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      Micu d'i scolli      Mastu Pascali       Pino del Bracco        Cicciu 'i Maratà
      Totò Machenga      'Nton'i  Gozzi      Sasarinu         'U mutu d'a Galla
      Peppi Papallinu        Prof. d'a Pichetta        Asu 'i Spati        Stlla e Arena
       Giusi  Menzaneja         Maria 'a Giacchina         Peppi Pizzateja         Micu 'i chija Vanda
  Sito:  www.lagrandegioiosa.it                       E-mail:   tiziano.rossi@libero.it


    
In questo piccolo mondo di luci e ombre paesane, non potevano di certo mancare personaggi curiosi o bizzarri, che nonostante fossero "fraintesi" dai giovani dell'epoca, hanno fatto sempre parte della linfa locale.
     Personaggi caratteristici di spicco che, per simpatia, bontà ed umiltà, hanno lasciato un ricordo indelebile nel cuore di quanti li hanno conosciuti.
    Dal poeta improvvisato al musicista senza strumento, dal collezionista di og-getti strani al tribuno di piazza, dal cantante all'accattone: la storia di Gioiosa è un insieme di queste piccole biografie.
     Il paese ne ha preso visione, tramandandone la memoria di generazione in generazione.
      Per non appesantire l'argomento ne citeremo soltanto alcuni.

 

 CICCIU 'I MARATA'

 

     Una vita interamente dedicata al lavoro e al sacrificio... del vino, Cicciu 'i Maratà, dopo una settimana di duri lavori campestri, usava onorare il sabato e la domenica deambulando per le vie del paese in preda ai fumi di Bacco.

     Il suo punto vulnerabile era il grande rispetto che nutriva per la propria famiglia.

    Mai dirgli, ad esempio, "O Ci', a' casa chi si dici?"...

   Era come accendere in lui di un'ira implacabile... Estraeva dalla tasca un temperino ben affilato e si dava a rincorrere quanti avevano tentato di insidiare le virtù familiari.

     A tarda notte, quando tutti si andava a dormire, il Maratà non avendo nemici con cui prendersela, dopo avere urinato contro le carrozzerie della autovetture parcheggiate all'aperto, con esse imba-stiva lunghi discorsi d'onore che, alcune volte, si protraevano fino all'alba.

     Un bel giorno dell'amico Cicciu non si seppe più nulla. Un manifesto da lutto annunciò la sua morte che, per quanto può sembrare strano, ha intenerito un po' tutti.

     Oggi, in paese, c'è ancora gente che rimpiange i bei tempi d'infanzia, rie-vocando, con tanta nostalgia, le serate trascorse assieme ad una delle persone più umili di Gioiosa: Cicciu 'i Maratà.

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MICU  D'I  SCOLLI

 

     Personaggio che pareva estrapolato dalla trama di un film di Fellini, Micu d'i Scolli (scolli = cravatte), era uso collezionare cravatte usate con le quali la moglie, opportunamente, tesseva artistiche "pezzare" (pesantissime coltri fatte al telaio con ritagli di stoffa).

    In cambio di un'esibizione all'organetto chiedeva qualche soldino e rac-contava, a gentile richiesta, la dolorosa ma divertente storia della sua prima notte di nozze... finita, sfortunatamente, a botte.

    Altro numero del suo vasto repertorio, riguardava l'imitazione del "passo romano" che egli eseguiva magistralmente, sollevando talmente in alto gli arti inferiori, da sfiorarsi il naso.

 

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'NTON'I  GOZZI

 

     Bestemmiatore, beone e donnaiolo per eccellenza, chiedeva l'elemosina durante le feste patronali e a la sera dormiva dietro le porte delle case.

    Ma si faceva perdonare per il modo confidenziale con cui entrava nelle famiglie di Gioiosa, dando a tutti del "tu" e raccontando qualche sua avventura, vera o immaginaria, capitatagli durante l'accattonaggio nei paesi circonvicini.

    'Ntoni proveniva da Gozzi, frazione di Caulonia, ma non è detto che lì sia mai vissuto...

