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6 settembre 1847: sfilando lungo il "Viale dei pioppi", alla presenza di un drappello di 18 urbani, verso le ore 10, entra in Gioiosa una nutrita schiera di liberali, capeggiati dai famosi cinque esponenti e promotori dei moti antibor-bonici: Michele Bello, Rocco Verduci, Domenico Salvadori, Pietro Mazzoni e Gaetano Ruffo.

Si è a pochi giorni dalla loro fucilazione.

I Cinque Martiri vengono ospitati da Giuseppe Amaduri, già carbonaro e massone che è additato come fomentatore del sovvertimento politico dell'epoca.

Ma nei gioiosani del tempo, ciechi ubbidienti del governo borbonico, purtroppo gli insorti non trovano alcun entu-siasmo o risonanza politica; anzi, quando i rivoluzionari gri-dano "W il Papa!", "W la Costituzione!", i nostri concittadi-ni, anziché associarsi al drappello, gridano "W San Rocco".

A ricordare il memorabile passaggio dei Cinque Martiri, sulla fiancata principale del palazzo Amaduri, l’Ammini-strazione Comunale ha ritenuto doveroso posare un’effigie marmorea, per ricordare alle future generazioni il lavoro, la sofferenza, gli ideali dell’antica gente di Calabria, che pagò con la vita il prezzo della rinascita da anni attesa tra i chiaroscuri di un tristissimo sogno vissuto ai confini della libertà.

 

 

 

 
 

      13 aprile 1809: alla presenza dei testimoni Mazzone Do-menico e Gatto Giuseppe, nei registri dell'Ufficio di Stato Civile di Gioiosa viene annotato il primo atto di nascita della nostra cittadina.
       L’atto anagrafico N° 1, firmato dal Sindaco don
Domenico Pellicano, riguarda la nascita del piccolo Panetta Francesco, figlio del sessantenne Panetta Giuseppe, bracciante, ed Anna Maria Coluccio, casalinga.

 
 

 

 
 

      Quando la legge del 5 giugno 1906 previde la costruzione di ferrovie a scartamento ridotto (Calabro-Lucane) tutti i Comuni della Calabria si contesero il privilegio del nuovo servizio ferroviario: Siderno e Gioiosa furono i primi paesi che si presentarono sul campo di battaglia.
     Grazie ad alcune insolite armi, sfoderate dai nostri concittadini, la spuntò Gioiosa..
     
Nicola Femia ('u Pagghjazzu) si attaccò alle corde delle campane e, in un batter di ciglia, chiamò a raccolta tutta la popolazione del paese.
     
Nicola Sabatino tagliò, invece, i fili del telegrafo con tanta rabbia e maestria che i tecnici impiegarono ben 15 giorni per localizzare l'interruzione.

 
 

 

 
 

     26 dicembre 1950: muore Giuseppe Oppedisano,  bra-vissimo fabbro ferraio, nel suo animo di sincero ed onesto lavoratore covava un fervente ideale socialista.

Ma il bravissimo maestro è ricordato dai gioiosani, oltre che per serietà professionale, anche e specialmente per la estrosa fantasia che dimostrava nel suonare l'inno dei lavoratori e Bandiera rossa, servendosi soltanto del martello e dell'incudine, attrezzi da lui comunemente usati per lavorare il ferro.

Che nessuno me ne voglia, ma non tutti saprebbero farlo...

Di lui rimane il lontanissimo ricordo di un capo canuto che, dietro il vetro ingiallito di un vecchio ritratto, riposa tra le parole che il tempo ha dimenticato sul marmo della sua tomba:

"Piegava il ferro, ma non la sua coscienza socialista".

 
 

 

 
 

      5 aprile 1883: a Gioiosa viene istituito il primo vero servi-zio postale con carrozza.
   
In precedenza tale compito era affidato ai così detti
pedoni che, dietro adeguato pagamento da parte dell'Amministrazione Comunale, partivano (a piedi) da Gioiosa per portare la posta nei vicini Comuni.

 
 

 

 
 

     5 gennaio 1829: Ferdinando I di Borbone, Sovrano del Regno delle Due Sicilie, accorda al Sac. D. Vincenzo Falletti il permesso di tenere a Gioiosa "Scuola Privata" di leggere, scrivere, e Catechismo di Religione Cristiana”.

 
 

 

 
 

    26 ottobre 1891: nasce, nel nostro paese, il primo Albergo con annesso servizio di Trattoria, gestito dal Signor Nicola Tornese.

 
 

 

 
 

     20 gennaio 1893: in paese nasce il primo servizio in vettura relativamente al collegamento Gioiosa Superiore e Stazione Ferroviaria della Marina.

 
 

 

 
 

      12 marzo 1921: subito dopo Siderno, a Gioiosa viene accesa la prima lampadina elettrica di tutta la costa jonica.

 
 

 

 
 

      4 maggio 1975: Monsignor Francesco Tortora, vescovo della diocesi di Gerace-Locri, sospende dall'incarico Don Natale Bianchi, economo della parrocchia di S. Rocco.

Proveniente dal varesino, per anni, Natale Bianchi era stato missionario in estremo oriente.

Rientrato in Italia fu assegnato prima Canolo Nuovo e poi a Gioiosa Jonica dove cominciò a tessere un'intensa attività politico-religiosa che lo pose in primo piano.

Nella scuola media di Roccella presso cui insegnava, nella comunità di San Rocco, nella vita civile Natale Bianchi, pre-dicando il verbo dell'amore e della giustizia, aiutava i malati a sperare e sopravvivere, i vecchi a credere in un mondo mi-gliore del nostro, i deboli a lottare, i poveri a diventare ricchi di se stessi, ricchi di domani, ricchi d'amore.

In occasione delle campagne circa i referendum sul di-vorzio e sull'aborto scese prima in polemica e poi in lotta contro il vescovo di Locri per essersi dichiarato sfavorevole ri-guardo le due leggi che stavano per essere poste a referendum.

In questa occasione nacque la "Comunità di San Rocco", che coinvolse un gran numero di cittadini, giovani e vecchi.

Il fatto, unitamente all'insegna "La chiesa è del popolo" che Don Natale affisse sulla facciata della chiesa, fece sca-turire la sospensione "a divinis" dalla carica di prete.

Ma la "Comunità" non si diede per vinta e... soltanto dopo cinque anni la chiesa venne restituita alla Curia.

Ritiratosi in laicato, Don Natale Bianchi, si fermò con la gente del popolo a lavorare, discutere, lottare. E con la gente del popolo creò una cooperativa tessile che diede lavoro a numerose famiglie di Gioiosa.

Insomma, un uomo semplice che ha saputo scrivere una grande pagina di storia gioiosana.

 
 

 

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