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ORIGINI DEL DIALETTO CALABRESE
Cominciamo col dire che esiste una netta differenza tra il
dialetto e il vernacolo:
- per dialetto s'intende la lingua parlata dalle persone che vivono in un'area geografica più o meno limitata;
- per vernacolo s'intende, invece, la lingua tipica di un paese, che differisce dal dialetto comune.
Il linguaggio calabrese, in tutte le sue varianti, è un linguaggio più parlato che scritto. Questo per la presenza di svariate culture locali, difficilmente riassumibili in vere e proprie grammatiche dialettali.
Non si dimentichi che la Calabria, per secoli, è stata proscenio di tantissimi popoli che hanno lasciato i segni del loro passaggio in un continuo sovrapporsi di lingue, storia, arte e cultura provenienti da ogni dove.
Il nostro dialetto, difatti, storicamente, ha risentito moltissimo della presenza in Calabria di Greci, Italici, Bruzi, Romani, Goti, Saraceni, Bizantini, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Francesi e Borboni.
Riprendendo il discorso di partenza, dobbiamo dire che il "gioiosano" è un linguaggio che si è trasmesso verbalmente; forse per questo, possiede ricchezza e povertà, al contempo.
Ciò spiega anche il perchè, molte volte, per saperne di più, ci si rivolge alla tradizione popolare, intesa non come nostalgia del passato, ma come ricerca "morale e storica delle nostre radici".
Ad esempio, le canzoni, i proverbi, le poesie, le serenate, i modi di dire, hanno sempre rappresentato un genuino documento d'importanza storica, in assenza del qua le non avremmo mai potuto conoscere il fascino misterioso del mondo di una volta.
Documenti verbali provenienti da cantori e poeti, per lo più contadini, i quali, non sapendo leggere e scrivere, affidavano le loro composizioni alla propria memoria.
Opere genuine che esaurivano, ahimè, la propria esistenza con la morte dell'autore, lasciando traccia di sè solo nella mente delle persone che, ascoltandole e imparandole a memoria, potevano tramandarle a noi (sia pure in modo incompleto e disordinato), grazie alla cultura dei figli che cominciavano a frequentare le prime "scuole" dell'epoca.
Ma ormai era troppo tardi: il meglio di queste magnifiche opere era già svanito da secoli.
Altra cosa da mettere in chiaro è che la "lingua" e il "linguaggio" di un popolo sono due cose ben diverse:
- la lingua è il mezzo col quale si comunica con le per sone, mediante regole ben precise;
- il linguaggio, invece, si presenta sotto forma di dia letto o gergo e si collega direttamente alle tradizioni popolari (specie a quelle legate al mondo contadino, come già accennato).
Purtroppo la moderna scolarità ha quasi provocato la scomparsa totale del dialetto che, nonostante tutto, rimane ancora patrimonio degli anziani.
Lo studioso Gerhard Rohlfs asserisce che "…la Calabria non costituisce nè un'unità etnografica nè un'unità linguistica".
Infatti, la popolazione della Calabria settentrionale differisce di molto da quella della Calabria meridionale sia per carattere che per abitudini di vita.
"… Percorrendo la Calabria," – continua il Rohlfs - partendo da Cosenza e scendendo verso Reggio, ci si accorge come, ad esempio, cambia il copricapo degli uomini. Dal classico cappello (cappeju) di feltro a forma conica, indossato dai contadini e dai pastori cosentini, si passa a un copricapo di lana azzurra a forma di lungo sacco (50-60 cm.) detto "barritta longa…".
Ed è proprio vero, in quanto, il processo di romanizzazione della nostra terra cominciò dalla parte nord della regione, dove già abitavano i Lucani e i Bruzi (discendenti dei Romani).
La romanizzazione nel sud della Calabria fu molto più lenta a causa dell'ostacolo che i Romani incontrarono nei Greci, insediati nelle zone costiere e nell'entroterra.
Si verifica, allora, che mentre il nord calabrese forma, col Mezzogiorno d'Italia, una certa unità linguistica, il dialetto della Calabria del sud manifesta, invece, una netta diversità, per avere risentito delle Comunità grecaniche.
Proprio per tale motivo, in conclusione, il dialetto calabrese può considerarsi diviso in due grandi categorie linguistiche:
- quello della Calabria bruzia o latina (Calabria Citeriore);
- quello della Calabria greca o grecanica (Calabria Ulteriore).
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COME SI LEGGE - COME SI SCRIVE
Dare una risposta precisa a quanti si
chiedono "perché non
esiste una vera
grammatica della lingua calabrese",
non è per niente facile.
Forse la risposta è da ricercarsi nel fatto che in Calabria non esistono due paesi che parlano lo stesso dialetto.
Non solo!
Possiamo, addirittura, dire che, nell'ambito dello stesso paese, passando da un rione all'altro, molte volte, il dialetto presenta differenze davvero notevoli.
Senz'altro, sarà stata questa una delle principali motivazioni per cui molti studiosi hanno dovuto gettare la spugna di fronte alla grande difficoltà di creare una grammatica che riuscisse, facilmente, a raccogliere in sè le migliaia e migliaia di varianti ed eccezioni, tipiche della lingua calabrese.
Sfogliando, quindi, questa minuscola "Guida al dialetto gioiosano" non ci si stupisca se, nel suo contesto, una determinata frase sarà scritta a volte in un modo e a volte in un altro.
Ciò è stato dettato dal fatto che, nel portare avanti il lavoro, spesso ci siamo trovati di fronte a centinaia di problemi del tipo:
Si deve scrivere:
Ogni paìsi nd'havi 'u dialettu soi?
O è meglio usare l'abbreviazione (forma atona):
Ogni paìsi nd'hav'u
dialettu so'?
Scegliendo il primo modo «nd'havi 'u dialettu soi» si darebbe più senso alla frase, scritta nella sua interezza grammaticale; scegliendo, invece, «nd'hav'u dialettu so'», si darebbe più senso alla fonetica, avvicinando il lettore di più alla lingua parlata.
Ad ogni modo, quando si vuole ottenere un'abbrevia zione del genere, nel linguaggio parlato, la vocale "u" si trasforma in "o", in "e" o in "i", come nei seguenti esempi:
Chjama 'u cani
(normale): Chiama il cane.
Chjam'o cani o Chjam'u cani (modo abbreviato)
Comu i cani (normale): Come i cani.
Com'e cani o Com'i cani (modo abbreviato)
In linea generale, si ricorre all'abbreviazione della frase quando s'incontrano due parole, una che termina e l'altra che inizia per vocale.
Di seguito riportiamo alcuni esempi.
1° Esempio
Grida pemmu è sentutu. Grida per esser ascoltato.