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ZZI' GIUSI MENZANEJA

 

     Altro accattone, questa volta nativo di Gioiosa, che però preferiva "operare" durante le feste patronali dei paesi limitrofi.

     'U Zzi' Giusi, per la questua utilizzava, una cassettina di legno munita di feritoia tipo salvadanaio, sui cui frontali erano affisse due foto: da un lato l'effige del santo festeggiato in quel giorno, dall'altro la sua immagine.

     Avveniva allora che, quando riceveva l'elemosina, egli mostrasse l'immagine del santo. Giusto il tempo che il passante ficcasse i soldi nella feritoia e subito 'u Zzi Giu', girando la cassetta e mettendo in evidenza la sua foto, diceva:

A chistu 'nc'i mentìstivu e chistu s'i futti...

 

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MARIA 'A GIACCHINA

 

     Piccola, esile, fragile, mingherlina, nera di pelle per chè probabilmente allergica al sapone, "Maria 'a Giacchina" trascorreva i suoi giorni a zonzo per le vie del paese, vestita in un estemporaneo cocktail casual. Gli abiti che indossava, infatti, non erano nè saja nè tailleur, ma uno strano guazzabuglio di stili, non certo consono all'estro di Versace o Valentino.

     'A bricichetta russa!, le gridavano dietro i ragazzi prendendosi gioco dei suoi nervi che facilmente saltavano e, allora, eccola lì a rispondere:

     'A bricichetta d'a pputtan'i màmmita!.

     E subito si scioglieva in lacrime. Il divertimento era assicurato.

 

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STILLA E ARENA


    Stilla e Arena erano marito e moglie: una coppia davvero assortita e in-verosimile. I due in paese erano conosciutissimi in quanto continuamente litigavano, trovandosi l'uno contro l'altra a combattevano una strana guerra d'amore… Ma,  alla fine, tornava il sereno e tutto finiva in abbracci, baci e tante dolcezze: innamorati più di prima.
     Qualche anziano gioiosano, ricordando la coppia, non senza un sorriso sulle labbra, racconta che, al termine di ogni discussione, lei, indispettiva, sempre diceva:
- Mi 'ndi vaju e ti dassu, vi ca t'u dicu!
- Vattindi, a ccu' aspetti? - replicava lui, con orgoglio.
     Poi, quando lei faceva per raccogliere i suoi miseri indumenti in una scatola di cartone per andarsene, di colpo ritornava il sereno ed erano pianti, baci, carezze, dolcezze.
     Forse era questo il trucco che aveva fatto innamorare i due fino alla morte.
     Ancor oggi in paese, per indicare una coppia che litiga e fa la pace al con-tempo, si suole dire: "Su' comu Stilla e Arena".

 

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SASARINU

 

    Un cinturone di pelle con un'enorme fibbia metallica, rappresentante l'emblema dell'America, è stato l'orgoglio e il ricordo della sua vita di emi-grante.

     Ma per i gioiosani è stato - ingiustamente - motivo di svago.

     Infatti, non appena, i giovani del luogo lo incontravano per via, bastava che gli si dicesse:

     - Sasarìnu, 'a fibbia!

     E lui, andando in escandescenze:

     - 'A fibbia 'i màmmita!

     E allora, via con la sassaiola. Dalle sue mani partivano pericolosi proiettili di pietra che, rotolando per i selciati sconnessi del paese, provocavano la fuga precipitosa di ogni presente, colpevole o no.

     Salvatore non è più da molti anni, ma nei nostri ricordi rimane impresso come una persona perbene, degno di stima e riconoscenza.

 

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MUTU  D'A  GALLA

 

     La natura l'aveva privato delle corde vocali, ma ciò che non poteva dire con la voce lo diceva con le mani. Quelle mani instancabili con le quali, per una vita, ha fabbricato migliaia di micidiali trappole per topi (tagghjoli), riciclando i "raggi" degli ombrelli fuori uso e il filo d'acciaio contenuto nella gomma degli pneumatici per auto.

