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GIOIOSA MARINA
Splendido e superbo centro ricettivo bal-neare della Locride.
Bandiera blu
per le spiagge e il mare più pulito dal 1999 al 2005, la bellissima citta-dina, situata a
metà distanza tra
Catanzaro e
Reggio Calabria,
è dotata di un lungomare tra i più belli, eleganti e lussuosi di
tutta la costa jonica. Locali moderni e
lussuosi. Molti punti di ritrovo giovanili. Gente ospitale,
gentile e alla mano.
Il piccolo ma ridente paese, dal clima prevalentemete mite,
è situato a circa un'ora dagli aeroporti di
Lamezia Terme
e Reggio Calabria
e vanta le medesime origini della consorella Gioiosa Jonica,
situata ad appena 5 Km di distanza.
Popolazione:
6.426 abitanti
C. A. P.:
89046
Prefisso
telefonico:
0964
Santo Patrono:
S. Nicola di
Bari
Festa:
Ultima
domenica luglio
Ambulanze -
Pro Loco - Guardia medica |
GIOIOSA JONICA
E' situata a 110
metri sul livello del mare e a un'ora dagli aeroporti di
Lamezia Terme
e
Reggio Calabria.
Luogo ameno e
dal
clima mite, Gioiosa è caratterizzata da un mercato
domenicale dove accorrono acquirenti da ogni dove.
Con i suoi 7.000 abitanti, comunemente chiamati
gejusani, il paese
affonda le pro-prie radici nei secoli in cui, fiorì la
lon-tanissima civiltà dalla Locride, grande co-lonia di quella
che costituì la culla della ci-viltà magno-greca.
Ricco di millenarie tradizioni, il paese ha un dialetto che
si rifà al periodo greco-romano e risente moltissimo delle
domina-zioni turchesche, francesi, spagnole e afri-cane.
Popolazione:
7.027 abitanti
C. A.
P.:
89042
Prefisso
telefonico:
0964
Santo
Patrono:
S. Rocco
Festa:
Ultima domenica
agosto
Ambulanze
- Pro Loco - Guardia medica |
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TRA STORIA E LEGGENDA |
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Dal nostro mare, lo
Jonio, giungendo da oriente, vennero i Greci verso il sesto secolo a. C. e
fondarono prosperose colonie sulle coste della Sicilia e della
Calabria, unendosi alle po-polazioni
locali dei Siculi, dei Bruzi e degli Italioti. Portavano con sè l'arte, la cultura, la grandezza dell'Ellade
e le fertili ma incolte e barbare regioni del luogo fiorirono di una
grande civiltà: la Magna Grecia.
(Locri: Teatro greco) |
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Ma, verso il 210 a. C., le colonie greche - che ad un tratto si
trovarono più grandi e potenti della patria d'origine - caddero sotto i
Romani e divennero a tutti gli effetti province di quel grande impero
che allora dominava il mondo. Sul litorale jonico, tra il I e II secolo d. C., tra le vecchie
città di Locri e Roccella, nacque un piccolo nucleo abitato, che
raggiunse il massimo splendore durante il III e IV secolo d. C.. Secondo gli storici, i cui pareri furono sempre discordanti, la
città si chiamava Romechium
e sorgeva dove attualmente sorge
Gioiosa Marina.
«...Linquit
Japygiam, laevisque Amphissia saxa remis, Saxa fugit, dextra praerupta
Cocynthia parte Romechiumque legit, Caulonaque, Naryciamque. Evincit
fretum Siculique angusta Pelori...»,
scriveva Ovidio Nasone, descrivendo
il viaggio di Esculapio, che, lasciandosi alle spalle la Japygia (nel
Crotoniate), dopo avere scansato la scogliera di Amphissa (Roccella),
avrebbe costeggiato, lasciando alla sua destra, i dirupi del Cocynthum
(Capo Stilo), passando poi per Paulonia, per
Romechium e per Locri
(Narycia).