In tal caso ci troviamo di fronte alla congiunzione "pemmu" - che termina per vocale -, e il verbo "è" (vocale accentata). L'abbreviazione della frase si ottiene, allora, facendo cadere la "u" finale di "pemmu" e inserendo al suo posto l'apostrofo, seguito dalla "è" del verbo.
Grida pemm'è sentutu.
2° Esempio. In una frase del tipo:
Mi du' 'nu pocu 'i pani? (Mi dai un po' di pane?),
la forma atona potrebbe creare delle difficoltà, in quanto, seguendo la regola sopra illustrata, l'abbreviazione dovrebbe essere: Mi du' 'nu poc'i pani?
Ma qual'è il significato di "poc'i" (poci)? Nessuno!
Per ottenere, allora, la giusta pronuncia di "poco", bi sognerà inserire la lettera "h" tra la "c" e la "i".
L'abbreviazione sarà: Mi du' 'nu poch'i pani?
3° Esempio. Altra frase non facilmente abbreviabile è:
Ndi vidimu ê setti. Ci vediamo alle sette.
Qui bisogna tener conto della preposizione articolata "alle" che, in gioiosano, va tradotta con "ê".
L'abbreviazione sarà quindi: Ndi vidim'ê setti.
Molte volte, però, nel linguaggio comune si suole dire e scrivere: Ndi vidim'i setti. Ma che senso ha una frase del genere? Quali "sette" vedremo?…
Cercheremo, comunque, per quanto ci è possibile, durante l'illustrazione degli esempi, di usare ambedue le forme: quella normale e quella abbreviata. Tutto questo al fine di far gustare al lettore il dialetto in tutte le sue varianti sia fonetiche che grammaticali.
Ma, prima di cominciare, è doveroso tenere presente
che l'alfabeto gioiosano è
composto da 22 lettere:
A B C D E F G H I J L M N O P Q R S T U V Z
Oggi è completamente scomparsa la lettera "c", che stava ad indicare il suono del nesso "hj", incontrato, ad esempio, nelle parole: curi: hjuri o cumara: hjumara.
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USO DELL'ACCENTO
Per quanto concerne l'uso delle parole accentate, si tengano presenti le seguenti regole:
a) se l'accento cade sulla penultima sillaba, esso non va mai scritto.
Esempio:
Milanu - Treninu - Professionismu
b) se l'accento cade sulla terzultima sillaba (parole sdrucciole), va rigorosamente scritto (anche per agevolar larne la pronuncia).
Esempio: Fràbbica - Majòlica - Mànica.
L'uso dell'accento è importantissimo in quanto ci fa capire la differenza di significato di una parola, scritta "con l'accento" e "senz'accento".
Esempio:
Càntaru: Vaso da notte.
Cantaru: Peso antico equivalente a 100 rotoli, cioè 90 chili.
c) Vanno, inoltre, accentate le parole che contengono i dittonghi:
ái - áu (simmái - cantáu)
éi - éu (vintiséi)
ía - íu (vidía - finíu – chjudíu)
NOTA BENE
Per quanto concerne l'uso dell'accento, a rigore di grammatica, dovremmo distingure l'accento grave da quello acuto; ma qui, per semplicità di scrittura e per non appesantire la trattazione, useremo solamente quello grave (à – è – ì – ò – ù).
FRASI IMPERSONALI
Anticamente le frasi impersonali venivano introdotte, dalla voce verbale "iju dici" ("si dice").
Esempio:
Iju dici ca chjovi: Si dice che pioverà.
Ma l'aggiunta di "iju" avveniva anche nelle frasi indicanti esclamazioni o meraviglia.
Esempio: Iju chjovi! Piove!
OSSERVAZIONI IMPORTANTI
1) Il suono dei nessi "ja – je - ji – jo - ju", sebbene di origine latina, avrà certamente subito il fascino francese della "elle mouillé", regola seguendo la quale la doppia "L" si pronuncerebbe come la "j" della parola "Jonio".
Esempi:
Caju Callo Beju Bello
Suja Sulla (erba) Ija Ella (lei)
Fanno eccezione parole come "pollu, ballu, bullu, ecc.", che conservano la pronuncia originale dell'italiano.
2) Il "cà", di chiara origine francese, sta in luogo di "perché" esplicativo e si scrive con l'accento:
Non vinni cà nd'eppi chi fari.
(Non sono venuto perché ho avuto da fare)
"Ca", scritto senz'accento ha, invece, valore relativo.
Sugnu sicuru ca veni. Sono sicuro che verrà.
3) La consonante "h" dev'essere sempre seguita dalla "j"; le sillabe che ne derivano (chja – chje – chji – chjo - chju), hanno un suono che si ottiene piegando al l'indietro la lingua, contro il palato (quasi come la pronuncia di "chjove: piove", dei napoletani).
Esempi:
Chjuppu: Pioppo - Acchjappa: Acchiappa
4) La stessa cosa avviene per le sillabe con
doppia "g": "gghja – gghje – gghji –
gghjo - gghju", che conservano lo stesso suono palatale
di "chj" (con la "gg"al po sto della
"c").
Esempi:
Gghjòmmaru: Gomitolo - Gghjìrica Tonsura
5) La medesima pronuncia vale per i gruppi "nch" (nchjanari: salire) ed "ngh" (unghja: unghia).
6) La lettera «h» - singola e doppia - oltre ad essere seguita dalla "j", assume un suono particolare palatale che corrisponde a quello della lettera greca "c".
Esempio: Hjuhhja 'u luci: Soffia il fuoco.
7) Le sillabe "tra – tre – tri – tro - tru e stra – stre – stri – stro - stru", vanno pronunciate con un suono che ricorda la pronuncia del numero trhee (3) o della parola tree (albero) della lingua americana.
Ci sono dei casi in cui, però, il gruppo "str", perde la "r" e si pronuncia "st".
Esempi: Mastru (mastro): si pronuncia mastu.
8) Il gruppo "cgh" va pronunciato con un suono naso-gutturale che proviene dalla parte posteriore del palato, quasi si trattasse di una doppia "h" aspirata.
Esempio:
Ràcghatu: Respiro "catarroso".
9) La "n" seguita da "p" o da "b"
si pronuncia come si trattasse di una "m".
'N paci (*) pronuncia 'm paci
'N biancu pronuncia 'm biancu
(*) Nota come la preposizione semplice "in" perde la "i", diventando 'n.
10) In moltissime parole i gruppi "nq"
ed "sq" vanno scritti e pronunciati "nc" ed "sc".
Esempi: Cinque: Cincu
Pasqua Pasca
Fanno eccezione parole come Squatra, Cinquanta, ecc.
11) La "z" singola viene pronunciata
con suono dolce, come in italiano nella parola "zanzara".
Esempio:
Zimbili: Fiscoli.