     Il tutto senza fare uso di particolari attrezzi: a lui sono bastati una pinza e le dita incallite delle sue abili mani.


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MASTU PASCALI

 

     Simpatico nonnetto di bassa statura, carnagione chiara, portamento signorile e parlata italianeggiante.

    Mastu Pascali era uso girovagare con tanto di ventiquattrore... che poi ventiquattrore non era, ma soltanto una piccola valigia di cartone, legata con spago e stracolma di calendari.

     Ed ecco, allora, i gioiosani pronti a prendere di mira il suo lato vulnerabile:

     - Mastu Pascali, arrivar'i calendarji?

     E lui, di rimando:

    - Delinquente, ti assicuro che stasera non dormirai nel tuo letto! Te li faccio vedere io i calendari!

     Gli inseguimenti, le parolacce e le invettive che ne scaturivano lasciamole immaginare al lettore. Si tenga comunque conto e si apprezzi il modo educato e garbato con cui il nostro personaggio rispondeva i suoi "importunatori".

     Dall'episodio venne fuori una rima che mastu Pascali dovette sorbirsi fino a quando, "un bel giorno", sul suo ultimo calendario, venne scritta la parola "fine":

                                     "Mastu Pascali, c'a baliciotta,

                                      pari ca lev'i pujeji 'nt'a sporta".

 

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ASU  'I  SPATI

 

     Personaggio che, per il suo modo di vestire e il fisico longilineo, sembra ve-ramente essere uscito da un mazzo di carte napoletane.

    Anche se la sua statura alta, gracile, diafana e la sua pic-colissima testa potrebbero far pensare più a un "cerino", che ad un "asso di spade", è ormai indiscutibile che, per la totalità dei gioiosani, Sasà As'i Spati, rappresenta una vera e propria carta da gioco...

    Nessuno conosce la sua professione. Sappiamo solo che bi-vacca nel cimitero dove, a suo dire, pulisce e mantiene in or-dine le tombe degli amici defunti..., ai danni dei defunti non amici che si vedono continuamente deufradati dei fiori e dei lumini che, Salvatore, per amor di estetica, sposta disinvoltamente da una tomba all'altra, in assoluta buona fede.

    E, poichè, i giovani di Gioiosa sono dell'avviso che è meglio "sfottere" anzichè essere "sfottuti", nessuno ormai ci fa più caso se, di tanto in tanto, per le vie del paese, all'improvviso, scoppiano inseguimenti, sassaiole e piogge di parolacce.

    Alla fine tutto rientra nella normalità e nel rispetto delle persone che, per anni, hanno sofferto con noi.

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'U PROFESSORI D'A PICHETTA

 

     E' il nome stesso che ci suggerisce il suo mestiere di contadino, quantunque abbia sognato la vita di musicista, essendo dotato (si fa per dire) di un innato talento musicale.

    Salvatore Simari, a richiesta degli interessati, si esibiva  in bizzarre esecuzio-ni musicali che andavano dal famoso "Carnevale di Venezia" a "Vento di Fa-vazzina", sua composizione e cavallo di battaglia.

    In effetti gli strumenti musicali (tipo il "sestofono contratto", come lui chiamava il "saxfono contralto"), non li ha mai conosciuti.

     Unico strumento usato dal "professore" è la lingua, della quale si serviva per produrre strani suoni che ricordano il mandolino. Il tutto avveniva facendo roteare velocemente la lingua tra labbra, denti e palato... molte volte ai danni degli ascoltatori che venivano letteralmente innaffiati da spruzzi di saliva.

 

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PEPPI  PAPALLINU

 

     Senza dubbio simbolo di laboriosità, Giuseppe Rigitano faceva parte di quella Gioiosa che, per un tozzo di pane, ha sfidato il sonno e la stanchezza.

      Peppi Papallinu faceva il netturbino (netturbino di quelli che pulivano davvero il paese...)..

     Ancor prima che il giorno aprisse gli occhi sul mondo, il lento cigolio della sua carriola strappava il velo della notte ed entrava nelle case di tutti gioiosani per annunciare che un'altra giornata di lavoro stava per cominciare.

