IL  DIALETTO  GIOIOSANO
 


 



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ORIGINI  DEL DIALETTO  CALABRESE

  


       Cominciamo col dire che esiste una netta differenza tra il dialetto e il vernacolo:

 - per dialetto s'intende la lingua parlata dalle persone che vivono in un'area geografica più o meno limitata;

- per vernacolo s'intende, invece, la lingua tipica di un paese, che differisce dal dialetto comune.

 

        Il linguaggio calabrese, in tutte le sue varianti, è un linguaggio più parlato che scritto. Questo per la presenza di svariate culture locali, difficilmente riassumibili in vere e proprie grammatiche dialettali.

Non si dimentichi che la Calabria, per secoli, è stata proscenio di tantissimi popoli che hanno lasciato i segni del loro passaggio in un continuo sovrapporsi di lingue, storia, arte e cultura provenienti da ogni dove.

Il nostro dialetto, difatti, storicamente, ha risentito moltissimo della presenza in Calabria di Greci, Italici, Bruzi, Romani, Goti, Saraceni, Bizantini, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Francesi e Borboni.

        Riprendendo il discorso di partenza, dobbiamo dire che il "gioiosano" è un linguaggio che si è trasmesso verbalmente; forse per questo, possiede ricchezza e povertà, al contempo.

Ciò spiega anche il perchè, molte volte, per saperne di più, ci si rivolge alla tradizione popolare, intesa non come nostalgia del passato, ma come ricerca "morale e storica delle nostre radici".

Ad esempio, le canzoni, i proverbi, le poesie, le serenate, i modi di dire, hanno sempre rappresentato un genuino documento d'importanza storica, in assenza del qua le non avremmo mai potuto conoscere il fascino misterioso del mondo di una volta.

      Documenti verbali provenienti da cantori e poeti, per lo più contadini, i quali, non sapendo leggere e scrivere, affidavano le loro composizioni alla propria memoria.

Opere genuine che esaurivano, ahimè, la propria esistenza con la morte dell'autore, lasciando traccia di sè solo nella mente delle persone che, ascoltandole e imparandole a memoria, potevano tramandarle a noi (sia pure in modo incompleto e disordinato), grazie alla cultura dei figli che cominciavano a frequentare le prime "scuole" dell'epoca.

Ma ormai era troppo tardi: il meglio di queste magnifiche opere era già svanito da secoli.

      Altra cosa da mettere in chiaro è che la "lingua" e il "linguaggio" di un popolo sono due cose ben diverse:

 

- la lingua è il mezzo col quale si comunica con le per sone, mediante regole ben precise;

- il linguaggio, invece, si presenta sotto forma di dia letto o gergo e si collega direttamente alle tradizioni popolari (specie a quelle legate al mondo contadino, come già accennato).

 

      Purtroppo la moderna scolarità ha quasi provocato la scomparsa totale del dialetto che, nonostante tutto, rimane ancora patrimonio degli anziani.

Lo studioso Gerhard Rohlfs asserisce che "la Calabria non costituisce nè un'unità etnografica nè un'unità linguistica".

 

Infatti, la popolazione della Calabria settentrionale differisce di molto da quella della Calabria meridionale sia per carattere che per abitudini di vita.

"… Percorrendo la Calabria,"continua il Rohlfs - partendo da Cosenza e scendendo verso Reggio, ci si accorge come, ad esempio, cambia il copricapo degli uomini. Dal classico cappello (cappeju) di feltro a forma conica, indossato dai contadini e dai pastori cosentini, si passa a un copricapo di lana azzurra a forma di lungo sacco (50-60 cm.) detto "barritta longa".

 Ed è proprio vero, in quanto, il processo di romanizzazione della nostra terra cominciò dalla parte nord della regione, dove già abitavano i Lucani e i Bruzi (discendenti dei Romani).

La romanizzazione nel sud della Calabria fu molto più lenta a causa dell'ostacolo che i Romani incontrarono nei Greci, insediati nelle zone costiere e nell'entroterra.

Si verifica, allora, che mentre il nord calabrese forma, col Mezzogiorno d'Italia, una certa unità linguistica, il dialetto della Calabria del sud manifesta, invece, una netta diversità, per avere risentito delle Comunità grecaniche.

Proprio per tale motivo, in conclusione, il dialetto calabrese può considerarsi diviso in due grandi categorie linguistiche:

 

- quello della Calabria bruzia o latina (Calabria Citeriore);

- quello della Calabria greca o grecanica (Calabria Ulteriore).

 

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COME SI  LEGGE - COME  SI  SCRIVE

 


       Dare una risposta precisa a quanti si chiedono "
perché non esiste una vera grammatica della lingua calabrese", non è per niente facile.

 

Forse la risposta è da ricercarsi nel fatto che in Calabria non esistono due paesi che parlano lo stesso dialetto.

Non solo!

Possiamo, addirittura, dire che, nell'ambito dello stesso paese, passando da un rione all'altro, molte volte, il dialetto presenta differenze davvero notevoli.

 Senz'altro, sarà stata questa una delle principali motivazioni per cui molti studiosi hanno dovuto gettare la spugna di fronte alla grande difficoltà di creare una grammatica che riuscisse, facilmente, a raccogliere in sè le migliaia e migliaia di varianti ed eccezioni, tipiche della lingua calabrese.

Sfogliando, quindi, questa minuscola "Guida al dialetto gioiosano" non ci si stupisca se, nel suo contesto, una determinata frase sarà scritta a volte in un modo e a volte in un altro.

Ciò è stato dettato dal fatto che, nel portare avanti il lavoro, spesso ci siamo trovati di fronte a centinaia di problemi del tipo:

Si deve scrivere:

 Ogni paìsi nd'havi 'u dialettu soi?


 O è meglio usare l'abbreviazione (forma atona):


Ogni paìsi nd'hav'u dialettu so'?

 

Scegliendo il primo modo «nd'havi 'u dialettu soi» si darebbe più senso alla frase, scritta nella sua interezza grammaticale; scegliendo, invece, «nd'hav'u dialettu so'», si darebbe più senso alla fonetica, avvicinando il lettore di più alla lingua parlata.

Ad ogni modo, quando si vuole ottenere un'abbrevia zione del genere, nel linguaggio parlato, la vocale "u" si trasforma in "o", in "e" o in "i", come nei seguenti esempi:


              Chjama 'u cani
  (normale):          Chiama il cane.

      Chjam'o cani o Chjam'u cani   (modo abbreviato)

      Comu i cani  (normale):               Come i cani.

      Com'e cani    o    Com'i cani      (modo abbreviato)

 

In linea generale, si ricorre all'abbreviazione della frase quando s'incontrano due parole, una che termina e l'altra che inizia per vocale.

Di seguito riportiamo alcuni esempi.

 

1° Esempio

Grida pemmu è sentutu.    Grida per esser ascoltato.

In tal caso ci troviamo di fronte alla congiunzione "pemmu" - che termina per vocale -, e il verbo "è" (vocale accentata). L'abbreviazione della frase si ottiene, allora, facendo cadere la "u" finale di "pemmu" e inserendo al suo posto l'apostrofo, seguito dalla "è" del verbo.

Grida pemm'è sentutu.

 

2° Esempio.  In una frase del tipo:

Mi du' 'nu pocu 'i pani?        (Mi dai un po' di pane?),

la forma atona potrebbe creare delle difficoltà, in quanto, seguendo la regola sopra illustrata, l'abbreviazione dovrebbe essere:    Mi du' 'nu poc'i pani?

