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'A FADDA
Chi ben ricorda o
ha sentito parlare di alcune tra-dizioni religiose della
Gioiosa d’una volta, sa bene che
'A fadda
consisteva in un comune
pezzo di spago (o fili di lana ritorti) della lunghezza
di circa un metro, sul quale, ogni giorno, veniva
praticato un nodo.
Ma per quale motivo?
Semplicissimo! Per grazia
richiesta, grazia ricevuta, ex-voto o per la grande fede
religiosa che una donna nu-triva verso un determinato
santo.
Generalmente
'a fadda veniva
dedicata alla Madon-na dell'Annunziata oppure a
San Giuseppe. Quella de-dicata alla Madonna era
sempre di colore bianco, quella dedicata a San Giuseppe
era, invece, di colore scuro.
Ma procediamo con ordine.
Su questo pezzo di spago,
a partire dal giorno in cui ricadeva la festa del santo
al quale si era devoti, ogni gior-no veniva praticato un
nodo e veniva recitato un Pater Noster, un
Gloria Patri e un Ave Maria.
Di domenica il nodo
veniva fatto a doppia passata, per cui le orazioni da
recitare erano anche doppie.
La lunghissima
lavorazione della fadda
terminava al 365mo nodo, vale a dire,
lo stesso giorno dell’anno dopo.
A questo punto, il tanto
sudato lavoro veniva custo-dito gelosamente in luogo
sicuro e veniva puntualmente tirato fuori ogni anno,
proprio il giorno in cui si celebrava la festa del santo
cui la
«fadda»
era stata dedicata.
Il dì della festa,
vediamo, allora, le pie gioiosane alzarsi di buon
mattino, prendere il sofferto “spago” e re-citare
sottovoce, per ogni nodo o posta dell’insolito rosario,
un Pater Noster, un
Gloria Patri e un Ave Maria: per un totale
di 1.095 orazioni, che, unite alle 156 dette in più nei
giorni di domenica, for-mavano il bel numero di 1.251
preghiere.
Era questo il motivo per
cui, molte volte, le donne, assalite dalla paura di non
riuscire a completare la passata dei nodi, ricorrevano
all’aiuto di qualche amica o parente per farsi fare
’nu pezz’i fadda.
E ce la facevano a
recitare 1.251 orazioni nel breve spazio di un giorno?
Misteri della fede...
Una cosa è certa:
alla morte della persona che per una vita aveva lavorato
e pregato sui tanto sofferti nodi,
'a fadda,
veniva deposta nella bara, accanto al corpo della
defunta che se la portava con sè nell’aldilà.
E se questa non era fede,
cosa poteva essere?...
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'U SAMPAULARU
Fino a qualche tempo fa si credeva
che le persone nate il giorno di San Paolo (25 gennaio),
fossero immuni dal morso dei serpenti.
'U Sampaularu
era un uomo che aveva la capacità d'incantare e poi
catturare ogni tipo di rettile.
Scendeva in paese portando sempre con
sè una serpe che attorcigliava, a mo' di corolla, al
collo dei ragazzi per abituarli a non avere paura di
quel tipo di animali; ma anche per preservarli dalla
malattia della gola e dai malanni dell'apparato
respiratorio.
Per catturare
le prede si serviva di alcuni trucchi particolari, ma, a
detta di qualche vecchietto del luogo, pare che
'u Sampaularu,
a parte il suo innato fluido magnetico, si servisse
anche di alcuni versi, quali:
Sa' m' Paulu d'i "Prunàri",
ligati 'sti nimali,
di li mani e di li
pedi
no 'm
m'u ponnu caminari.
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TUONO DI MARZO
Col primo tuono di marzo, a Gioiosa, era buona abitudine
raccogliere una pietra della strada e scagliarla il più
lontano possibile.
Secondo la credenza popolare dei gioiosani del
tempo, ciò avrebbe garantito che per quell’anno non
avrebbero incontrato serpi nel loro cammino.
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CONTRO LA SETE
Fino a qualche anno fa, alcuni contadini della nostra
vallata, per combattere la sete che li assillava durante
i pesanti lavori campestri, usavano stringere tra i
denti la testa di una sarda o acciuga sotto sale.
Succhiando continuamente il sapido umore che da essa si
sprigionava (da qui il termine
sucalora),
i poveracci, zappavano eludendo la sensazione
dell'arsura.
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L'ESORCISMO
Per quanto possa sembrare strano, nel nostro paese, fino agli anni '30, presso
alcune chiese paesane, venivano svolti dei veri e propri riti di esorcismo.