Se, invece, la zeta è doppia (zz) assume un suono sor do, simile a quello che s'incontra pronunciando il vocabolo "strapazzo".
Esempi: Zzoju Strofinaccio Zzappa Zappa.
12) La consonante "v",
nel linguaggio parlato, spesso viene sostituita
dalla "b".
Esempio:
Non vaju si pronuncia Non baju Non vado
13) Nella stragrande maggioranza, la
lettera "b" a inizio parola, si pronuncia
come fosse doppia.
Esempio:
Chistu non è bonu: Chistu non è bbonu.
(Questo non è buono)
14) Al fine di evitare ambiguità, nel
linguaggio sia parlato che scritto, alcune
consonanti, ad inizio parola, vengono raddoppiate.
Esempi:
A mmia: A me. A ccu' vidisti? Chi hai visto?
Il primo esempio, pronunciato con la doppia "m" iniziale (a mmia) significa "a me"; pronunciato, invece, con una sola "m" significa "la mia". Da qui l'importanza di anteporre l'apostrofo davanti alla vocale "a" (articolo) per distinguerla dalla "a" preposizione semplice.
15) Nel passato remoto del verbo avere (nd'aviri), la doppia "b" cambia in "pp".
Esempio:
No' nd'ebbi (non ebbe), si pronuncia No' nd'eppi.
N.B. In alcuni casi la consonante iniziale della paro la si raddoppia solo per enfatizzare la stessa.
Esempio:
Dìu si pronuncia Ddìu Dio
16) Il gruppo "ng", al contrario di come avviene in italiano, nel nostro dialetto può trovarsi ad inizio parola.
Davanti alle vocali "a, o, u" ha un suono simile a quello della parola singulto; davanti ad "e, i" il suono è uguale a quello della parola ingegnere.
Esempi:
Nguta: Dolce tipico del periodo pasquale.
'Ngija: (*) Anguilla.
(*) Nota come l'apostrofo davanti alla parola 'Ngija sta ad indicare la caduta della "A" di Angija.
CURIOSITA' CACOFONICA
Nel dialetto gioiosano esiste una particolare voce onomatopeica che ricorda il "din-don-dan", tipico delle campane.
Tale può essere il suono provocato dalla pronuncia del gruppo "nd", che ricorre in moltissime parole del nostro dialetto.
Ascoltate, ad esempio, il suono provocato dalla frase "Tu ci devi dare soldi! Ne hai e ce li devi dare" che, tradotta in dialetto… Sforzatevi a leggere, usando, per quanto vi è possibile, la giusta pronuncia, e notate che musica!
Tu nd'h'o ndi ndu' ndi-ndi!
Ndi nd'ha' e nd'h'o ndi ndu'!
Dove:
Nd'h'o ndi (nd'hai 'u ndi) equivale a "ce li devi".
Ndu', assume il significato di dare.
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L'articolo è quella parte variabile del discorso che si mette davanti al nome o ad altre parti del contesto allo scopo di:
- indicare il numero e il genere del nome che segue;
- indicare se la cosa o persona a cui si riferisce è stabilita con precisione o genericamente.
Esempi:
'U figghjolu staci jocandu 'nt'a ll'ortu
Il bambino sta giocando nell'orto (forma specifica).
'Nu figghjolu staci jocandu 'nt'a ll'ortu.
Un bambino sta giocando nell'orto (forma generica).
Come in italiano anche nel nostro dialetto troviamo:
- articoli maschili e femminili;
- articoli singolari e plurali;
- articoli determinativi e indeterminativi.
Ma, nel nostro dialetto, il ruolo fondamentale dell’articolo è quello di distinguere il singolare dal plurale (sono moltissime, infatti, le parole che hanno la stessa uscita sia al singolare che al plurale).
Esempio:
'A mugghjeri (la moglie) - I mugghjeri (le mogli).
'U barveri (il barbiere) - I barveri (i barbieri)
Analizziamo, con esempi pratici, l'uso e il significato di ciascuno degli articoli esistenti nel gioiosano scritto e parlato.
ARTICOLO DETERMINATIVO
L'articolo si dice determinativo quando determina con chiarezza il nome a cui si accompagna.
Per il singolare maschile viene usato:
'U = il – lo
Esempi:
Dammi 'u pani: Dammi il pane
Damm'u pani. Nella forma abbreviata.
NOTA BENE
«'U» va scritto sempre con l'apostrofo davanti (in quanto indica la caduta della "l", contenuta nell'articolo originario "lu"); nel caso contrario può avere valore di:
- pronome dimostrativo
U vidi jà. Eccolo lì.
- pronome personale
U vitti arzira e nci parravi.
(L'ho visto ieri sera e gli ho parlato).
L'unico caso in cui «'u», pur scrivendosi con l'apostrofo davanti, non è articolo, ci viene offerto dalla congiunzione finale «'u» (forma abbreviata di "pemmu", che può essere scritta «'mu» oppure «'u»).
Esempio:
Eu diciarrìa 'u veni: Io ti consiglierei di venire.
Al singolare femminile si usa l'articolo:
'A o L' = la
Anche qui, si suole mettere l'apostrofo davanti alla "a" per indicare la caduta della "l" dell’articolo "la".
Esempio:
- Ti piaci 'a casa mia? Ti piace la mia casa?
- Davanti ai nomi che iniziano per vocale si usa «l'» anziché 'a. Esempi:
L'elica L'acqua L'India
Talune volte, però, anche se la parola inizia per vocale (ad esempio, "amica"), viene usato ugualmente l'articolo «'a». In tal caso si fa cadere la vocale iniziale "a" di amica ed è come se la parola iniziasse per consonante.
Esempio:
'A 'mica sua meno usata L'amica sua.
'A 'muri soi meno usata L'amuri soi.
- Nel linguaggio parlato spesse volte l'articolo «'a» si unisce al verbo che lo precede. Esempio:
Dammi 'a pinna Damm'a pinna (Dammi la penna)
- In alcuni casi l'articolo viene addirittura omesso:
Nott'i domìnica anzicchè 'A nott'i domìnica
- Eccezion fatta per i modi proverbiali (es.: Mèrcuri inta, settimana fora), i nomi dei giorni della settimana vo gliono sempre l’articolo: 'A domìnica - 'U mèrcuri.
QUANDO «'A» NON E' ARTICOLO
"A", scritta senz'apostrofo davanti, non è da ritenersi articolo ma pronome personale oppure preposizione semplice.
Esempi:
A vìttaru arzira: L'hanno vista ieri sera. (Pronome)
Jiru a Milanu: Sono andati a Milano. (Preposizione).
Al plurale (sia maschile che femminile) viene usato l'articolo:
I = i - le - gli
Esempio:
Ti piàcinu i cosi 'i l'atti.