Ma qual'è il significato di "poc'i" (poci)? Nessuno!

Per ottenere, allora, la giusta pronuncia di "poco", bi sognerà inserire la lettera "h" tra la "c" e la "i".

L'abbreviazione sarà:      Mi du' 'nu poch'i pani?

 

3° Esempio.  Altra frase non facilmente abbreviabile è:   

Ndi vidimu ê setti.     Ci vediamo alle sette.

Qui bisogna tener conto della preposizione articolata "alle" che, in gioiosano, va tradotta con "ê".

L'abbreviazione sarà quindi:    Ndi vidim'ê setti.

Molte volte, però, nel linguaggio comune si suole dire e scrivere:  Ndi vidim'i setti.  Ma che senso ha una frase del genere? Quali "sette" vedremo?…

Cercheremo, comunque, per quanto ci è possibile, durante l'illustrazione degli esempi, di usare ambedue le forme: quella normale e quella abbreviata. Tutto questo al fine di far gustare al lettore il dialetto in tutte le sue varianti sia fonetiche che grammaticali.

Ma, prima di cominciare, è doveroso tenere presente che l'alfabeto gioiosano è composto da 22 lettere:
 

A B C D E F G H I J L M N O P Q R S T U V Z

 Oggi è completamente scomparsa la lettera "c", che stava ad indicare il suono del nesso "hj", incontrato, ad esempio, nelle parole: curi: hjuri   o   cumara: hjumara.

 

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USO  DELL'ACCENTO


 

Per quanto concerne l'uso delle parole accentate, si tengano presenti le seguenti regole:

a) se l'accento cade sulla penultima sillaba, esso non va mai scritto.

Esempio:

Milanu  -  Treninu  -  Professionismu

 

b) se l'accento cade sulla terzultima sillaba (parole sdrucciole), va rigorosamente scritto (anche per agevolar larne la pronuncia).

Esempio:    Fràbbica  -  Majòlica  -  Mànica.

 

L'uso dell'accento è importantissimo in quanto ci fa capire la differenza di significato di una parola, scritta "con l'accento" e "senz'accento".

Esempio:

Càntaru:  Vaso da notte.

Cantaru:  Peso antico equivalente a 100 rotoli, cioè 90 chili.

 

c) Vanno, inoltre, accentate le parole che contengono i dittonghi:

      ái - áu  (simmái - cantáu)

      éi - éu  (vintiséi)

      ía - íu  (vidía - finíu – chjudíu)

 

  

NOTA BENE

 

Per quanto concerne l'uso dell'accento, a rigore di grammatica, dovremmo distingure l'accento grave da quello acuto; ma qui, per semplicità di scrittura e per non appesantire la trattazione, useremo solamente quello grave (à – è – ì – ò – ù).

 

 


FRASI  IMPERSONALI

Anticamente le frasi impersonali venivano introdotte, dalla voce verbale "iju dici" ("si dice").

Esempio:

                      Iju dici ca chjovi:                 Si dice che pioverà.

 

Ma l'aggiunta di "iju" avveniva anche nelle frasi indicanti esclamazioni o meraviglia.

 

Esempio:         Iju chjovi!       Piove!

 

 


OSSERVAZIONI  IMPORTANTI
 

1) Il suono dei nessi "ja – je - ji – jo - ju", sebbene di origine latina, avrà certamente subito il fascino francese della "elle mouillé", regola seguendo la quale la doppia "L" si pronuncerebbe come la "j" della parola "Jonio".

Esempi:            

              Caju       Callo                 Beju      Bello

              Suja       Sulla (erba)        Ija      Ella (lei)

 

Fanno eccezione parole come "pollu, ballu, bullu, ecc.", che conservano la pronuncia originale dell'italiano.

 

 

2) Il "", di chiara origine francese, sta in luogo di "perché" esplicativo e si scrive con l'accento:

        Non vinni cà nd'eppi chi fari.

        (Non sono venuto perché ho avuto da fare)

 

        "Ca", scritto senz'accento ha, invece, valore relativo.

        Sugnu sicuru ca veni.     Sono sicuro che verrà.

 

 

3) La consonante "h" dev'essere sempre seguita dalla "j"; le sillabe che ne derivano (chja – chje – chji – chjo - chju), hanno un suono che si ottiene piegando al l'indietro la lingua, contro il palato (quasi come la pronuncia di "chjove: piove", dei napoletani).

Esempi:

Chjuppu:   Pioppo     -     Acchjappa:   Acchiappa

 


        4)
La stessa cosa avviene per le sillabe con doppia "g": "gghja – gghje – gghji – gghjo - gghju", che conservano lo stesso suono palatale di "chj" (con la "gg"al po sto della "c").

Esempi:

Gghjòmmaru:   Gomitolo   -    Gghjìrica    Tonsura

 

 

5) La medesima pronuncia vale per i gruppi "nch" (nchjanari: salire) ed "ngh" (unghja: unghia).

 

 6) La lettera «h» - singola e doppia - oltre ad essere seguita dalla "j", assume un suono particolare palatale che corrisponde a quello della lettera greca "c".

Esempio:     Hjuhhja 'u luci:      Soffia il fuoco.

 

        7) Le sillabe "tra – tre – tri – tro -  tru   e   stra – stre – stri – stro - stru", vanno pronunciate con un suono che ricorda la pronuncia del numero trhee (3) o della parola tree (albero) della lingua americana.

Ci sono dei casi in cui, però, il gruppo "str", perde la "r" e si pronuncia "st".

Esempi:   Mastru        (mastro):        si pronuncia    mastu.

 

       8) Il gruppo "cgh" va pronunciato con un suono naso-gutturale che proviene dalla parte posteriore del palato, quasi si trattasse di una doppia "h" aspirata.

Esempio:

Ràcghatu:     Respiro "catarroso".

 

     
         9)
La "n" seguita da "p" o da "b" si pronuncia come si trattasse di una "m".

'N paci (*)        pronuncia              'm paci

'N biancu      pronuncia                 'm biancu

 (*) Nota come la preposizione semplice "in" perde la "i", diventando 'n.

  


       10)
In moltissime parole i gruppi "nq" ed "sq" vanno scritti e pronunciati "nc" ed "sc".

Esempi:   Cinque:            Cincu  

          Pasqua        Pasca

Fanno eccezione parole come Squatra, Cinquanta, ecc.

 


        11)
La "z" singola viene pronunciata con suono dolce, come in italiano nella parola "zanzara".

Esempio:

Zimbili:        Fiscoli.

 

Se, invece, la zeta è doppia (zz) assume un suono sor do, simile a quello che s'incontra pronunciando il vocabolo "strapazzo".

Esempi:     Zzoju   Strofinaccio           Zzappa   Zappa.

 


        12)
La consonante "v", nel linguaggio parlato, spesso viene sostituita dalla "b".

Esempio:

Non vaju  si pronuncia   Non baju        Non vado

 


       13)
Nella stragrande maggioranza, la lettera "b" a inizio parola, si pronuncia come fosse doppia.

Esempio:

Chistu non è bonu:        Chistu non è bbonu.

(Questo non è buono)

 

      
        14)
Al fine di evitare ambiguità, nel linguaggio sia parlato che scritto, alcune consonanti, ad inizio parola, vengono raddoppiate. Esempi:

 

A mmia:   A me.       A ccu' vidisti?   Chi hai visto?