     E lui a fare la spola, dalle vinèje al Gallizzi per scaricare i rifiuti urbani.

    Nonostante la sua breve e amara parentesi di vita coniugale, agli estranei Peppe, offriva sempre la parte più amena e bizzarra del suo carattere, fatto di pianti e di risa, di luci e di ombre, di veleni e di gioie.

     Passava facilmente dalla collera all'allegria e, quando si sbellicava in una delle sue consuete risate, non c'era presente che potesse resistere al contagio, specie per il modo sonoro con cui il suo naso, alla fine dell'esibizione, "tirando lunghi maccheroni", faceva echeggiare l' ilarità da un rione all'altro.

     Vorace come un piranha, Giuseppe rimaneva inchiodato a tavola fino a quando giustizia non era fatta... La tavola andava onorata e il cibo doveva essere rigorosamente mangiato fino a non farne rimanere traccia.

      Era la fame che Peppe aveva ereditato dalla guerra.

      E poi, a sera, ancora un'altra guerra: quella combattuta contro i ragazzi che, per divertirsi, lo indispettivano chiamandolo Papallinu.

      La cosa che, a dire il vero, a Peppe, non riusciva molto gradita, provocava improvvise sassaiole e inseguimenti così accesi da lasciare senza fiato anche il più grande podista dei nostri giorni.

      Poi sul caro Peppi calò il sipario della vita e di lui non si seppe più nulla.

     Le fredde stelle di una notte d'inverno lo hanno visto che se n'è andava ridendo.

     Dietro il lento cigolio della sua carriola di legno, che ancor oggi rimane nella mente dei gioiosani, l'anima gli fuggiva dal petto, e Peppi usciva per sempre dalla scena di questa vita.

     Arrivederci cugino mio.

 

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PIZZATEJA

 

 

     Per conto d'a Tornìsa, portava il pranzo ai detenuti delle carceri di Gioiosa.

     Il tutto si svolgeva in un'atmosfera di massima preci-sione e puntualità, fino a quando, un bel giorno, nonostante l'impeccabilità del "servizio di trasporto" offerto da Peppe, per gli sfortunati "assistiti" non accadde il peggio...

    Quella volta avvenne, infatti, che, il nostro "fattorino", assalito dai morsi della fame, decidesse di rompere la dieta...

    Fermatosi, allora, alle falde dell'attuale "Collinetta dei Pini", dopo avere apparecchiato all'ombra di un bel cespuglio, si accomodò con la massima disinvoltura e fece fuori l'intero pranzo destinato ai poveri detenuti.

     Poi si addormentò...  Buon riposo, Peppe.

 

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 TOTO' MACHENGA

 

     Personaggio veramente inverosimile che, per combattere la fame, ne ha combinate di belle e di brutte.

     Era sempre in giro e mai un minuto che stesse fermo!

     Lo si incontrava spesso per le vie del paese, seduto sui gradini delle case a giocare d'azzardo con gli amici e... proprio in tale "disciplina", il nostro Machenga ne sapeva sempre una più del diavolo...

     Dal modo con cui si nutriva dei prodotti degli orti che lui spesso ripuliva con tanta cura..., si direbbe che fosse un vegetariano; in effetti, però, non erano rari i casi in cui Totò ripuliva anche ovili e pollai...

     Tra le tantissime sue bravate ai gioiosani piace ricordare quella della sera in cui, all'orario di chiusura dei locali pubblici, nascondendosi nella trattoria d'u zzi' Roccu Bbalìcia e rimanendo ivi rinchiuso per tutta la notte, mangiò e bevve a sbafo, alla faccia di chi pagava.

      "E come ha fatto a uscire?", vi chiederete.

     Facilissimo! La mattina, mentre il povero Bbalìcia riapriva la trattoria, Machenga, nascosto dietro la porta, sgattaiolava tranquillamente fuori, senza lasciare ombra o traccia di sè.

     'U zzi' Roccu sapeva solo che dagli scaffali mancava della merce, ma non capiva cosa fosse accaduto.