Ti piacciono le cose degli altri.
Nella frase si noti la presenza delle due "i" scritte in modo diverso:
- la prima, scritta senz'apostrofo, per indicare l'articolo determinativo;
- la seconda, scritta con l'apostrofo, per indicare la preposizione semplice "di".
In alcuni casi la "i" senz'apostrofo ha valore di pronome personale.
Esempio:
I canuscivi sup'o trenu: Li ho conosciuti sul treno.
Altre volte ha valore di pronome dimostrativo.
Esempio:
I vidi cca? Eccoli qui?
ARTICOLO INDETERMINATIVO
L'articolo indeterminativo non determina con chiarezza il nome a cui si riferisce, ma lo indica su un piano generico:
Esempio: M'accattavi 'na màchina nova.
L'articolo indeterminativo non ha la forma al plurale, ma solamente il maschile ed il femminile singolare.
Al maschile:
'NU (unu) = Un – Uno
'NU si usa davanti ai nomi che iniziano per consonante.
Esempio: 'Nu sordatu – 'Nu paìsi
Al femminile:
'NA (una) = UNA
'Na fìmmana Una donna.
Davanti ai nomi che iniziano per vocale viene usato «'N'» (sia per il maschile che per il femminile).
Esempio:
'N'amicu 'N'aquila.
NOTA BENE
Tutti e due gli articoli indeterminativi ('na, 'nu) vanno scritti sempre con l'apostrofo davanti, per indicare la caduta della "u" iniziale di "unu"e di "una".
L'ARTICOLO PARTITIVO
Il partitivo è un caso grammaticale che denota
parzialità o mancanza di una specifica identità.
Appartenendo alla tradizione linguistica francese, non trova una precisa corrispondenza nel nostro dialetto che, lo introduce sotto forma di pronome indefinito: certuni, certi, 'ncunu e ndi (ne).
Facciamo qualche esempio:
Certuni pènzanu sempi ca nd'hannu ragiuni.
(Alcuni pensano di avere sempre ragione)
'Ncunu 'i d'iji nd'havi tortu.
Qualcuno di loro ha torto.
Certi cosi non mi piàcinu.
Alcune cose non mi piacciono.
Sordi no' ndi spendivi pe' nnenti.
Di soldi non ne ho spesi per niente.
Talune volte, però, nel linguaggio parlato, il partitivo viene omesso del tutto.
Esempio: Vo' pani? (Vuoi del pane?)
Dammi sordi cà no' ndi nd'haju.
(Dammi dei soldi perché non ne ho)
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LA PREPOSIZIONE
La preposizione è quella parte invariabile del discorso che serve ad unire, nell'ambito di una stessa frase, due parole.
Esempio:
'A casa 'i Pascali. La casa di Pasquale.
PREPOSIZIONE SEMPLICE
'I (di, da)
Esempi:
'I comu parri pari ca nd'ha' ragioni sulu tu.
(Da come parli sembra che hai ragione solo tu)
'I chi sta' parrandu? Di cosa stai parlando?
NOTA: La preposizione «'i» va scritta con l'apostrofo per distinguerla dall'articolo determinativo «i».
A (a)
Esempi:
A mmia: A me.
A ccu' vidisti? Chi hai visto?
NOTA BENE
Come si nota dai due esempi, la preposizione "a" pre senta la caratteristica di raddoppiare la consonante che segue.
Cu (con)
Esempio:
Veni cu mmia ca ti levu eu.
(Vieni con me che ti accompagno io)
Come la preposizione "a", anche la preposizione "cu" presenta la caratteristica di raddoppiare la consonante che segue.
Esempi:
Cu mmia e non Cu mia
Cua ttia e non Cu tia
NOTA
Molti autori preferiscono scrivere le parole allo stesso modo con cui vengono pronunciate nel linguaggio parlato (a mmia, a ttia, ecc.).
Ciò può aiutare il lettore a pronunciare correttamente la frase.
Pe' - Pemmu (per)
Esempi:
Pe' mmia è 'a stessa cosa. Per me è la stessa cosa.
Pemmu nommu vaji. Per non andare.
NOTA Anche la preposizione pe' (come "a" e come "cu") presenta la caratteristica di raddoppiare la consonante che segue.
Esempio:
Pe' ccuntu meu e non Pe' cuntu meu.
In (in)
Esempio:
- In casu non po' veniri, mi telèfuni viatu.
Nel caso tu non possa venire, telefonami subito.
La stessa frase abbreviata:
'N casu non po' veniri, mi telèfuni viatu.
Supa (su – sopra)
Esempio:
Nchjana supa. Vai sopra. – Vieni su.
Tra (tra - fra)
Esempio:
Nd'a vidimu tra nu! Ce la sbrighiamo tra di noi!
PREPOSIZIONI ARTICOLATE
D'u (del - dello)
Esempio:
'A strata è d'u Cumuni La strada è del Comune
D'I (dei – degli - delle)
Esempio:
'U mèritu è d'i fìmmani. Il merito è delle donne
D'A (della)
Esempio:
Perdìu 'a via d'a casa. Ha perso la via di casa.
Sup'o (sul, sullo) - Sup'a (sulla)
Sup'e = Supa i (sui, sugli, sulle)
Sup'a seggia - Sup'o lettu - Sup'e spaji.
C'u (col) - C'a (con la)
Ch'i (coi, con i, con le, con gli)
Mangia c'u stipendiu. Mangia con lo stipendio.
Vinni ch'i parenti. E' venuto coi parenti.
'NT'O - 'NT'A - 'NT'E
Corrispondono a: "inta 'u" = dentro il - nel - nello
"inta 'a" = dentro la - nella
"inta 'i" = dentro le - nelle - negli
'Nt'o cafè. Nel caffè
'Nt'a casa nova. Nella casa nuova
E' sempi 'nt'e pedi. E' sempre tra i piedi.
J'O - J'A – J'E
Corrispondono a: "jani 'u" = dal – dallo (j'o)
"jani 'a" = da – dalla (j'a)
"jani 'i" = dagli - dalle – dai (j'e)
Jivi j'o professori. Sono andato dal professore
Jivi j'a mamma. Sono andato dalla mamma.
Jìu j'è parenti. E' andato dai parenti.
Ô (al, allo) - Â (alla) - Ê (ai, agli, alle)
Si tratta di forme abbreviate delle preposizioni articolate al, allo, alla, ai, agli, alle.
Esempi:
- U levaru ô spitali Lo hanno portato all'ospedale
- Jivi â Standa Sono andato alla Standa
- Ê porti d'a Gejusa Alle porte di Gioiosa
P'o (per il, per lo) - P'a (per la)
P'e (per i, per gli, per le)
Esempi:
Vaju p'o cafè: Vado per il caffè.