 

       Il primo esempio, pronunciato con la doppia "m" iniziale (a mmia) significa "a me"; pronunciato, invece, con una sola "m" significa "la mia". Da qui l'importanza di anteporre l'apostrofo davanti alla vocale "a" (articolo) per distinguerla dalla "a" preposizione semplice.

  

 

15) Nel passato remoto del verbo avere (nd'aviri), la doppia "b" cambia in "pp".

Esempio:

No' nd'ebbi (non ebbe), si pronuncia   No' nd'eppi.

 

N.B. In alcuni casi la consonante iniziale della paro la si raddoppia solo per enfatizzare la stessa.

Esempio:

Dìu    si pronuncia    Ddìu      Dio

 

 

16) Il gruppo "ng", al contrario di come avviene in italiano, nel nostro dialetto può trovarsi ad inizio parola.

Davanti alle vocali "a, o, u" ha un suono simile a quello della parola singulto; davanti ad "e, i" il suono è uguale a quello della parola ingegnere.

Esempi:

Nguta:          Dolce tipico del periodo pasquale.

'Ngija: (*)      Anguilla.

(*) Nota come l'apostrofo davanti alla parola 'Ngija sta ad indicare la caduta della "A" di Angija.

 

 

CURIOSITA'  CACOFONICA

 

Nel dialetto gioiosano esiste una particolare voce onomatopeica che ricorda il "din-don-dan", tipico delle campane.

Tale può essere il suono provocato dalla pronuncia del gruppo "nd", che ricorre in moltissime parole del nostro dialetto.

 

Ascoltate, ad esempio, il suono provocato dalla frase "Tu ci devi dare soldi! Ne hai e ce li devi dare" che, tradotta in dialetto… Sforzatevi a leggere, usando, per quanto vi è possibile, la giusta pronuncia, e notate che musica!

Tu nd'h'o ndi ndu' ndi-ndi!

Ndi nd'ha' e nd'h'o ndi ndu'!

 

Dove:

Nd'h'o ndi (nd'hai 'u ndi) equivale a "ce li devi".

       Ndu', assume il significato di dare.

 

 

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L'ARTICOLO

 

 

L'articolo è quella parte variabile del discorso che si mette davanti al nome o ad altre parti del contesto allo scopo di:

 

- indicare il numero e il genere del nome che segue;

- indicare se la cosa o persona a cui si riferisce è stabilita con precisione o genericamente.

 

Esempi:

'U figghjolu staci jocandu 'nt'a ll'ortu

Il bambino sta giocando nell'orto  (forma specifica).

 

'Nu figghjolu staci jocandu 'nt'a ll'ortu.

Un bambino sta giocando nell'orto  (forma generica).

  

Come in italiano anche nel nostro dialetto troviamo:

- articoli maschili e femminili;

- articoli singolari e plurali;

- articoli determinativi e indeterminativi.

 

Ma, nel nostro dialetto, il ruolo fondamentale dell’articolo è quello di distinguere il singolare dal plurale (sono moltissime, infatti, le parole che hanno la stessa uscita sia al singolare che al plurale).

Esempio:

'A mugghjeri  (la moglie)    -  I mugghjeri  (le mogli).

'U barveri  (il barbiere)       -  I barveri  (i barbieri)

 

Analizziamo, con esempi pratici, l'uso e il significato di ciascuno degli articoli esistenti nel gioiosano scritto e parlato.


 


ARTICOLO  DETERMINATIVO

 

L'articolo si dice determinativo quando determina con chiarezza il nome a cui si accompagna.

 

Per il singolare maschile viene usato:

 

'U  =  il  –  lo

 

Esempi:

Dammi 'u pani:            Dammi il pane

Damm'u pani.              Nella forma abbreviata.

  

 

NOTA BENE

«'U» va scritto sempre con l'apostrofo davanti (in quanto indica la caduta della "l", contenuta nell'articolo originario "lu"); nel caso contrario può avere valore di:

 

- pronome dimostrativo

U vidi jà.          Eccolo lì.

 

- pronome personale

U vitti arzira e nci parravi.

(L'ho visto ieri sera e gli ho parlato).

 

 

L'unico caso in cui «'u», pur scrivendosi con l'apostrofo davanti, non è articolo, ci viene offerto dalla congiunzione finale «'u» (forma abbreviata di "pemmu", che può essere scritta «'mu» oppure «'u»).

Esempio:

Eu diciarrìa 'u veni:     Io ti consiglierei di venire.

 

 

Al singolare femminile si usa l'articolo:

 

'A   o   L'   =    la

 

Anche qui, si suole mettere l'apostrofo davanti alla "a" per indicare la caduta della "l" dell’articolo "la".

Esempio:

- Ti piaci 'a casa mia?     Ti piace la mia casa?

 

 

- Davanti ai nomi che iniziano per vocale si usa «l'» anziché 'a. Esempi:

         L'elica       L'acqua     L'India

 

 

Talune volte, però, anche se la parola inizia per vocale (ad esempio, "amica"), viene usato ugualmente l'articolo «'a». In tal caso si fa cadere la vocale iniziale "a" di amica ed è come se la parola iniziasse per consonante.

Esempio:

'A 'mica sua         meno usata    L'amica sua.

'A 'muri soi            meno usata    L'amuri soi.

 

 

- Nel linguaggio parlato spesse volte l'articolo «'a» si unisce al verbo che lo precede. Esempio:

Dammi 'a pinna     Damm'a pinna    (Dammi la penna)

 

- In alcuni casi l'articolo viene addirittura omesso:

Nott'i domìnica    anzicchè    'A nott'i domìnica

 

 

- Eccezion fatta per i modi proverbiali (es.: Mèrcuri inta, settimana fora), i nomi dei giorni della settimana vo gliono sempre l’articolo:   'A domìnica    -    'U mèrcuri.

 

 

 

QUANDO  «'A»  NON  E'  ARTICOLO

 

"A", scritta senz'apostrofo davanti, non è da ritenersi articolo ma pronome personale oppure preposizione semplice.

Esempi:

A vìttaru arzira:    L'hanno vista ieri sera. (Pronome)

 

Jiru a Milanu:   Sono andati a Milano. (Preposizione).

 

 

Al plurale (sia maschile che femminile) viene usato l'articolo:

I   =  i  -  le  -  gli

 

Esempio:

Ti piàcinu i cosi 'i l'atti.

Ti piacciono le cose degli altri.

 

Nella frase si noti la presenza delle due "i" scritte in modo diverso:

- la prima, scritta senz'apostrofo, per indicare l'articolo determinativo;

- la seconda, scritta con l'apostrofo, per indicare la preposizione semplice "di".

 

In alcuni casi la "i" senz'apostrofo ha valore di pronome personale.

Esempio:

I canuscivi sup'o trenu:    Li ho conosciuti sul treno.

 

Altre volte ha valore di pronome dimostrativo.

Esempio:

I vidi cca?      Eccoli qui?

 

 

 

ARTICOLO  INDETERMINATIVO

 

L'articolo indeterminativo non determina con chiarezza il nome a cui si riferisce, ma lo indica su un piano generico:

Esempio:    M'accattavi 'na màchina nova.

L'articolo indeterminativo non ha la forma al plurale, ma solamente il maschile ed il femminile singolare.