Unici
supertiti della città, che durò circa un millennio, rimasero:
- la
Torre Borraca
o
Torre di Spina,
detta in seguito
del Cavallaro,
costruita dai Bizantini a difesa e
sicurezza contro le scorrerie arabe; - un piccolo ma utilissimo porto
(maritimis Joye portus)
che durante gli anni del Settecento è scomparso tra i fondali marini; - la chiesetta detta
Cattolica dei Greci,
di non identificata ubicazione; - un resto di
colonna marmorea,
proveniente da un edificio termale; - e qualche
moneta
dell'antica Età Imperiale.
Ma il decimo secolo,
nefasto per tutt'i paesi del litorale jonico, fu fatale anche per la
piccola Romechium: ben otto incursioni arabe si
abbatterono sulle nostre
coste, saccheggiandole, devastandole e depredandole. Gli abitanti scapparono nell'entroterra, rifugiandosi sulle alture
delle colline e nella valle del Torrente Torbido (che in quel tempo era
in parte navigabile) e fondarono
Mystia
.
Dell'epoca romana, che si sovrappose a quella greca, rimangono
imponenti testimo-nianze non ancora del tutto riportate alla luce, tra
cui il Teatro, ancora oggi utilizzato per importanti
manifestazioni culturali e il
Naniglio,
che sorge in una zona di periferia
anticamente chiamata "li
Bagni".
Vedi dettagli
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Ma
nel 986 d. C. anche Mystia fu distrutta da uno dei più feroci attacchi
degli Agareni che, come un turbine, si abbatterono sulle nostre
coste, seminando lutti e riducendo la gente alla miseria. I pochissimi superstiti
fuggirono, allora, verso l'interno e a circa un miglio dalla vecchia
città, su un inaccessibile sperone roccioso - che molto bene si prestata
alla difesa - fondarono
Mocta Geoliosa. 
Dal 986 al 1491,
sulla storia cadde un buio totale e pochissimo
si sa circa la sorte toccata alla piccola Romechium.
Passarono gli anni del Medio Evo.
Vennero i Bizantini i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi.
E giunse l'Età rinascimentale, periodo in cui fu costruita l'imponente
Torre
Galea
(nel Suffeudo omonimo), ambita meta turistica per le migliaia di
visitatori provenienti da ogni parte d'Italia .
Ma il piccolo borgo della marina doveva
ancora fare i conti con altri avvenimenti funesti provocati da una serie
di incursioni turchesche o
corsaresche o piratesche o
barbaresche, ereditate dai Saraceni!
A difesa del temuto nemico, furono
costruite torri di avvistamento che, dal mare, a poco più di un miglio
di distanza, una dall'altra, salendo verso Gioiosa, permettevano
di segnalare per tempo l'arrivo del temuto nemico.
Fu riattivata e rinforzata la bizantina
Torre
del Cavallaro e furono costruite due nuove Torri: la
Torre Elisabetta
e la
Torre Vecchia,
poste in collegamento visivo con la detta
Torre Galea
e con la altana del
Castello Medievale.
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spina
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 Torre Elisabetta |
 Castello Medievale |

Torre Spina
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Il terrore seminato dalle scorrerie si sparse per tutto
il Cinquecento e il Seicento, terrorizzando la gente che, stremata nelle
forze, si trovò continuamente costretta a rifugiarsi nelle campagne
dell'entroterra.
Cessate le "barbariche incursioni",
i pochi scampati alla loro ferocia, raccolsero, allora, tutte le loro
forze per riunirsi in una sorta di "comunità rurale", grazie alla quale
scoccò subito la prima scintilla della meritata rinascita sociale:
verso la fine del '600 fu costruita, infatti, la
Chiesa
di S. Nicola a Mare
e, nel '700 un caseggiato di abitazioni coloniche,
assieme a delle casupole di
pescatori.
Sorse anche qualche «casino» signorile (Amaduri,
Barletta,
Paganica,
Ripulo,
Condercuri),
destinato a deposito di prodotti alimentari e a soggiorno estivo di
qualche benestante gioiosano. Ed
ecco il tanto atteso cambiamento: dal piccolo centro
peschereccio si passò a un grosso nucleo abitato raccolto intorno alla
Cappelletta di Piazza dei Mille, e poi attorno alla Parrocchia autonoma,
che i marinai locali intitolarono al loro Patrono
San Nicola di Bari.