Veni p'e festi. Vieni per le feste.
Jìu p'a carni. E' andato a comprare la carne.
Accanto alle preposizioni semplici e articolate – dette proprie – troviamo le preposizioni dette improprie:
Avanti (avanti) Davanti (davanti)
Ô cantu (accanto-rasente) Anita (insieme)
Cuntru (contro) Verzu (verso)
Doppu – Po' (dopo) Passatu (oltre)
Arretu (dietro) D'arretu (di dietro)
Arredi (dietro) D'arredi (di dietro)
Fammenta (finchè) Prima (prima)
'Ntantu (intanto) 'Ntornu (intorno)
Luntanu (lontano) Vicinu (vicino-presso)
Avant'arretu (alla rovescia)
'I bbotta (all'improvviso)
Cchjù o menu (circa)
 storta (alla rovescia)
 diritta (nel senso giusto)
Cu tuttu ca (malgrado)
All’anc’allaria (sottosopra)
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CONGIUNZIONE
La congiunzione serve ad unire due o più frasi, due o più parole, due o più pensieri che formano un unico discorso.
ESEMPI
- Jamu ô cìnima o jamu pe' 'na pizza?
(Andiamo al cinema o in pizzeria?).
- Roccu e Peppi sunnu frati.
Rocco e Giuseppe sono fratelli.
- Dik è 'nu cani bravu, ma troppu movitaru.
(Dik è un cane bravo, ma molto irrequieto).
- Faci troppu friddu, perciò non criju ca nèsciu.
(Fa molto freddo, perciò non credo che uscirò).
- Su' combintu ca tu non mi dici 'a verità.
(Sono convinto che tu non mi dica la verità).
- Non vogghj'u sugnu disturbatu quandu lavuru.
(Non voglio essere disturbato quando sto lavorando).
- Vaju a scola ma volìa megghj'u staju a casa.
(Vado a scuola, ma avrei preferito meglio stare a casa).
- U pagavi 'n'èuru, cioè quasi nenti d'u tuttu.
(L'ho pagato un euro, cioè quasi niente del tutto).
- Non vegnu apposta cà nd'havi ad iju.
(Non vengo perché c'è lui).
- Vegnu puru eu Vengo anch'io.
- Fu promossu cu tuttu ca studiàu pocu.
(E'stato promosso sebbene abbia studiato poco).
Si t'accatti 'u bigliettu po' vinciri.
Se compri il biglietto puoi vincere.
Non sacciu comu fu, ma mi trovu 'nt'e guai.
Non so come sia stato, ma mi trovo nei guai.
'I quantu fici chi nci rescìu.
Dopo quanto ha fatto, ci è riuscito.
U sannu tutti ca nd'havi 'u si marita cu Rosa.
Lo sanno tutti che deve sposare Rosa.
Perdivi tuttu, menu 'i l'onori.
Ho perso tutto, fuorchè l'onore.
Non sacciu si val'a pena. Non so se vale la pena.
LA CONGIUNZIONE FINALE "PEMMU"
La congiunzione "pemmu", che ha significano di affinchè, perchè, che, per, può essere scritta nelle due forme abbreviate 'mu e 'u.
Esempi:
Gridu pemmu senti: Grido perché tu senta.
E' quantu 'mu sai: E' perché tu lo sappia.
E' megghju 'u veni: E' meglio che tu venga.
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L'AGGETTIVO
L'aggettivo è quella parte variabile del discorso che si unisce al nome per descriverne la qualità o per meglio determinare alcuni aspetti.
Esempio:
'A màchina mia è nova: La mia macchina è nuova.
Gli aggettivi si dividono in: aggettivi qualificativi e determinativi.
AGGETTIVO QUALIFICATIVO
Indica sempre una qualità del nome a cui si riferisce e ha tre gradi:
- Positivo: appartengono a tale grado gli aggettivi che esprimono il semplice concetto di una qualità.
Esempio:
'Sta rosa è profumata: Questa rosa è profumata.
- Comparativo: si usa quando si vuole fare il confronto o paragone tra due elementi della stessa frase.
Esempio:
Anna è cchjù arta 'i Rosa: Anna è più alta di Rosa.
- Superlativo. Può essere di due tipi:
Relativo:
Frevaru è 'u jornu cchjù curtu 'i tuttu l’annu.
Febbraio è il mese più corto dell’anno.
Assoluto:
Peppi studia ed è bravisimu.
Giuseppe studia ed è bravissimo.
AGGETTIVO
DETERMINATIVO
L'aggettivo determinativo indica con precisione alcune caratteristiche del nome cui si riferisce.
Esso può essere:
- Possessivo:
MASCHILE FEMMINILE PLURALE
Meu Mia (*) Mei
To' (Toi) Tua Toi
So' (Soi) Sua Soi
Nostu Nosta Nosti
Vostu Vosta Vosti
Loru Loru Loru
(*) Anticamente, al posto di "mia", veniva usato "mea".
Esempio:
'A màchina mia: La mia auto.
Si fac'i fatti so': Si fa gli affari suoi.
L'aggettivo possessivo segue il nome ('A casa mia) e di regola è accompagnato dallo articolo determinativo.
Molte volte si unisce al nome per formare un'unica parola:
Esempi:
Mama Mia madre Pàtrima Mio padre
Sorma Mia sorella Fràtima Mio fratello
Pappuma Mio nonno Nànnima Mia nonna
Missèrima Mio suocero
Fìgghjuma Mio figlio
Fìgghjama Mia figlia.
Nota la peculiarità dei due esempi finali - fìgghjuma e fìgghjama -, dove il maschile si differenzia dal femminile solo per la "u" e la "a" dei suffissi "uma" o "ama".
- Interrogativo: introduce una domanda sulla qualità, la quantità o l'identità dei nomi cui si riferisce.
Esempi:
Quali ti piaci? Quale ti piace?
Quantu custa? Quanto costa?
Quandu veni? Quando vieni?
Chi film ti vidisti? Che film hai visto?
- Esclamativo: introduce una esclamazione e si identifica dal tono della frase.
Esempi:
Quantu mi custi, figghju! Quanto mi costi, figlio!
Chiju chi non fici! Cosa non ho fatto!
Chi bellezza 'stu mari! Ch'è bello questo mare!
- Correlativo: serve a stabilire un confronto.
Esempio:
'U pedaloru pigghja d'a ficara.
(Tale padre, tale figlio – Tale madre, tale figlia)
- Dimostrativo: l'aggettivo dimostrativo determina vicinanza o lontananza da chi parla o da chi ascolta.
Esempio:
Chista casa è becchja: Questa casa è vecchia.
Chija màchina è antica: Quell'auto è antica.
'Ju cristianu è bravu: Quell'uomo è bravo.