 

Al maschile:

'NU  (unu)  =   Un – Uno

 

'NU si usa davanti ai nomi che iniziano per consonante.

Esempio:      'Nu sordatu     –     'Nu paìsi

 

 Al femminile:

'NA  (una)  =   UNA

 

'Na fìmmana    Una donna.

 

Davanti ai nomi che iniziano per vocale viene usato «'N'» (sia per il maschile che per il femminile).

Esempio:

'N'amicu           'N'aquila.

 

 

NOTA BENE

 Tutti e due gli articoli indeterminativi ('na, 'nu) vanno scritti sempre con l'apostrofo davanti, per indicare la caduta della "u" iniziale di "unu"e di "una".

 


 

L'ARTICOLO  PARTITIVO

 
        Il partitivo è un caso grammaticale che denota parzialità o mancanza di una specifica identità.

Appartenendo alla tradizione linguistica francese, non trova una precisa corrispondenza nel nostro dialetto che, lo introduce sotto forma di pronome indefinito:  certuni, certi, 'ncunu e ndi (ne).

Facciamo qualche esempio:

 

Certuni pènzanu sempi ca nd'hannu ragiuni.

(Alcuni pensano di avere sempre ragione)

 

'Ncunu 'i d'iji nd'havi tortu.

Qualcuno di loro ha torto.

 

Certi cosi non mi piàcinu.

Alcune cose non mi piacciono.

 

Sordi no' ndi spendivi pe' nnenti.

Di soldi non ne ho spesi per niente.

 

 Talune volte, però, nel linguaggio parlato, il partitivo viene omesso del tutto.

 Esempio:               Vo' pani?              (Vuoi del pane?)

Dammi sordi cà no' ndi nd'haju.

(Dammi dei soldi perché non ne ho)


 

 

 

 

 


LA  PREPOSIZIONE

 

 

La preposizione è quella parte invariabile del discorso che serve ad unire, nell'ambito di una stessa frase, due parole.

Esempio:

'A casa 'i Pascali.          La casa di Pasquale.

 

 
 

PREPOSIZIONE  SEMPLICE

 

'I     (di, da)

Esempi:

'I comu parri pari ca nd'ha' ragioni sulu tu.

(Da come parli sembra che hai ragione solo tu)

 

'I chi sta' parrandu?     Di cosa stai parlando?

 

NOTA: La preposizione «'i» va scritta con l'apostrofo per distinguerla dall'articolo determinativo «i».

 

      (a)

Esempi:

                   A mmia:                       A me.

                   A ccu' vidisti?              Chi hai visto?

 

 

NOTA BENE

Come si nota dai due esempi, la preposizione "a" pre senta la caratteristica di raddoppiare la consonante che segue.

 

 

Cu     (con)

Esempio:

Veni cu mmia ca ti levu eu.

(Vieni con me che ti accompagno io)

 

Come la preposizione "a", anche la preposizione "cu" presenta la caratteristica di raddoppiare la consonante che segue.

Esempi:

 

  Cu mmia          e non                  Cu mia

  Cua ttia            e non                  Cu tia

 

 

NOTA

Molti autori preferiscono scrivere le parole allo stesso modo con cui vengono pronunciate nel linguaggio parlato (a mmia, a ttia, ecc.).

Ciò può aiutare il lettore a pronunciare correttamente la frase.

 

 

Pe'  Pemmu   (per)

 

Esempi:

Pe' mmia è 'a stessa cosa.      Per me è la stessa cosa.

Pemmu nommu vaji.              Per non andare.

 

 

NOTA Anche la preposizione pe' (come "a" e come "cu") presenta la caratteristica di raddoppiare la consonante che segue.

Esempio:

Pe' ccuntu meu         e non        Pe' cuntu meu.

 

 

In     (in)

Esempio:

- In casu non po' veniri, mi telèfuni viatu.

Nel caso tu non possa venire, telefonami subito.

 

La stessa frase abbreviata:

 

'N casu non po' veniri, mi telèfuni viatu.


 

Supa   (su – sopra)

 

Esempio:

Nchjana supa.              Vai sopra. – Vieni su.

 

 

Tra     (tra - fra)

 

Esempio:

Nd'a vidimu tra nu!      Ce la sbrighiamo tra di noi!



 

 

PREPOSIZIONI  ARTICOLATE

 

D'u     (del - dello)

 

Esempio:

'A strata è d'u Cumuni    La strada è del Comune

 

 

 

D'I     (dei – degli - delle)

 

Esempio:

'U mèritu è d'i fìmmani.        Il merito è delle donne

 

 

D'A    (della)

 

Esempio:

Perdìu 'a via d'a casa.         Ha perso la via di casa.

 

 

Sup'o   (sul, sullo)   -   Sup'a   (sulla)

Sup'e = Supa i   (sui, sugli, sulle)

 

Sup'a seggia   -   Sup'o lettu   -   Sup'e spaji.

 

 

C'u    (col)   -   C'a    (con la)

Ch'i     (coi, con i, con le, con gli)

 

Mangia c'u stipendiu.         Mangia con lo stipendio.

Vinni ch'i parenti.              E' venuto coi parenti.

 

 

'NT'O   -   'NT'A  -    'NT'E

 

Corrispondono a:  "inta 'u"   =  dentro il  -  nel  -  nello

                           "inta 'a"   =  dentro la  -  nella

                           "inta 'i"    =  dentro le  -  nelle  -  negli

 

'Nt'o cafè.                               Nel caffè

'Nt'a casa nova.                      Nella casa nuova

E' sempi 'nt'e pedi.                  E' sempre tra i piedi.

 

 

J'O  -  J'A  –  J'E

 

Corrispondono a:         "jani 'u"  =  dal – dallo  (j'o)

                                 "jani 'a"   =  da – dalla   (j'a)

                                 "jani 'i"    =  dagli - dalle – dai (j'e)

 

   Jivi j'o professori.             Sono andato dal professore

   Jivi j'a mamma.                 Sono andato dalla mamma.

   Jìu j'è parenti.                   E' andato dai parenti.

 

   

Ô  (al, allo)  -  Â  (alla)  -  Ê  (ai, agli, alle)

 

Si tratta di forme abbreviate delle preposizioni articolate al, allo, alla, ai, agli, alle.

Esempi:

- U levaru ô spitali             Lo hanno portato all'ospedale

- Jivi â Standa                    Sono andato alla Standa

- Ê porti d'a Gejusa            Alle porte di Gioiosa

 


 

P'o   (per il, per lo)  -  P'a  (per la)

P'e   (per i, per gli, per le)

 

Esempi:

Vaju p'o cafè:             Vado per il caffè.

Veni p'e festi.              Vieni per le feste.

Jìu p'a carni.               E' andato a comprare la carne.

 

 Accanto alle preposizioni semplici e articolate – dette proprie – troviamo le preposizioni dette improprie:

Avanti   (avanti)                     Davanti         (davanti)

Ô cantu  (accanto-rasente)      Anita             (insieme)

Cuntru     (contro)                  Verzu                  (verso)

Doppu – Po'    (dopo)            Passatu              (oltre)

Arretu   (dietro)                     D'arretu      (di dietro)

Arredi  (dietro)                       D'arredi      (di dietro)

Fammenta  (finchè)               Prima             (prima)

'Ntantu  (intanto)                   'Ntornu           (intorno)

Luntanu   (lontano)                Vicinu     (vicino-presso)

                  Avant'arretu   (alla rovescia)

                  'I bbotta   (all'improvviso)

                  Cchjù o menu   (circa)

                  Â storta   (alla rovescia)

                 Â diritta    (nel senso giusto)

                 Cu tuttu ca   (malgrado)

                 All’anc’allaria   (sottosopra)

 

 

 

 

 

 

 

 

CONGIUNZIONE

 

 

       La congiunzione serve ad unire due o più frasi, due o più parole, due o più pensieri che formano un unico discorso.