Alla nuova Parrocchia
furono, allora, aggregate le contrade Fragastò, Porticato, Cavalleria,
Spilinga, Galea, Santa Fines, Pantano, Romanò, Gagliardi e Camocelli
Inferiore, rimaste cosi smembrate dalle Parrocchie di Giojosa Superiore.
Ma tale aggregazione segnò, purtroppo, il
primo passo verso la conquista dell'autonomia municipale della Marina,
conseguita nel 1948. Fu un bene o fu un male?
Edoardo Rodinò,
uno dei primi sindaci della
Gioiosa moderna, scrisse che fu una vera e propria mutilazione:
...mutilazione, che, nell'interesse di
tutti, bisognava con intelligenza evitare...». La verità ce la dirà la storia.
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Sul nome di "Gioiosa" gli
storici non si trovarono mai d'accordo, ma l'etimologia più probabile
della parola pare sia quella che deriva dal greco
"Ghe = terra",
"Eliose = solatia".
Dunque "Geliosa
o Geoliosa = terra solatia, città del sole".
La gente del posto, però, tramanda di padre in
figlio l'antica leggenda di "una
ragazza bellissima che, andando di notte al primo appuntamento
con un pastore del luogo, che da anni la corteg giava,
cadde
dalla rupe e si sfracellò".
La
fanciulla si chiamava Giojosa e il suo nome
rimase alla località dove adesso
sorge la città di GIOIOSA
JONICA.
Il tutto risulta scritto su una vecchia
cartapecora conciata di montone, forse, proveniente da Marchesato.

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NOTA STORICA
Lo scrittore latino
Marco Terenzio Varrone,
nel III libro delle "Antiquitates rerum humanarum et
divinarum" afferma che Idomeneo da Creta, scacciato da
Lisso, approdò a Locri e fondò molte città, tra cui
ORRA.
Secondo il Prof.
Benedetto Ragona
ORRA è sorta nella Locride,
presso la riva destra del Torbido, e precisamente lungo le
contrade finitime di Dràgone, Santo Stefano e Farri, in agro di
Grotteria.
Successivamente, in epoca ellenistica, ORRA si è estesa lungo le
prospicienti contrade di Santa Maria e Sub-Feudo o Naniglio, in
territorio gioiosano.
All'interno della così detta "Grotta
dell'Imperatore”
(dentro cui Dionisio II, detto “il Giovane”, era uso portare le
vergini Locresi per divertirsi), sita in agro di Locri, nel
1741, sono stati rinvenuti alcuni reperti di fattura italiota.
In un bellissimo e artistico vaso
è stata, ad esempio, trovata una moneta bronzea riproducente sul
verso un grappolo d'uva su cui si leggeva "ORRA
LOKRON"
e sul retro la testa di Athena con elmo corinzio piumato.
Si pensa la moneta possa essere
considerata come "moneta d'alleanza" tra
ORRA
e
LOCRI; segno
con cui i Locresi ringraziavano gli Orresi della loro
partecipazione alla battaglia contro i Crotoniati, detta anche "Battaglia
della Sagra"
(perchè si svolse sul fiume Sagra - attuale Torbido
-, attorno al
550 a. C.).
(www.lagrandegioiosa.it) |

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ITINERARIO TURISTICO
Per chi arriva dalla tirrenica - attraverso il
Passo della Limina - o dalla Marina, lungo la vecchia statale che
collega i due versanti calabri, è un susseguirsi di coltivazioni, dove,
al verde cupo degli agrumeti, si alterna il verde argenteo degli ulivi.
L'attuale
cittadina, lambita dal torrente Torbido, si allarga a ventaglio tra
ridenti colline punteggiate da vecchie case coloniche, verdeggianti
distese di agrumeti e antiche ville di signorotti locali, che ancor
oggi ostentano la loro superbia tra secolari vigneti e moderne
superstrade.
Lasciando la statale e proseguendo verso il
centro, cinto da una ricchissima cornice di ulivi come da un grande abbraccio
paterno, il paese ci viene incontro, pigro e sonnolento, a raccontarci
della sua vita tra storia e leggenda.
L'ulivo, albero sacro agli dei, simbolo
universale di pace che sfida i se-coli e che i Greci iniziarono a
coltivare in queste terre, è presente ovunque nelle
nostre campagne, dov'è curato con
amore e competenza dai contadini del luogo.
