardinalizio, in piazza officia la mesta - si fa per dire - cerimonia.

    Entrati in Quaresima (Corajisima) le famiglie gioiosane usavano appendere, alla finestra delle case un manichino di stoffa raffigurante una monaca (che simboleggiava il digiuno), al posto della cui testa era posta un'arancia, sulla quale erano infilzate sette penne di gallina, raffiguranti le sette settimane di preparazione alla Pasqua.

    Ogni sera di sabato veniva tolta una penna. Nel bel mezzo della Qua-resima, poi, l'arancia veniva tagliata in due e ne veniva buttata la metà. 

Da qui il detto "Spartìanu 'a monaca".

    Ma, per concludere, carnevale era anche la festa dei signorotti locali che facevano sfoggio di ricche e costose maschere: seduti comodamente sul proprio calesse, sfilavano per le vie del paese, lanciando alla gente manciate di confetti ricci (cumpetti rizzi).

    Insomma, ce n'era per tutt'i gusti...

 

 

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'A  FARZA

 

 

     Per Gioiosa la farsa carnevalesca (recitata, nei vari rioni # cittadini, da un gruppo di giovani gioiosani che s'im-provvisavano attori), rappresentava una occasione di vero "scialo popolare"; uno sfogo, una ribellione interna, un liberarsi momentaneamente dei problemi quotidia-ni per immergersi in un'atmosfera invero-simile e festosamente sarcastica.

     Per il solo giorno di carnevale i "servitori" diventavano "padroni" e i "padroni" diventavano "servitori": dal copione teatrale traspariva una satira sferzante che rivendicava ed esercitava, sia pure in maschera, i sacrosanti diritti della libertà umana.

      Per dovere di esposizione, diciamo subito che:

    1) dalla recita carnevalesca, erano letteralmente escluse le donne;

    2) i costumi erano quelli che si richiamavano alla dominazione spa-gnola;

     3) la lingua usata di solito era il dialetto, per i personaggi popolari, e l'ita-liano "maccheronico", per la classe dominante (avvocato, medico, governatore, barone, ecc.);

   4) la prima rappresentazione, in segno di rispetto e obbedienza verso "la Legge", veniva data davanti alla caserma dei Carabinieri, il cui comandante, avvalendosi di un antico "diritto di censura", decideva sulla sorte della tanto attesa recita carnevalesca. Alla farsa che presentava spunti di amoralità o cozzava contro i principi politici del tempo, non veniva assolutamente accordato il permesso di essere rappresentata lungo le vie del paese.

 

    Tutte le farse esistenti a Gioiosa, 'A farza d'u porcaru scritta da Nicola Papandrea (Giandò), 'A farza 'i Rosetta , raccolta da Clelia Pellicano (in arte Jane Grey), 'Sangu 'i porcu, lasciataci da Massimo Rodinò, 'A farza 'i Limitri, di autore sconosciuto, 'A mazzetta i Carnalevari, di Tiziano Rossi, e 'A farza 'i donna Chicchina, di autore ignoto, hanno come protagonisti indiscussi, sempre i soliti due...:

    - Carnalevari, inveterato ladro e ghiottone di carne suina

    - e la Zzavecchja, sua madre, che, per porre rimedio alle malefatte del fi-glio, deve continuamente rivolgersi agli avvocati, ai dottori e ai go-vernatori dell'epoca, ricorrendo a minacce e tentativi di corruzione, che i vari per-sonaggi 

- Carnalevari

- 'a Zzavecchja

- 'u volanti

- 'u porcaru 

- 'a 'bbocatu

 'u Guvernaturi 

-capura' Rafeli 

- capura' Nicola

- 'a 'mministraturi

- 'u Prìncipi Ettùri -

 'u castellanu 

- 'u cammareri
 

ogni anno rivivono per noi, non terminando mai di stupirci.