 
 

ESEMPI

 

- Jamu ô cìnima o jamu pe' 'na pizza?

  (Andiamo al cinema o in pizzeria?).

 

- Roccu e Peppi sunnu frati.

  Rocco e Giuseppe sono fratelli.

 

- Dik è 'nu cani bravu, ma troppu movitaru.

  (Dik è un cane bravo, ma molto irrequieto).

 

- Faci troppu friddu, perciò non criju ca nèsciu.

  (Fa molto freddo, perciò non credo che uscirò).

 

- Su' combintu ca tu non mi dici 'a verità.

  (Sono convinto che tu non mi dica la verità).

 

- Non vogghj'u sugnu disturbatu quandu lavuru.

  (Non voglio essere disturbato quando sto lavorando).

 

- Vaju a scola ma volìa megghj'u staju a casa.

  (Vado a scuola, ma avrei preferito meglio stare a casa).

 

- U pagavi 'n'èuru, cioè quasi nenti d'u tuttu.

  (L'ho pagato un euro, cioè quasi niente del tutto).

 

- Non vegnu apposta cà nd'havi ad iju.

  (Non vengo perché c'è lui).

- Vegnu puru eu                          Vengo anch'io.

 

- Fu promossu cu tuttu ca studiàu pocu.

  (E'stato promosso sebbene abbia studiato poco).

 

Si t'accatti 'u bigliettu po' vinciri.

Se compri il biglietto puoi vincere.

 

Non sacciu comu fu, ma mi trovu 'nt'e guai.

Non so come sia stato, ma mi trovo nei guai.

 

'I quantu fici chi nci rescìu.

Dopo quanto ha fatto, ci è riuscito.

 

U sannu tutti ca nd'havi 'u si marita cu Rosa.

Lo sanno tutti che deve sposare Rosa.

 

Perdivi tuttu, menu 'i l'onori.

Ho perso tutto, fuorchè l'onore.

 

Non sacciu si val'a pena.       Non so se vale la pena.

 

 

LA  CONGIUNZIONE  FINALE  "PEMMU"

 

    La congiunzione "pemmu", che ha significano di affinchè, perchè, che, per, può essere scritta nelle due forme abbreviate 'mu e 'u.

    Esempi:

Gridu pemmu senti:         Grido perché tu senta.

E' quantu 'mu sai:            E' perché tu lo sappia.

E' megghju 'u veni:          E' meglio che tu venga.

 

 

 

 

 

 

 

 

L'AGGETTIVO

 

 

L'aggettivo è quella parte variabile del discorso che si unisce al nome per descriverne la qualità o per meglio determinare alcuni aspetti.

Esempio:

'A màchina mia è nova:  La mia macchina è nuova.

 

Gli aggettivi si dividono in: aggettivi qualificativi e determinativi.

 

 

 

AGGETTIVO  QUALIFICATIVO

 

Indica sempre una qualità del nome a cui si riferisce e ha tre gradi:

- Positivo: appartengono a tale grado gli aggettivi che esprimono il semplice concetto di una qualità.

Esempio:

'Sta rosa è profumata:   Questa rosa è profumata.

 

- Comparativo: si usa quando si vuole fare il confronto o paragone tra due elementi della stessa frase.

Esempio:

Anna è cchjù arta 'i Rosa: Anna è più alta di Rosa.

 

- Superlativo. Può essere di due tipi:

 

Relativo:

Frevaru è 'u jornu cchjù curtu 'i tuttu l’annu.

Febbraio è il mese più corto dell’anno.

 

Assoluto:

Peppi studia ed è bravisimu.

Giuseppe studia ed è bravissimo.

 

 

 

AGGETTIVO  DETERMINATIVO
 

L'aggettivo determinativo indica con precisione alcune caratteristiche del nome cui si riferisce.

Esso può essere:

 

- Possessivo:

     MASCHILE    FEMMINILE   PLURALE

          Meu                      Mia (*)               Mei

          To' (Toi)               Tua                    Toi

          So' (Soi)               Sua                     Soi

          Nostu                   Nosta                  Nosti

          Vostu                   Vosta                  Vosti

          Loru                    Loru                   Loru

(*) Anticamente, al posto di "mia", veniva usato "mea".

 

Esempio:

'A màchina mia:       La mia auto.

Si fac'i fatti so':     Si fa gli affari suoi.

 

L'aggettivo possessivo segue il nome ('A casa mia) e di regola è accompagnato dallo articolo determinativo.

Molte volte si unisce al nome per formare un'unica parola:

Esempi:

 

Mama        Mia madre                  Pàtrima    Mio padre

Sorma         Mia sorella                Fràtima    Mio fratello

Pappuma  Mio nonno                   Nànnima  Mia nonna

                 Missèrima             Mio suocero

                 Fìgghjuma            Mio figlio

                 Fìgghjama            Mia figlia.

 

Nota la peculiarità dei due esempi finali - fìgghjuma e fìgghjama -, dove il maschile si differenzia dal femminile solo per la "u" e la "a" dei suffissi "uma" o "ama".


 

- Interrogativo: introduce una domanda sulla qualità, la quantità o l'identità dei nomi cui si riferisce.

Esempi:

              Quali ti piaci?                       Quale ti piace?

              Quantu custa?                        Quanto costa?

              Quandu veni?                        Quando vieni?

              Chi film ti vidisti?                  Che film hai visto?

 

 

- Esclamativo: introduce una esclamazione e si identifica dal tono della frase.

Esempi:

Quantu mi custi, figghju!             Quanto mi costi, figlio!

Chiju chi non fici!                        Cosa non ho fatto!

Chi bellezza 'stu mari!                  Ch'è bello questo mare!

 

 

- Correlativo: serve a stabilire un confronto.

Esempio:

'U pedaloru pigghja d'a ficara.

(Tale padre, tale figlio – Tale madre, tale figlia)

 

 

- Dimostrativo: l'aggettivo dimostrativo determina vicinanza o lontananza da chi parla o da chi ascolta.

Esempio:

Chista casa è becchja:            Questa casa è vecchia.

Chija màchina è antica:         Quell'auto è antica.

'Ju cristianu è bravu:             Quell'uomo è bravo.

'Ja cotrara è beja:                  Quella ragazza è bella.

Dammi 'ssa maglia:     :         Dammi codesta maglia

Chissu libru è 'u meu:            Codesto libro è mio.

 

 

- Numerale: indica il numero delle persone, animali o cose di cui stiamo parlando o la successione in cui vengono presentati (il primo, il secondo ecc.).

Esempi:

 

CARDINALI:             Unu – Ddu' – Tri – Quattru – Cincu…

ORDINALI:               Primu – Secundu – Terzu – Quartu…

MOLTIPLICATIVI:   Duppiu - Triplu, ecc.

FRAZIONARI:           Menzu – 'Nu terzu - 'Nu quartu, ecc.