Pane e olio,
pane e olive, per tantissimi anni, assieme a qualche verdura,
hanno sfa-mato e nutrito, intere
generazioni di gente povera.
Ma, se hai un po' di tempo,
vorrei ac-compagnarti per le vie del paese a sco-prire la magia antica di
una incantevole Gioiosa.
Quella Gioiosa che il pittore e scrit-tore
Edward Lear nel suo "Diario
di un viaggio a piedi" (18-19 agosto
1847), così definì:
"Noi
non abbiamo città al nostro
paese così bellamente situate come Gioiosa".
(Vai alla pagina del
Lear)
Entrando in
paese, la prima a venirci in-contro è la chiesa del
Rosario,
affidata, nel 1593, ai padri Francescani Minori e, dal 1962, sede del
beneficio parrocchiale di S. Nicola di Bari.
Di notevole
interesse artistico è la statua lignea, spagnoleggiante, della
Madonna del Rosario, vestita
con abiti di seta trapun-tati d'oro, su cui
scendono a cascata i lun-ghissimi boccoli che le incorniciano il roseo
volto di bambola.
Salendo
verso il centro cittadino e imboccando il corso principale incontriamo
il vecchio
palazzo municipale, ricavato da un ex convento dei
frati Minori Osservanti detti
anche Padri
Zoccolanti,
fondato nel 1500.

Proseguendo la salita che conduce
al vecchio borgo, a cento metri dall'imbocco della via Cavour (fino a
qualche anno fa pa-vimentata in pietra vulcanica), imponente e maestosa,
ci appare la facciata della bla-sonata chiesa dell'Addolorata.
Lasciandoci
trasportare dal fascino tra-volgente che
trasuda dalle
vecchie
mura del paese, imbocchiamo la salita che conduce al rione
San Rocco - cuore del centro storico gioiosano -, per imbatterci nella
mole gigan-tesca di
alcune sontuose case gentilizie, dalle quali i signorotti locali
segnavano la sorte della gente del popolo.
Al termine dell'erta ci viene incontro il grande e suggestivo palazzo
dei nobili Amaduri do v'è
gelosamente custodito il prezioso capolavoro d'arte di
Mattia Preti,
raffigurante la Regina Tomiri
mentre affonda - tra orgoglio e fierezza
- la testa di Ciro in un otre.
Osserviamo estasiati l'imponente facciata del blasonato palazzo che nel
lontano 1847, per una notte, ospitò i famosi cinque
Martiri di Gerace e, senza
accorgerci, ci si ritrova avvolti dal magico alone di religiosità che si
sprigiona dalla "casa" più amata dai gioiosani: la chiesa di
San Rocco,
protettore del paese.
Percorrendo la "Menza
Via" (Via Belcastro) e costeggiando il palazzo
baronale dei Macrì, che sembra cedere sotto il peso
degli anni, giungiamo all'antico borgo medievale, sui cui domina
la massiccia mole del castello.
Il promontorio roccioso su cui
si erge il
maniero,
a ssieme ad una manciata di case abbandonate, antica-mente era
protetto da mura inespu-gnabili e chiuso da due porte:
- la prima, detta comunemente
Porta Barletta
o Porta Spina
(oggi completa-m ente
scomparsa), che scendendo per una scalinata si riversa nel cuore del
paese e muore alle spalle della vecchia fontana di
Ferdinando I. - l'altra, la "Porta Falsa",
uscendo dalla quale si può scendere facilmente allo storico
torrente "Gallizzi"
o salire verso la "Chjusa".
E poi su, verso l'antico borgo,
abbarbicato alla rupe, tra scalinate e stra-dine
silenziose su cui si affacciano antichi portali. Vicoli
strettissimi dove ancora pulsa, nascosta dietro finestre
chiu-se, la vita di sempre, con gli odori, le voci, il
lavoro silen zioso
della gente umile del popolo. Qui le strade hanno una storia, le case, le
finestre, i balconi fioriti raccontano la vita del popolo, le gioie e le
sofferenze, il lavoro e la miseria, la vita e la morte; raccontano di quando la
vita era fatta di piccole cose, ma di cose vere, quando la storia di uno era la
storia di tutti, quando il tempo era scandito dal sole e dagli astri. I vicoli
silenziosi e deserti, le luci e le ombre, il pigolio dei nidi al
tramonto, le scalinate e gli archi anneriti dal tempo,
creano nel cuore
sensazioni di dolcezza sempre nuove e palpitanti.