    Ve li proponiamo, in ordine di apparizione, nella loro schietta e popolana semplicità: la stessa che ha saputo rapire l'attenzione, la stima e la simpatia di tutti i gioiosani, durante la ultima esibizione nella, ormai tradizionale, "recita carnevalesca" organizzata dalla Pro Loco:

 

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Ed eu su' la pòvara vecchja,

ed eu su' la pòvara vecchja

chi criscìu a 'stu citrolazzu,

chi criscìu a 'stu citrolazzu...    ('A Zzavecchja)

 

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Ed eu su' Carnalevari,

ed eu su' Carnalevari ,

l'anchi mi trèmanu pari pari,

l'anchi mi trèmanu pari pari...      (Carnalevari)

 

 

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Ed eu sugnu l'antipròlogu,

ed eu sugnu l'antipròlogu,

fazz'a tutti riverenza,

fazz'a tutti riverenza.           ('U Volanti)

 

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E' su' porcàru di chisti casali,

e su' venùtu da Muntileuni,

pe raggiùngiri 'sta piazza maggiuri

e 'mu mi vindu quattru maiali...          ('U porcàru)  

 

 

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Ed eu su' lu Su' Ddutturi,

ed eu su' lu Su' Ddutturi,

d'ogni tortu fazzu ragiuni,

d'ogni tortu fazzu ragiuni...        ('A 'bbocatu)

 

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Ed eu su' Guvernaturi,

ed eu su' Guvernàturi,

cundannài a Carnalevari,

cundannài a Carnalevari...       ('U Guvernaturi)  

 

 

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E' su' prìncipi 'mpiegatu,

e' su' prìncipi 'mpiegatu,

e chi studiu tutti l'uri,

e chi studiu tutti l'uri...     (Prìncipi Ettùri)

 

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Ed eu su' 'a 'Mministraturi,

ed eu su' 'a 'Mministraturi,

c'amminìstru quantu 'ndaju,

c'amminìstru quantu 'ndaju...                       ('A 'mministraturi)  

 

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Ed eu su' lu castellanu,

ed eu su' lu castellanu,

sugnu pòvaru e mischìnu,

sugnu pòvaru e mischìnu...       (Castellanu)


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E su' càpura' Rafeli,

e su' càpura' Rafeli,

fazzu ben'u me' misteri,

fazzu ben'u me' misteri...                     (Capura' Rafeli)   

 

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E su' càpura' Nicola,

e su' càpura' Nicola,

sugnu pocu di palora,

sugnu pocu di palora...       (Capura' Nicola)

 

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Ed eu su' lu cammareri,

ed eu su' lu cammareri,

sacciu ben'amministrari,

sacciu ben'amministrari...                     ('U cammareri)

 

 

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STRALCI...

 

 

    Da un'antichissima farsa locale, eccovi un breve ma significativo pas-saggio in versi, dove troviamo 'a Zzavecchja intenta a lanciare una serie di invettive contro un capitano delle Forze dell'Ordine:

 

 "...Tu si' lu capitanu di li crapi,

 carcerasti a me figghju, chimm'u crepi!

 Me figghju di 'sti cosi no' ndi sapi.

 Si ssi mangiàu li porci bbonu fici,

 ca chisti mo non su' cosi segreti.

 Va' dinci d'u carcereri 'mu nci lapri,

 si nno ti pigghju, mo, a bbott'i petri...".
 

     Il capitano, per nulla intimorito dalle suddette intimidazioni, rispondendo per le rime alla Zzavecchja, continua così:

"...A mmìa non m'apparteni, brutta vecchja,

 e 'ncarricav'u Giudici 'i 'sta cosa.

 Lu cundannavi e nci fici 'a riggetta:

 staci ddùdici misi e si riposa.

 Mo va' a llu Giùdici e vidi chi ti dici,

 pò ddarsi ca t'i duna quattr'alici...". 

 

     Il discorso continua con la Zzavecchja che cerca in tutti i modi di corrompere il giudice, chiamandolo 'Gnuri, e utilizzando, come strumento psicologico di sicura presa emotiva, il buon nome della moglie.
 

 


 

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