COLLETTIVI:           'Na para – 'Na dozzina, ecc.

DISTRIBUTIVI:         A unu a unu – Tri â vota – Ogni 5.

 

 

 


 

 

 

 

L'AVVERBIO

 

 

    E' una parte invariabile del discorso che serve a modificare il significato di un verbo, un aggettivo o un altro avverbio.

    Esempio:  E' conzata malamenti  E' messa male.

Gli avverbi si distinguono in:

 

 

Avverbi  di  QUANTITA'
 

L'assài è com'o nenti     Il troppo è come il niente.

Roccu studia pocu:          Rocco studia poco.

Nd'avisti abbastanza:      Hai avuto abbastanza.

'U troppu è 'ntròppica:    Il troppo inciampa (fa male).

N'h'o (*) vitti affattu:       Non l'ho visto affatto.

Su' quasi sicuru:              Sono quasi sicuro.

Non vogghju nenti:          Non voglio niente.

Ndi vogghju cchjù:          Ne voglio ancora.

'Na pitinga 'i pani:           Un pezzettino di pane.

Sunnu chhjù o menu i setti?     Sono circa le sette.

 

 

(*)"N'h'o" racchiude in sè la negazione "non", il pronome "lo" e il verbo "ho", che, unendosi, danno luogo alla frase abbreviata "n'h'o" (non ho lo =  n' h' 'o).

 

Da non confondere con "N'o" che ha valore di "non lo" (senza verbo). Esempio:    N'o diri:  non lo dire.

 

 

NOTA BENE

Nel dialetto gioiosano per dire "di più" si usa accostare due avverbi consecutivi: "cchjù"  e  "assai".

Esempio:    Mariu nd'eppi cchjù assai. Mario ha avuto di più.

 

 

 

Avverbi  di  LUOGO

 

Aùndi vai?                              Dove vai?

'I 'undi veni?                           Da dove vieni?

Veni cca!                                 Vieni qui!

Scindi sutta:                            Vieni giù.

Vaji susu e jusu:                      Va su e giù.

Nchjana supa:                          Vieni su.

Tras'inta:                                 Vieni dentro

Non ti movir'i jocu!                  Non ti muovere di lì!

Va' :                                      Vai là.

Veni cca ssutta:                        Vieni quaggiù.

Nchjana cca ssupa:                   Vieni quassù.

Jam'avanti:                               Andiamo avanti.

Vi' ch'è cc'avanti.                      Vedi ch'è fuori.

E' arretu 'i tia:                          E' dietro di te.

Vicinu a Torino:                        Presso Torino.

Vicinu a mmia:                          Accanto a me.

Arrassu 'i nu'!                            Lungi da noi!

Stamu luntani:                           Viviamo lontano.

E' davanti â televisioni:              E' davanti al televisore.

Fora chjovi a tutta forza:            Fuori piove a dirotto.

Accàttalu a 'n'atta vanda.            Compralo altrove.

 

 

 

 

 

 

 

 

IL  NOME

 

 

Il nome è quella parte variabile del discorso che serve ad indicare: cose, persone, animali, idee, concetti, fatti, emozioni, esseri inanimati.

I nomi si distinguono in: 

 


 

I  NOMI  COMUNI


       Sono quelli che indicano persone, cose, esseri viventi o non viventi senza distinguerle dalle altre della stessa specie.

Esempi:

                 Fìmmana:  donna                     Munti:  monte

                 Figghiolu:  bambino                 Pisci:      pesce

                 Màsculu:    maschio                  Mari:      mare

 

 

 

I NOMI PROPRI

 

Sono quelli che indicano con esattezza quella persona, cosa ecc. a cui si riferiscono.

Esempio:  Vicenzu,  Roma,  Teveri,  Africa.

 

 
 

NOMI  CONCRETI

 

Sono tutti i nomi di persone, animali o cose che veramente esistono. Esempio:

Cavaju (cavallo)  -  Seggia (sedia)  -  Cani (cane).


 

 

NOMI  ASTRATTI

 

         Sono i nomi attribuiti alle cose non percepibili mediante i sensi: le emozioni, i concetti, le idee.

Esempi:

                    Bontà:       bontà            Amuri:      amore

                    Doluri:      dolore           Peccatu:    peccato

                    Curpa:       colpa            Malucori:  rancore

                    Piaciri:     piacere          Dispiaciri: dispiacere

 

 

 

NOMI  INDIVIDUALI

 

         Sono quelli che indicano un solo individuo all'interno della stessa specie.

         Esempi:

                Medicu:   medico                      Spazzinu: netturbino

                Sordatu: soldato                       Vacca:       mucca

                Navi:       nave                          Scolaru:    scolaro.

 

 

 

NOMI  COLLETTIVI

 

Sono i nomi che indicano un insieme di individui del la stessa specie o una pluralità di oggetti pur conservando la parola al singolare.

Esempi:

             Banda:        banda                Mandra:      mandria

             Brancu:        branco             Carovana:  carovana

             Pricessioni: processione        Esèrcitu:     Esercito

 



 

NOMI  MASCHILI

 

- In linea generale, i sostantivi maschili possono uscire in "u" (equivalente all'italiano "o") oppure in "i".

Esempi:

                                          Scifu              trogolo

                                          Ajivaru           ulivo

                                          Cammareri     cameriere

                                          Hjuri:             fiore

 

Ci sono casi in cui un nome, pur uscendo in "u", risulta essere femminile.

Esempi:         Manu      La mano            Radiu      La radio

 

 

- Sono maschili i nomi dei mesi e dei giorni ad eccezione della Domenica.

Esempio: jennaru (gennaio), frevaru (febbraio), marzu (marzo), luni (lunedì), marti (martedì), ecc..

 

 

- I nomi dei monti, dei laghi, dei fiumi, dei mari sono anche maschili.

Esempi: Pantalèu (il monte Pantaleo), Tirrenu il Tirreno), Garda (il Garda), Gallizzi (il Gallizzi).

 

 

- Sono maschili pure i nomi dei frutti che terminano in "u".

Esempi:

          Pumu           Piru            Gerasu               Citru

          Ficu             Arangu       Anèspulu            Prunu

 

 


 

NOMI  FEMMINILI

 

- Sono femminili i nomi che terminano in "a".

Esempi:  mamma, terra, banca, casa, ecc.

 

Eccezione: alcuni nomi, pur terminando in "a", sono maschili e non femminili: clima, dramma, duca, panorama, pianeta, poema, problema, sistema.

  

- I nomi degli alberi che terminano in "a", sono femminili. Esempi: arangara (arancio), gerasara (ciliegio), granatara (melograno), ecc..

 

 

- Sono di genere femminile anche alcuni nomi che terminano in "i":

Esempi:

            Viti     (la vite)       Attrici  (attrice)    Fami  (fame)

            Luci    (luce)         Carni  (carne)      Tussi  (tosse).

 

 

- I nomi di città, isole, regioni, nazioni, sono anche femminili.

Esempi: Gejusa (Gioiosa), Sicilia, Italia.

Fanno eccezione:

Piemonti (Piemonte), Laziu (Lazio), Vènetu (Veneto), Abruzzu (Abruzzo), Molisi (Molise), ecc..

 

 

- Femminili sono pure molti nomi che terminano in "u".

