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Sito:
www.lagrandegioiosa.it
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6 settembre 1847:
sfilando lungo il "Viale dei pioppi",
alla presenza di un drappello di 18 urbani, verso le ore 10, entra
in Gioiosa una nutrita schiera di liberali, capeggiati dai famosi
cinque esponenti e promotori dei moti antibor-bonici:
Michele Bello,
Rocco Verduci, Domenico Salvadori, Pietro Mazzoni
e Gaetano Ruffo.
Si è
a pochi giorni dalla loro fucilazione.
I
Cinque Martiri
vengono ospitati da Giuseppe Amaduri, già carbonaro e massone che è
additato come fomentatore del sovvertimento politico dell'epoca.
Ma nei gioiosani del
tempo, ciechi ubbidienti del governo borbonico, purtroppo gli
insorti non trovano alcun entu-siasmo o risonanza politica; anzi,
quando i rivoluzionari gri-dano "W il Papa!", "W
la Costituzione!", i nostri concittadi-ni, anziché
associarsi al drappello, gridano "W San Rocco".
A ricordare il
memorabile passaggio dei Cinque Martiri, sulla fiancata principale
del palazzo Amaduri, l’Ammini-strazione Comunale ha ritenuto doveroso
posare un’effigie marmorea, per ricordare alle future generazioni il
lavoro, la sofferenza, gli ideali dell’antica gente di Calabria, che
pagò con la vita il prezzo della rinascita da anni attesa tra i
chiaroscuri di un tristissimo sogno vissuto ai confini della
libertà. |
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26 dicembre 1950:
muore Giuseppe
Oppedisano, bra-vissimo
fabbro ferraio, nel suo animo di sincero ed onesto lavoratore covava
un fervente ideale socialista.
Ma il bravissimo maestro è ricordato dai
gioiosani, oltre che per serietà professionale, anche e specialmente per
la estrosa fantasia che dimostrava nel suonare l'inno
dei lavoratori e
Bandiera rossa,
servendosi soltanto del martello e dell'incudine, attrezzi da lui
comunemente usati per lavorare il ferro.
Che nessuno me ne voglia, ma
non tutti saprebbero farlo...
Di lui rimane il
lontanissimo ricordo di un capo canuto che, dietro il vetro ingiallito
di un vecchio ritratto, riposa tra le parole che il tempo ha dimenticato
sul marmo della sua tomba:
"Piegava
il ferro, ma non la sua coscienza socialista".
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4 maggio 1975:
Monsignor Francesco Tortora,
vescovo della diocesi di Gerace-Locri, sospende dall'incarico
Don Natale Bianchi,
economo della parrocchia di S. Rocco.
Proveniente dal varesino, per anni,
Natale Bianchi era stato missionario in estremo oriente.
Rientrato in Italia fu assegnato
prima Canolo Nuovo e poi a Gioiosa Jonica dove cominciò a tessere
un'intensa attività politico-religiosa che lo pose in primo piano.
Nella scuola media di Roccella presso
cui insegnava, nella comunità di San Rocco, nella vita civile Natale
Bianchi, pre-dicando il verbo dell'amore e della giustizia, aiutava
i malati a sperare e sopravvivere, i vecchi a credere in un mondo
mi-gliore del nostro, i deboli a lottare, i poveri a diventare
ricchi di se stessi, ricchi di domani, ricchi d'amore.
In occasione delle campagne circa i
referendum sul di-vorzio e sull'aborto scese prima in polemica e poi
in lotta contro il vescovo di Locri per essersi dichiarato
sfavorevole ri-guardo le due leggi che stavano per essere poste a
referendum.
In questa occasione nacque la "Comunità
di San Rocco", che
coinvolse un gran numero di cittadini, giovani e vecchi.
Il fatto, unitamente all'insegna "La
chiesa è del popolo" che
Don Natale affisse sulla facciata della chiesa, fece sca-turire la
sospensione "a divinis" dalla carica di prete.
Ma la "Comunità" non si diede per
vinta e... soltanto dopo cinque anni la chiesa venne restituita alla
Curia.
Ritiratosi in laicato, Don Natale
Bianchi, si fermò con la gente del popolo a lavorare, discutere,
lottare. E con la gente del popolo creò una cooperativa tessile che
diede lavoro a numerose famiglie di Gioiosa.
Insomma, un uomo semplice che
ha saputo scrivere una grande pagina di storia gioiosana. |
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