'Ja cotrara è beja: Quella ragazza è bella.
Dammi 'ssa maglia: : Dammi codesta maglia
Chissu libru è 'u meu: Codesto libro è mio.
- Numerale: indica il numero delle persone, animali o cose di cui stiamo parlando o la successione in cui vengono presentati (il primo, il secondo ecc.).
Esempi:
CARDINALI: Unu – Ddu' – Tri – Quattru – Cincu…
ORDINALI: Primu – Secundu – Terzu – Quartu…
MOLTIPLICATIVI: Duppiu - Triplu, ecc.
FRAZIONARI: Menzu – 'Nu terzu - 'Nu quartu, ecc.
COLLETTIVI: 'Na para – 'Na dozzina, ecc.
DISTRIBUTIVI: A unu a unu – Tri â vota – Ogni 5.
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L'AVVERBIO
E' una parte invariabile del discorso che serve a modificare il significato di un verbo, un aggettivo o un altro avverbio.
Esempio: E' conzata malamenti: E' messa male.
Gli avverbi si distinguono in:
Avverbi di QUANTITA'
L'assài è com'o nenti: Il troppo è come il niente.
Roccu studia pocu: Rocco studia poco.
Nd'avisti abbastanza: Hai avuto abbastanza.
'U troppu è 'ntròppica: Il troppo inciampa (fa male).
N'h'o (*) vitti affattu: Non l'ho visto affatto.
Su' quasi sicuru: Sono quasi sicuro.
Non vogghju nenti: Non voglio niente.
Ndi vogghju cchjù: Ne voglio ancora.
'Na pitinga 'i pani: Un pezzettino di pane.
Sunnu chhjù o menu i setti? Sono circa le sette.
(*)"N'h'o" racchiude in sè la negazione "non", il pronome "lo" e il verbo "ho", che, unendosi, danno luogo alla frase abbreviata "n'h'o" (non ho lo = n' h' 'o).
Da non confondere con "N'o" che ha valore di "non lo" (senza verbo). Esempio: N'o diri: non lo dire.
NOTA BENE
Nel dialetto gioiosano per dire "di più" si usa accostare due avverbi consecutivi: "cchjù" e "assai".
Esempio: Mariu nd'eppi cchjù assai. Mario ha avuto di più.
Avverbi di LUOGO
Aùndi vai? Dove vai?
'I 'undi veni? Da dove vieni?
Veni cca! Vieni qui!
Scindi sutta: Vieni giù.
Vaji susu e jusu: Va su e giù.
Nchjana supa: Vieni su.
Tras'inta: Vieni dentro
Non ti movir'i jocu! Non ti muovere di lì!
Va' jà: Vai là.
Veni cca ssutta: Vieni quaggiù.
Nchjana cca ssupa: Vieni quassù.
Jam'avanti: Andiamo avanti.
Vi' ch'è cc'avanti. Vedi ch'è fuori.
E' arretu 'i tia: E' dietro di te.
Vicinu a Torino: Presso Torino.
Vicinu a mmia: Accanto a me.
Arrassu 'i nu'! Lungi da noi!
Stamu luntani: Viviamo lontano.
E' davanti â televisioni: E' davanti al televisore.
Fora chjovi a tutta forza: Fuori piove a dirotto.
Accàttalu a 'n'atta vanda. Compralo altrove.
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IL NOME
Il nome è quella parte variabile del discorso che serve ad indicare: cose, persone, animali, idee, concetti, fatti, emozioni, esseri inanimati.
I nomi si distinguono in:
I NOMI COMUNI
Sono quelli che indicano persone, cose,
esseri viventi o non viventi senza distinguerle dalle altre
della stessa specie.
Esempi:
Fìmmana: donna Munti: monte
Figghiolu: bambino Pisci: pesce
Màsculu: maschio Mari: mare
Sono quelli che indicano con esattezza quella persona, cosa ecc. a cui si riferiscono.
Esempio: Vicenzu, Roma, Teveri, Africa.
Sono tutti i nomi di persone, animali o cose che veramente esistono. Esempio:
Cavaju (cavallo) - Seggia (sedia) - Cani (cane).
Sono i nomi attribuiti alle cose non percepibili mediante i sensi: le emozioni, i concetti, le idee.
Esempi:
Bontà: bontà Amuri: amore
Doluri: dolore Peccatu: peccato
Curpa: colpa Malucori: rancore
Piaciri: piacere Dispiaciri: dispiacere
NOMI INDIVIDUALI
Sono quelli che indicano un solo individuo all'interno della stessa specie.
Esempi:
Medicu: medico Spazzinu: netturbino
Sordatu: soldato Vacca: mucca
Navi: nave Scolaru: scolaro.
NOMI COLLETTIVI
Sono i nomi che indicano un insieme di individui del la stessa specie o una pluralità di oggetti pur conservando la parola al singolare.
Esempi:
Banda: banda Mandra: mandria
Brancu: branco Carovana: carovana
Pricessioni: processione Esèrcitu: Esercito
NOMI MASCHILI
- In linea generale, i sostantivi maschili possono uscire in "u" (equivalente all'italiano "o") oppure in "i".
Esempi:
Scifu trogolo
Ajivaru ulivo
Cammareri cameriere
Hjuri: fiore
Ci sono casi in cui un nome, pur uscendo in "u", risulta essere femminile.
Esempi: Manu La mano Radiu La radio
- Sono maschili i nomi dei mesi e dei giorni ad eccezione della Domenica.
Esempio: jennaru (gennaio), frevaru (febbraio), marzu (marzo), luni (lunedì), marti (martedì), ecc..
- I nomi dei monti, dei laghi, dei fiumi, dei mari sono anche maschili.
Esempi: Pantalèu (il monte Pantaleo), Tirrenu il Tirreno), Garda (il Garda), Gallizzi (il Gallizzi).
- Sono maschili pure i nomi dei frutti che terminano in "u".
Esempi:
Pumu Piru Gerasu Citru
Ficu Arangu Anèspulu Prunu
NOMI FEMMINILI
- Sono femminili i nomi che terminano in "a".
Esempi: mamma, terra, banca, casa, ecc.
Eccezione: alcuni nomi, pur terminando in "a", sono maschili e non femminili: clima, dramma, duca, panorama, pianeta, poema, problema, sistema.
- I nomi degli alberi che terminano in "a", sono femminili. Esempi: arangara (arancio), gerasara (ciliegio), granatara (melograno), ecc..
- Sono di genere femminile anche alcuni nomi che terminano in "i":
Esempi:
Viti (la vite) Attrici (attrice) Fami (fame)
Luci (luce) Carni (carne) Tussi (tosse).
- I nomi di città, isole, regioni, nazioni, sono anche femminili.