Esempio:      Schjavitù       (Schiavitù)


 

 

 

DAL  MASCHILE  AL  FEMMINILE

 

- La maggior parte dei nomi che terminano in "u" o in "a" formano il femminile cambiando la desinenza in "a" o in "issa".

Esempi:

                             Zzìu                    Zzìa

                             Maestru              Maestra

                     Pèttinu                Pettinissa

 

 

- I nomi al maschile che terminano in "i" cambiano la desinenza in "a" oppure aggiungono il suffisso "issa":

Esempi:

                           Giganti                  Gigantissa

                           Abati                     'Batissa

                   'Mpermeri:            'Mpermera  (infermiera)

 

 

          - Ci sono dei nomi che, nel formare il femminile, modificano il significato.

         Esempi:

                               Màsculu                 Fìmmana

                               Mamma                 Patri

                               Troja                     Verru

                               Frati                      Soru

 

 

- Moltissimi nomi di animali hanno un'unica forma sia per indicare la femmina che il maschio.

Esempi:

leopardu, tigri, aquila, delfinu, balena, rizza (riccio), sùrici (topo), pettirussu (pettirosso), virduni (verdone), corvu, rinoceronti, rondinella, zzèfrata (lucertola), pantera, ecc.

 



 

DAL  SINGOLARE  AL  PLURALE


       - I nomi maschili che terminano in "u" e in "a" formano il plurale cambiando la desinenza in "i".

Esempi:

                       Gattu               Gatti

                                 Pècura            Pècuri

                                 Timpagnu       Timpagni (coperchi di legno)

 

 

- Alcuni nomi terminanti in "u" hanno plurale in "a".

         Esempi:

                             Piru (pera)                   Pira (pere)

                     Tùmanu (tomolo)         Tùmana (tomoli)

                   Curteju (coltello)          Curteja  (coltelli)

 

 

- Ci sono dei nomi che, pur terminando in "u", non seguono le due regoli anzidette:

                      Omu  (uomo)            Òmani  (uomini)

 

 

- I nomi che terminano in ca e ga formano il plurale in chi e ghi.

Esempi:             Collega         Colleghi

                                Piega            Pieghi

                        Praca            Prachi  (pietra piatta)

 

 

- I nomi che terminano in "cia", "gia" e "giu", formano il plurale in "ci" e "gi".

Esempio:

                    Balicia          Balici       (valigie)

                           Caggia          Caggi       (gabbie)

                          'Rologiu        'Rologi      (orologi)

 


       - Alcuni nomi, nel formare il plurale, rimangono invariati (indeclinabili).

         Esempi:

              Cani            Barcuni (balcone)      Pedi         (piede)

                      Baruni        Cammareri               Garzuni  (garzone)

 

 

- I nomi che terminano in "cu" e "gu", hanno il plurale in "chi" e "ghi".

Esempi:         Arcu                     Archi

                     Lagu                    Laghi

                     Riccu                   Ricchi

                     Taccu                  Tacchi

                     Gghjìrica             Gghjìrichi  (tonsure)

 

Fanno eccezione parole come:

                     Spacu       che non ha plurale.

                    'Spàracu  che al plurale fa 'Spàraci (asparagi).

 

 

        - Ci sono, infine, dei nomi, detti difettivi, che si usano soltanto al singolare o soltanto al plurale.

        Esempi:

                        Fama                            Meli  (miele)

                        Cacazza  (paura)             Coraggiu

                Sordi (soldi)                    Sangu (sangue)

                Ferra (attrezzi                 Fami

                Cìciari (ceci)                   Frascàtuli (polenta)

                Siti (sete)                         Bissu (tipo di stoffa)

                Oru (oro)                        Cacàu (cacao)

                Acitu (aceto)                   Sonnu (sonno)

                       Occhjali                          Fòrfici (forbici)

 


 

NOMI  TRONCHI

 

- Nel linguaggio parlato, usando il vocativo, i nomi di parentela o di "persone importanti" vengono troncati:

Esempi:

      - Cugi'    (cugino)                - Miche'       (Michele)   

      - Pa'       (papà)                   - Ma'            (mamma)

      - Baru'   (barone)                - Marescia'  (maresciallo)

 

 

- Lo stesso troncamento di sillaba avviene nei verbi che si ripetono nella stessa frase.

Esempio:

                         Veni cca, ve'!     (Vieni qui, vieni!)

 

 

- Alcune volte, anche se, nell'ambito della stessa frase, il verbo non si ripete, può essere ugualmente abbreviato:

Esempi:

- Se'    (senti)                      - Sa' chi dicu?    (sai che ti dico)

- Vi' ca nd'haj'u ti parru    (vedi che ti devo parlare)

 

 

Tantissime sono le eccezioni e le difficoltà che si presentano nel formare il plurale o il  femminile dei nomi.

 

Fare un elenco di tutte sarebbe davvero impossibile.

Solo un buon vocabolario può aiutarci a non sbagliare (vedi Gerhard Rohlfs: "Nuovo dizionario dialettale della Calabria" e Luigi Accattatis: "Vocabolario del Dialetto Calabrese").

 

 

 

 

 

 

 

 

IL  PRONOME

 

 

Il pronome è quella parte variabile del discorso che fa le veci del nome. Ad esempio, invece di dire: "Mariu è sportivu. Mariu joca ô palluni", diremo soltanto: "Mariu è sportivu. Iju joca ô palluni".

Iju (egli) sostituisce il nome Mariu ed è un pronome.

 

  

PRONOMI  PERSONALI

 

I pronomi personali sono quelli che rappresentano la persona che parla, che ascolta o la persona, l'animale o la cosa di cui si parla. Sono di due tipi:

 

 

 

 

PRONOMI  PERSONALI  SOGGETTO

Indicano la persona che è protagonista dell'azione.

 

                 Eu  (abbreviato e')                 Io

                 Tu                                        Tu

                 Iju - Ija                                Egli – Ella

                 Nui (forma atona nu')            Noi

                 Vui (forma atona vu')            Voi

                 Iji                                         Essi – Esse - Loro

 

 

NOTA BENE

        In genere il pronome personale soggetto viene unito al verbo che lo segue: 

                                               SbagghjàstivuAvete sbagliato.

 

       Altre volte, per sottolineare l'azione, il pronome viene usato due volte: Vu' sbagghjàstivu (Voi avete sbagliato)


 

 

 

PRONOMI  PERSONALI  COMPLEMENTO

 

Vengono usati quando nella frase il pronome svolge una funzione diversa da quella di soggetto.

Essi sono:

Mi   (forma atona: m')

 

           Mi dissi ch'è 'mpegnatu.   Mi ha detto ch'è impegnato.

           M'a dici 'na cosa?                Me la dici una cosa?

 

 

Ti    (forma atona: t')

 

Parra ca ti sentu                Parla che ti ascolto

T'u dissi.                                   Te l'ho detto.

 

Si  -  Nci    (forme atone: s' – nc')

 

U 'ntisi                              Lo ha sentito

Dinci c'o spettu.                   Digli che lo aspetto.

 

 

Ndi    (forma atona: nd')

 

Nd'a tornàu viatu.               Ce l'ha restituita subito.

 

 

Vi     (forma atona: v')

 

'Sta cosa non vi meri.         Ciò non vi onora.

Se non vi piaci, pacenza!        Se non vi piace, pazienza!

 

 

Nci Si    (terza pers. pl. - Forme atone: nc'  -  s')

 

Nc'i pigghjaru.                     Glieli hanno presi.