Con scongiuri, gesti sapienti e preghiere
opportu-namente officiate da preti "specialisti", gli ossessi, che ac-correvano
numerosi da ogni parte della Locride, venivano definitivamente liberati dagli
spiriti maligni.
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IL 1°
MAGGIO
Una
vecchia usanza gioiosana voleva che, il primo gior-no di
maggio di ogni anno, allo scoccar dell’alba, i genito-ri
svegliassero premurosamente i loro figli e, nonostante
l’ora insolita... gli facevano mangiare una buona
manciata di fichi secchi (fica ‘ntartarati
o
fica 'i schjocca): ciò avrebbe preservato i
bambini dal morso degli asini.
La credenza era talmente radicata e sentita dagli anti-chi
gioiosani che, parte dei fichi secchi, destinati
all’ali-mentazione invernale, veniva sottratta al
consumo gior-naliero e conservata per il singolare rito
del 1° di maggio.
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ULIVO SECOLARE
In località Palma, dove
attualmente sorge la casa della famiglia Prologo,
esisteva un ulivo ultra-secolare il cui enorme tronco,
quasi completamente vuoto all'interno, era pieno di
piccole pietre.
Il fatto, probabilmente, era dovuto a un'antica
creden-za secondo la quale San Pietro, partendo da
Reggio per dirigendosi a Roma, passando dalle nostre
contrade, si sa-rebbe seduto per riposare all'ombra del
grande ulivo.
Da allora in poi, tutti i gioiosani che si trovavano a
passare da quelle parti, specialmente i contadini, dopo
essersi riposati sotto i rami dell'enorme albero
secolare, gettavano una pietra dentro il tronco, si
facevano il segno della Croce e riprendevano il cammino.
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'A TIMPA PRENA
Forse non tutti lo sanno, ma, nel nostro paese, esisteva
ed esiste una rupe che, per la sua particolare posizione
etnica, è stata denominata
Timpa Prena.
Questo perchè, quando la luce del sole (che sorge sempre
alle sue spalle) sfiora il grembo della rupe, questa
assume l'aspetto suggestivo di "donna incinta".
Ma nell'antichità, la Timpa prena era famosa anche
perchè, quando il sole, illuminandole la grossa pancia,
produceva una grande ombra sul terreno, stava a
signi-ficare che si era precisamente a mezzogiorno.
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CUOCERE LA CARNE DI CAPRA
Un modo rapido ed efficace per cuocere la durissima
carne di capra ci viene tramandato dalle massaie di un
tempo.
Basta mettere, a loro detta, nella pentola un rametto di
origano per ottenere una cottura più rapida, oltre che
un risparmio di gas...
Per dirla con un proverbio:
"Si vvo' vidir'a fimmana massara,
guardala quandu smiccia la lumera".
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GIOCO CON LE UOVA
Nel periodo pasquale, dopo aver benedetto 'a
'nguta (dolce tipico pasquale) alla Chiesa
Matrice, i ragazzi usa-vano giocare con essa,
cimentandosi in una singolare pro-va di fortuna e, a
volte, abilità...
Il gioco, che si svolgeva tra due concorrenti,
consi-steva nel far cozzare l'uovo sodo che decorava il
proprio dolce contro quello dell'antagonista: l'uovo che
si rompe-va diventava di proprietà dell'avversario.
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ARRET'Ó 'MPERNU
Fino a qualche decennio fa, alle pendici del monte
Pantaleo (Arret'o 'mpernu, come veniva
generalmente chiamato lo attuale vulcano spento),
accanto alla famosa sorgente di acque calde e sulfuree,
esisteva una fabbrica di gesso, di modeste dimensioni,
presso cui prestavano la loro manodopera decine di
operai gioiosani.
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ARGOMENTI VARI
Forse qualcuno ignora che anticamente, in mancanza di
alcool, per disinfettare le ferite ci si serviva
dell'urina umana.
Funzionava! E come se funzionava!
L'attuale zona del rione
Pirara
veniva così chiamata a causa del grande pero che sorgeva
proprio al centro del rione.
La località cosiddetta
Chjan'i Campu,
era chiamata così in quanto si trattava di terreni
situati in una zona alquanto pianeggiante delle montagna
di Gioiosa. E, poichè in quella zona, anticamente, si
dice esistesse un "campo militare", da qui la probabile
origine del nome Chjan'i Campu.
Il nome dell'attuale
contrada
Petrumpera
deriva dal fatto che, in tempi lontani, in quella
frazione, viveva un uomo che si chiamava Petru
(Pietro), il quale, essendo padrone di gran parte dei
terreni, aveva il diritto di co-mandare o addirittura
"imperare".
Da qui il nome Petrumpera cioè "Pietro impera".
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