Esempi: Gejusa (Gioiosa), Sicilia, Italia.
Fanno eccezione:
Piemonti (Piemonte), Laziu (Lazio), Vènetu (Veneto), Abruzzu (Abruzzo), Molisi (Molise), ecc..
- Femminili sono pure molti nomi che terminano in "u".
Esempio: Schjavitù (Schiavitù)
DAL MASCHILE AL FEMMINILE
- La maggior parte dei nomi che terminano in "u" o in "a" formano il femminile cambiando la desinenza in "a" o in "issa".
Esempi:
Zzìu Zzìa
Maestru Maestra
Pèttinu Pettinissa
- I nomi al maschile che terminano in "i" cambiano la desinenza in "a" oppure aggiungono il suffisso "issa":
Esempi:
Giganti Gigantissa
Abati 'Batissa
'Mpermeri: 'Mpermera (infermiera)
- Ci sono dei nomi che, nel formare il femminile, modificano il significato.
Esempi:
Màsculu Fìmmana
Mamma Patri
Troja Verru
Frati Soru
- Moltissimi nomi di animali hanno un'unica forma sia per indicare la femmina che il maschio.
Esempi:
leopardu, tigri, aquila, delfinu, balena, rizza (riccio), sùrici (topo), pettirussu (pettirosso), virduni (verdone), corvu, rinoceronti, rondinella, zzèfrata (lucertola), pantera, ecc.
DAL SINGOLARE AL PLURALE
- I nomi maschili che terminano in "u"
e in "a" formano il plurale cambiando la desinenza in "i".
Esempi:
Gattu Gatti
Pècura Pècuri
Timpagnu Timpagni (coperchi di legno)
- Alcuni nomi terminanti in "u" hanno plurale in "a".
Esempi:
Piru (pera) Pira (pere)
Tùmanu (tomolo) Tùmana (tomoli)
Curteju (coltello) Curteja (coltelli)
- Ci sono dei nomi che, pur terminando in "u", non seguono le due regoli anzidette:
Omu (uomo) Òmani (uomini)
- I nomi che terminano in ca e ga formano il plurale in chi e ghi.
Esempi: Collega Colleghi
Piega Pieghi
Praca Prachi (pietra piatta)
- I nomi che terminano in "cia", "gia" e "giu", formano il plurale in "ci" e "gi".
Esempio:
Balicia Balici (valigie)
Caggia Caggi (gabbie)
'Rologiu 'Rologi (orologi)
- Alcuni nomi, nel formare il plurale,
rimangono invariati (indeclinabili).
Esempi:
Cani Barcuni (balcone) Pedi (piede)
Baruni Cammareri Garzuni (garzone)
- I nomi che terminano in "cu" e "gu", hanno il plurale in "chi" e "ghi".
Esempi: Arcu Archi
Lagu Laghi
Riccu Ricchi
Taccu Tacchi
Gghjìrica Gghjìrichi (tonsure)
Fanno eccezione parole come:
Spacu che non ha plurale.
'Spàracu che al plurale fa 'Spàraci (asparagi).
- Ci sono, infine, dei nomi, detti difettivi, che si usano soltanto al singolare o soltanto al plurale.
Esempi:
Fama Meli (miele)
Cacazza (paura) Coraggiu
Sordi (soldi) Sangu (sangue)
Ferra (attrezzi Fami
Cìciari (ceci) Frascàtuli (polenta)
Siti (sete) Bissu (tipo di stoffa)
Oru (oro) Cacàu (cacao)
Acitu (aceto) Sonnu (sonno)
Occhjali Fòrfici (forbici)
NOMI TRONCHI
- Nel linguaggio parlato, usando il vocativo, i nomi di parentela o di "persone importanti" vengono troncati:
Esempi:
- Cugi' (cugino) - Miche' (Michele)
- Pa' (papà) - Ma' (mamma)
- Baru' (barone) - Marescia' (maresciallo)
- Lo stesso troncamento di sillaba avviene nei verbi che si ripetono nella stessa frase.
Esempio:
Veni cca, ve'! (Vieni qui, vieni!)
- Alcune volte, anche se, nell'ambito della stessa frase, il verbo non si ripete, può essere ugualmente abbreviato:
Esempi:
- Se' (senti) - Sa' chi dicu? (sai che ti dico)
- Vi' ca nd'haj'u ti parru (vedi che ti devo parlare)
Tantissime sono le eccezioni e le difficoltà che si presentano nel formare il plurale o il femminile dei nomi.
Fare un elenco di tutte sarebbe davvero impossibile.
Solo un buon vocabolario può aiutarci a non sbagliare (vedi Gerhard Rohlfs: "Nuovo dizionario dialettale della Calabria" e Luigi Accattatis: "Vocabolario del Dialetto Calabrese").
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IL PRONOME
Il pronome è quella parte variabile del discorso che fa le veci del nome. Ad esempio, invece di dire: "Mariu è sportivu. Mariu joca ô palluni", diremo soltanto: "Mariu è sportivu. Iju joca ô palluni".
Iju (egli) sostituisce il nome Mariu ed è un pronome.
PRONOMI PERSONALI
I pronomi personali sono quelli che rappresentano la persona che parla, che ascolta o la persona, l'animale o la cosa di cui si parla. Sono di due tipi:
PRONOMI PERSONALI SOGGETTO
Indicano la persona che è protagonista dell'azione.
Eu (abbreviato e') Io
Tu Tu
Iju - Ija Egli – Ella
Nui (forma atona nu') Noi
Vui (forma atona vu') Voi
Iji Essi – Esse - Loro
NOTA BENE
In genere il pronome personale soggetto viene unito al verbo che lo segue:
Sbagghjàstivu: Avete sbagliato.
Altre volte, per sottolineare l'azione, il pronome viene usato due volte: Vu' sbagghjàstivu (Voi avete sbagliato)
PRONOMI PERSONALI COMPLEMENTO
Vengono usati quando nella frase il pronome svolge una funzione diversa da quella di soggetto.
Essi sono:
Mi (forma atona: m')
Mi dissi ch'è 'mpegnatu. Mi ha detto ch'è impegnato.
M'a dici 'na cosa? Me la dici una cosa?
Ti (forma atona: t')
Parra ca ti sentu Parla che ti ascolto
T'u dissi. Te l'ho detto.
Si - Nci (forme atone: s' – nc')
U 'ntisi Lo ha sentito
Dinci c'o spettu. Digli che lo aspetto.
Ndi (forma atona: nd')
Nd'a tornàu viatu. Ce l'ha restituita subito.
Vi (forma atona: v')
'Sta cosa non vi meri. Ciò non vi onora.
Se non vi piaci, pacenza! Se non vi piace, pazienza!