S'i pigghjaru tutti.                      Se li son presi tutti.

 

 

         NOTA BENE

        I pronomi personali, quando incontrano un verbo al modo imperativo o al gerundio, vi si uniscono per formare un corpo unico.

         Esempi:

 

Accàttanci 'u libru.                 Compragli/le il libro.

Mangiatillu!                            Mangiatelo!

Fanci 'na proposta.                 Fagli/le una proposta.

Dinci ca vaju.                          Digli che andrò.

Fancilla pe' dispettu!              Fagliela per dispetto.

Pensanduci beni…             Pensandoci bene…

Guardandula bbona...              Guardandola bene…

 

 

 

Pronomi  riflessivi

 

I pronomi personali riflessivi indicano che l'azione compiuta dal soggetto "si riflette" sul soggetto stesso.

Essi sono:

                            Mi – Ti – Si     (singolare)

                                    Ndi – Vi – Si  (plurale)

 

Esempi:

 

     Mi lavavi.                       Mi sono lavato.

     Ti prejasti?                     Sei contento?

     Si staci divertendu.        Si sta divertendo.

     Ndi vidimma.                Ci siamo visti.

     Vi ripentiti.                         Vi pentirete.

     Si salutaru.                   Si sono salutati.

 

 


 

PRONOMI  INTERROGATIVI

 

Si chiamano interrogativi o escalmativi i pronomi che si usano nelle frasi interrogative ed esclamative.

Essi sono:

            Cu'  (chi)      Chi   (che – che cosa)       Aùndi  (dove)

            Quali          Quantu     Quandu    Comu  (come)

 

Esempi:

Cu' vincìu?                        Chi ha vinto?

Chi ddici?                      Che dici?

Comu si chjama?           Come si chiama?

Quantu custa?               Quanto costa?

Quali ti malucori!                   Quale rancore!

 

 

 

 

PRONOMI  DIMOSTRATIVI

 

Si chiamano dimostrativi o indicativi quei pronomi che indicano con precisione la persona, la cosa o lo animale di cui si sta parlando:

 

Chistu  - 'Stu  (questo)  -   Chissu – 'Ssu  (codesto)

Chista   - 'Sta  (questa)  –  Chissa – 'Ssa  (codesta)

Chisti   - 'Sti   (questi/e) – Chissi –  'Ssi   (codesti/e)

                                Chìju  -  'Ju         (quello)

                                Chìja  -  'Ja         (quella)

                                Chiji   -  'Ji          (quelli/e)

        Esempi:

Chista casa è 'a stessa 'i chija.

Questa casa è uguale a quella.

Chissu libru è com'a chiju.

Codesto libro è come quello.

'Sta casa è vecchia, chija è nova.

Questa casa è vecchia, quella è nuova.

 

 


 

PRONOMI  INDEFINITI

 

Si chiamano indefiniti o inderminativi quei pronomi che riferiscono a persone non determinate.

               - Ognunu                           - Ncunu (qualcuno)

                        - Certuni                     - Tutti

                         - Unu                                 - Una

                         - Nuju (nessuno)                - Attu

 

Esempi:

N'o ferma nuju.                Non lo ferma nessuno.

U dinnu tutti.                    Lo dicono tutti.

Parramu d'attu.                Parliamo d'altro.

Ognunu sapi chi faci.      Ognuno sa quel che fa.

Certuni sbàgghjanu.       Certuni sbagliano.

Vinni una 'u ti trova.       Ti cercava una donna.

 

 
 

 

PRONOMI  POSSESSIVI

 

           I pronomi possessivi hanno quasi la stessa forma degli aggettivi possessivi. Essi sono:

                                SINGOLARE                              PLURALE

 Mia                                Mei – Me'  (mie - miei)

Tua                                 Toi - To' (tue – tuoi)

Sua                                 Soi – So' (sue – suoi)

Nosta  (nostra)                Nosti  (nostri – nostre)

Vosta  (vostra)                Vosti  (vostre – vostri)

Loru    (loro)                  'I l'atti (degli altri)

 

          Esempi:

Eu fazz'u lavuru meu, iju faci 'u so'.

Io faccio il mio l'avoro, lui fa il suo.

Chistu libru è 'u meu.                       Questo libro è mio

Sti hjuri su' com'e toi.                  Questi fiori sono ceme i tuoi



 

 

PRONOMI  RELATIVI

 

Si chiamano pronomi relativi o congiuntivi quelle parti del discorso che sostituiscono un nome e contemporaneamente mettono in relazione (congiungono) due proposizioni.

Essi sono:

 

Chi   (che - del quale – il quale – al quale, ecc…)

Cu'   (chi – riferito a persona)

 

         Esempi:

'A cotrara chi vincìu è figghjama.

La ragazza che ha vinto è mia figlia.

 

'A casa chi dicìamu è chija.

La casa della quale si è parlato è quella

 

Cu' campa mangia pani… 

Chi vivrà mangerà pane.

 

Cu' voli anda e cu' no' cumanda.

(Chi vuole davvero una cosa se la va a trovare da sé, chi non la

 vuole, invece, incarica gli altri).

 

 

 

 

 

 

 

 

LE  INTERIEZIONI

  


       L'esclamazione o interiezione è una parte invariabile del discorso che serve ad esprimere un'emozione o uno stato d'animo.

Esempi:

Dolore:  Aja!     Esultanza:  Ebbiva!    Allarme:  Focu!

Meraviglia: Mìzzica!          Incredulità:                Ov'è!

Incoraggiamento:  Jamu!              Soddisfazione:  Ah!

Impazienza o noia:  Uffa!        Scongiuro:  Arrassusìa!

Speranza:  Macari!  (magari!) - Fussu! (volesse Iddio!)

Inoltre:  Càspita!      –    Caspitina!      –    Catinazzu!

Gesummaria!   -   Gesu!  (senz'accento)    -    Amaru!

 

 

 

LOCUZIONI  ESCLAMATIVE


        Sono proposizioni formate da due o più parole.

Pòveru mia!                  (Povero me!)

Ddiu 'u ndi lìbera!         (Dio ce ne liberi!)

Chi lincriscimentu!        (Che noia!)

Chi virgogna!                (Che vergogna!)

Chi schifu!                    (Che schifo!)

Ddi' meu!                      (Dio mio!)

Benedittu Ddiu!             (Benedetto Iddio!)

Si ssapìa!                       (Se l'avessi saputo!)

Pe' ll'ànima d'i morti!  -  Fora malochju!

Arrass'i tutti!  -  Pe' ccarità!  –  Pari mai!

 

 

 


INTERIEZIONI  IMITATIVE

 

Sono quelle parole o gruppi di lettere con le quali cerhiamo di imitare i suoni o i versi degli animali (vedi "Voci onomatopeiche" a pagina 94).

       Din-don-dan           Tic-tac         Miau           Cìu-cìu

       Chicchirichì           Co-co-co       Bau             Bèe

       Ciuff-ciuff              Pi-pi             Boom!        Cri-cri

 

 

 

 

La pagina che avete consultato non ha assolutamente la pretesa di essere una grammatica; si tratta semplicemente di una semplice guida al dialetto gioiosano, come si legge e come si scrive.

Per la stesura del suddetto lavoro mi sono servito esclusivamente delle conoscennze pratiche personali, che ho cercato si trasferire sulla carta in modo semplice e genuino.
 

 

 

 

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