      "U criju ca fur'i sùrici?" diceva "amaru zzi' Roccu".

     Altro che topo! Era una volpe affamata, carro zzi' Roccu...

     Addio vecchi amici, vivrete nella memoria del tempo, con amore, rimpianto e nostalgia.

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PINO DEL BRACCO

 

     Gioiosano acquisito, galantuomo, persona simpaticissima, comunista con la "C" maiuscola, lavoratore onesto e instancabile, Pino, dall'alba al tramonto, si dedicava al commercio del carbone per conto terzi.

     Lo si vedeva quindi sempre a bordo del cassone di un "Leoncino", intento a scaricare i pesantissimi sacchi di carbone ch'egli stesso portava sulle spalle nelle abitazioni dei vari acquirenti.

     Se non fosse per il suo viso sporco di nero per via, appunto, del carbone che egli continuamente maneggiava, potremmo dire che Pino "appariva la sera...", ma in effetti Pino si confondeva con la sera...

    Ad ogni buon conto, fino a notte tarda, egli era uso percorrere in lungo e in largo la piazza del paese, facendo delle lunghissime disquisizioni sulla politica nazionale e internazionale, ma, ahimè, in preda ai fumi del dio Bacco che continuamente onorava tracannando diversi bicchieri di Cirò, dopo una dura e lunga giornata di lavoro.

    Non possiamo assolutamente dimenticare quella fredda sera d'inverno allor-quando, Pino, a voce alta, insisteva col dire:

 - Sono il capo della Cina Popolare! Sono "Mao Tesse Tumbe"! Sono il capo degli Stati Uniti d'America...

    Avvenne, però, che nei pressi si trovasse un altro "alzatore di gomito" (tanto per cambiare...) arrivato fresco fresco dall'America, il quale, sentendosi toccato nel suo orgoglio "Made in USA", intervenne dicendo:

 - Ma chi cazzu sta' dicendu, 'u capu d'a 'Merica è Nixon!

    E Pino, senza scomporsi più di tanto, avvicinandosi, poggiò delicatamente la mano sulla spalla dell'intruso e rispose:

- Amico bello, mi accorgo che in America ti hanno informato male.

    Ciao, galantuomo, Gioiosa non ti scorderà facilmente!

 

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MICU 'I CHIJA VANDA

 

     Personaggio certamente fuggito da qualche programma di Renzo Arbore, Micu 'i Chija Vanda a Gioiosa è famoso per il suo inconsueto modo di parlare, di muoversi, di agire, di vestire, di pensare.

     Puntualmente ogni mattina di domenica, non appena arriva in paese, fa la sua prima visita di dovere al salone dell'amico Barnardu, presso cui rimedia qualche fumetto osé... e, talvolta, anche qualcosa, di più audace.

     Poi, spavaldo e ignaro del mondo che lo circonda, se ne va a zonzo a fare conquiste per le vie del paese.

     Giacca rossa a quadri gialli, papillon, nutriti baffi neri stile anni '20, capelli impomatati, parlata italianeggiante, passo marziale, voce a volte querula, a volte squillante, sguardo che uccide (alla Rodolfo Valentino).

     Sebbene non sappia leggere e scrivere, nel taschino della sua giacca non si vedono mai meno di tre o quattro penne.

     Non si sa molto bene che mestiere faccia: pare nessuno, visto il suo filosofico modo di pensare...

     Guai se non lo si sfotte! Si arrabbia maledettamente e per due tre domeniche si rischia di non vederlo più arrivare in paese. Il lettore capirà bene la premura, l'impegno e la buona volontà dei gioiosani a tale proposito...

    Anche senza gentili richieste Micu si cimenta lo stesso in canzoni che vanno dal Rock al tango, cambiando ritmo e tempo con estrema facilità e disinvoltura.

    Sotto il cielo spiritoso della nostra Gioiosa nulla è impossibile e, a lungo andare, tutto rientra nella normalità.

     Non ci fare caso, Domenico, ci piaci come sei: buono, sincero e umano... come, del resto, dovremmo essere un po' tutti.

 

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