Camminando per le
viuzze, ogni tanto capita d'imbattersi in qualche don-na (maddamma),
incanutita e segnata dal tempo, che ci propone un ro-mantico scorcio di
vita passata; allorquando, nei rari momenti di pausa, seduta sull'uscio
di casa, conversava con le amiche per raccontarsi gioie, dolori,
miserie,
sogni e speranze.
Ma lasciamo ai
sogni del passato le an-tiche glorie del paese e
saliamo sul piaz-zale della
Chiesa Matrice.
Da qui lo
sguardo domina i tetti delle ca-se, addossate una all'altra
come un gregge di pecore; case che nascono dalla
pietra e con essa spesso si confondono per la stessa struttura e
colore.
Abbandonando la
Matrice e scendendo lungo la rocciosa scalinata di "Barletta",
non è difficile rimanere affascinati di fronte ai tanti scorci
suggestivi, creati dalla poesia della pietra.
Ancora portali bugnati di
case gentilizie.
E poi vicoli, case, silenzi!
La scalinata di Barletta termina alle spalle delle
Fontane di Ferdinando I di
Borbone, che, ancora oggi, come
cita l'epigrafe latina posta sul frontale, fo rniscono
al paese le acque sorgive dei monti prospicienti.
La monumentale fontana fa da sfondo al sontuoso palco di ghisa, in stile
liberty, sito al centro di
Piazza Plebiscito,
dove, nei giorni di festa, si ascoltano concerti di bande
locali e nazionali.
Ma per i giovani di un tempo la
fontana era anche luogo di incontro sentimentale con la propria amata. Il corteggiamento spesso
avveniva grazie ai ripetuti viaggi che la ragazza faceva per riempire la brocca (cortara).
Occhiate di intesa,
ammiccamenti e ambasciate. Il tutto in una cornice di
gelosie, litigi, segreti, desideri, amori che iniziavano o che
finivano e che il più delle volte portavano all'altare.
Ci siamo nuovamente tuffati nel centro del paese.
Attaccata alla piazza
troviamo la
chiesa di
Santa Caterina,
anti-camente patrona di Motta Gioiosa. La chiesa,
costruita nel '500 ed eletta parrocchia nel 1598, crollò
in seguito al terremoto del 5 febbraio 1783 e venne
ricostruita per interessamento del parroco
Giuseppe Maria Pellicano.
Il nostro breve girovagare
per la vecchia Gioiosa termina in Piazza V. Veneto, attuale cuore della ridente
cittadina.
Sin dagli
inizi del secolo la lussuosa piazza ha rappresentato e,
ancor oggi, rappresenta il centro nevralgico per gli incontri, gli
scambi, il commer-cio e le consuete passeggiate dei giovani del luogo.
Ma il viaggio
non termina qui.
Se mi concedi ancora
qualche minuto, nelle pagine che seguono vorrei accompagnarti lungo
il romantico racconto di un paese che ha visto nasce-re e morire le
speranze della gente del popolo.
Ti racconterò della Gioiosa
che ha dato i natali a poeti, scrittori, scultori, patrioti, pittori, artisti.
A uomini illustri come
gli
Amaduri,
i Macrì,
i Carnì, gli Incorpora,
Ajossa,
Rodinò,
Pellicano,
Zamparelli,
Barletta,
Scarfò,
Oppedisano,
Colucci,
Zarzaca,
Lucà,
Agostini,
Badolato,
Sorbara,
Agostino,
Linares,
Spina,
Rispoli,
Murizzi,
Commisso,
Forcelli,
Mantegna,
Mazzone, Mesiti,
Labate,
Jerace,
Papandrea,
Barlaro,
Hyeraci,
Attachi,
Panetta,
Logozzo,
Palermo,
Argirò, Teotino e tantissimi altri
benemeriti che, certamente, Gioiosa non potrà mai dimenticare.
(www.lagrandegioiosa.it)
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