Nci – Si (terza pers. pl. - Forme atone: nc' - s')
Nc'i pigghjaru. Glieli hanno presi.
S'i pigghjaru tutti. Se li son presi tutti.
NOTA BENE
I pronomi personali, quando incontrano un verbo al modo imperativo o al gerundio, vi si uniscono per formare un corpo unico.
Esempi:
Accàttanci 'u libru. Compragli/le il libro.
Mangiatillu! Mangiatelo!
Fanci 'na proposta. Fagli/le una proposta.
Dinci ca vaju. Digli che andrò.
Fancilla pe' dispettu! Fagliela per dispetto.
Pensanduci beni… Pensandoci bene…
Guardandula bbona... Guardandola bene…
I pronomi personali riflessivi indicano che l'azione compiuta dal soggetto "si riflette" sul soggetto stesso.
Essi sono:
Mi – Ti – Si (singolare)
Ndi – Vi – Si (plurale)
Esempi:
Mi lavavi. Mi sono lavato.
Ti prejasti? Sei contento?
Si staci divertendu. Si sta divertendo.
Ndi vidimma. Ci siamo visti.
Vi ripentiti. Vi pentirete.
Si salutaru. Si sono salutati.
PRONOMI INTERROGATIVI
Si chiamano interrogativi o escalmativi i pronomi che si usano nelle frasi interrogative ed esclamative.
Essi sono:
Cu' (chi) Chi (che – che cosa) Aùndi (dove)
Quali Quantu Quandu Comu (come)
Esempi:
Cu' vincìu? Chi ha vinto?
Chi ddici? Che dici?
Comu si chjama? Come si chiama?
Quantu custa? Quanto costa?
Quali ti malucori! Quale rancore!
PRONOMI DIMOSTRATIVI
Si chiamano dimostrativi o indicativi quei pronomi che indicano con precisione la persona, la cosa o lo animale di cui si sta parlando:
Chistu - 'Stu (questo) - Chissu – 'Ssu (codesto)
Chista - 'Sta (questa) – Chissa – 'Ssa (codesta)
Chisti - 'Sti (questi/e) – Chissi – 'Ssi (codesti/e)
Chìju - 'Ju (quello)
Chìja - 'Ja (quella)
Chiji - 'Ji (quelli/e)
Esempi:
Chista casa è 'a stessa 'i chija.
Questa casa è uguale a quella.
Chissu libru è com'a chiju.
Codesto libro è come quello.
'Sta casa è vecchia, chija è nova.
Questa casa è vecchia, quella è nuova.
PRONOMI INDEFINITI
Si chiamano indefiniti o inderminativi quei pronomi che riferiscono a persone non determinate.
- Ognunu - Ncunu (qualcuno)
- Certuni - Tutti
- Unu - Una
- Nuju (nessuno) - Attu
Esempi:
N'o ferma nuju. Non lo ferma nessuno.
U dinnu tutti. Lo dicono tutti.
Parramu d'attu. Parliamo d'altro.
Ognunu sapi chi faci. Ognuno sa quel che fa.
Certuni sbàgghjanu. Certuni sbagliano.
Vinni una 'u ti trova. Ti cercava una donna.
PRONOMI POSSESSIVI
I pronomi possessivi hanno quasi la stessa forma degli aggettivi possessivi. Essi sono:
SINGOLARE PLURALE
Mia Mei – Me' (mie - miei)
Tua Toi - To' (tue – tuoi)
Sua Soi – So' (sue – suoi)
Nosta (nostra) Nosti (nostri – nostre)
Vosta (vostra) Vosti (vostre – vostri)
Loru (loro) 'I l'atti (degli altri)
Esempi:
Eu fazz'u lavuru meu, iju faci 'u so'.
Io faccio il mio l'avoro, lui fa il suo.
Chistu libru è 'u meu. Questo libro è mio
Sti hjuri su' com'e toi. Questi fiori sono ceme i tuoi
PRONOMI RELATIVI
Si chiamano pronomi relativi o congiuntivi quelle parti del discorso che sostituiscono un nome e contemporaneamente mettono in relazione (congiungono) due proposizioni.
Essi sono:
Chi (che - del quale – il quale – al quale, ecc…)
Cu' (chi – riferito a persona)
Esempi:
'A cotrara chi vincìu è figghjama.
La ragazza che ha vinto è mia figlia.
'A casa chi dicìamu è chija.
La casa della quale si è parlato è quella
Cu' campa mangia pani…
Chi vivrà mangerà pane.
Cu' voli anda e cu' no' cumanda.
(Chi vuole davvero una cosa se la va a trovare da sé, chi non la
vuole, invece, incarica gli altri).
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LE INTERIEZIONI
L'esclamazione o interiezione
è una parte invariabile del discorso che serve ad esprimere
un'emozione o uno stato d'animo.
Esempi:
Dolore: Aja! Esultanza: Ebbiva! Allarme: Focu!
Meraviglia: Mìzzica! Incredulità: Ov'è!
Incoraggiamento: Jamu! Soddisfazione: Ah!
Impazienza o noia: Uffa! Scongiuro: Arrassusìa!
Speranza: Macari! (magari!) - Fussu! (volesse Iddio!)
Inoltre: Càspita! – Caspitina! – Catinazzu!
Gesummaria! - Gesu! (senz'accento) - Amaru!
LOCUZIONI ESCLAMATIVE
Sono proposizioni formate da due o
più parole.
Pòveru mia! (Povero me!)
Ddiu 'u ndi lìbera! (Dio ce ne liberi!)
Chi lincriscimentu! (Che noia!)
Chi virgogna! (Che vergogna!)
Chi schifu! (Che schifo!)
Ddi' meu! (Dio mio!)
Benedittu Ddiu! (Benedetto Iddio!)
Si ssapìa! (Se l'avessi saputo!)
Pe' ll'ànima d'i morti! - Fora malochju!
Arrass'i tutti! - Pe' ccarità! – Pari mai!
INTERIEZIONI IMITATIVE
Sono quelle parole o gruppi di lettere con le quali cerhiamo di imitare i suoni o i versi degli animali (vedi "Voci onomatopeiche" a pagina 94).
Din-don-dan Tic-tac Miau Cìu-cìu
Chicchirichì Co-co-co Bau Bèe
Ciuff-ciuff Pi-pi Boom! Cri-cri
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La pagina che avete consultato non ha assolutamente la pretesa di essere una grammatica; si tratta semplicemente di una semplice guida al dialetto gioiosano, come si legge e come si scrive.
Per la
stesura del suddetto lavoro mi sono servito esclusivamente delle
conoscennze pratiche personali, che ho cercato si trasferire
sulla carta in modo semplice e genuino.
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Mail: tiziano.rossi@libero.it - Home Page: www.lagrandegioiosa.it |
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