|
In
questo piccolo mondo di luci e ombre paesane, non potevano
di certo mancare personaggi curiosi o bizzarri, che
nonostante fossero "fraintesi" dai giovani dell'epoca, hanno
fatto sempre parte della linfa locale.
Personaggi caratteristici di spicco che, per simpatia,
bontà ed umiltà, hanno lasciato un ricordo indelebile nel
cuore di quanti li hanno conosciuti.
Dal poeta improvvisato al musicista senza strumento, dal
collezionista di og-getti strani al tribuno di piazza, dal
cantante all'accattone: la storia di Gioiosa è un insieme di
queste piccole biografie.
Il paese ne ha preso visione, tramandandone la memoria
di generazione in generazione.
Per non appesantire l'argomento ne citeremo
soltanto alcuni.
|
|
CICCIU
'I MARATA'
Una vita interamente
dedicata al lavoro e al sacrificio... del vino,
Cicciu 'i Maratà, dopo una
settimana di duri lavori campestri, usava onorare il sabato
e la domen ica
deambulando per le vie del paese in preda ai fumi di Bacco.
Il suo punto
vulnerabile era il grande rispetto che nutriva per la
propria famiglia.
Mai dirgli, ad esempio, "O
Ci', a' casa chi si dici?"...
Era come accendere in lui di
un'ira implacabile... Estraeva dalla tasca un temperino ben
affilato e si dava a rincorrere quanti avevano tentato di
insidiare le virtù familiari.
A tarda notte,
quando tutti si andava a dormire, il
Maratà non avendo nemici con cui
prendersela, dopo avere urinato contro le carrozzerie della
autovetture parcheggiate all'aperto, con esse imba-stiva
lunghi discorsi d'onore che, alcune volte, si protraevano
fino all'alba.
Un bel giorno
dell'amico Cicciu non si seppe più nulla. Un
manifesto da lutto annunciò la sua morte che, per quanto può
sembrare strano, ha intenerito un po' tutti.
Oggi, in paese, c'è
ancora gente che rimpiange i bei tempi d'infanzia,
rie-vocando, con tanta nostalgia, le serate trascorse
assieme ad una delle persone più umili di Gioiosa:
Cicciu 'i Maratà.
Torna
ad inizio pagina
MICU
D'I SCOLLI
Personaggio che
pareva estrapolato dalla trama di un film di Fellini,
Micu d'i Scolli
(scolli = cravatte), era uso collezionare cravatte usate con
le quali la moglie, opportunamente, tesseva artistiche
"pezzare" (pesantissime coltri fatte al telaio con ritagli
di stoffa).
In cambio di un'esibizione
all'organetto chiedeva qualche soldino e rac-contava, a
gentile richiesta, la dolorosa ma divertente storia della
sua prima notte di nozze... finita, sfortunatamente, a
botte.
Altro numero del suo vasto
repertorio, riguardava l'imitazione del "passo romano"
che egli eseguiva magistralmente, sollevando talmente in
alto gli arti inferiori, da sfiorarsi il naso.
Torna
ad inizio pagina
'NTON'I
GOZZI
Bestemmiatore, beone
e donnaiolo per eccellenza, chiedeva l'elemosina durante le
feste patronali e a la sera dormiva dietro le porte delle
case.
Ma si faceva perdonare per
il modo confidenziale con cui entrava nelle famiglie di
Gioiosa, dando a tutti del "tu" e raccontando qualche sua
avventura, vera o immaginaria, capitatagli durante
l'accattonaggio nei paesi circonvicini.
'Ntoni
proveniva da Gozzi, frazione di Caulonia, ma non è detto che
lì sia mai vissuto...
Torna
ad inizio pagina
ZZI' GIUSI MENZANEJA
Altro accattone,
questa volta nativo di Gioiosa, che però preferiva "operare"
durante le feste patronali dei paesi limitrofi.
'U Zzi' Giusi, per la
questua utilizzava, una cassettina di legno munita di
feritoia tipo salvadanaio, sui cui frontali erano affisse
due foto: da un lato l'effige del santo festeggiato in quel
giorno, dall'altro la sua immagine.
Avveniva allora che,
quando riceveva l'elemosina, egli mostrasse l'immagine del
santo. Giusto il tempo che il passante ficcasse i soldi
nella feritoia e subito 'u Zzi
Giu', girando la cassetta e mettendo in
evidenza la sua foto, diceva:
A chistu 'nc'i
mentìstivu e chistu s'i futti...
Torna ad inizio pagina
MARIA 'A GIACCHINA
Piccola, esile,
fragile, mingherlina, nera di pelle per chè probabilmente
allergica al sapone, "Maria 'a Giacchina" trascorreva i suoi
giorni a zonzo per le vie del paese, vestita in un
estemporaneo cocktail casual. Gli abiti che indossava,
infatti, non erano nè saja nè tailleur, ma uno strano
guazzabuglio di stili, non certo consono all'estro di
Versace o Valentino.
'A bricichetta russa!, le
gridavano dietro i ragazzi prendendosi gioco dei suoi nervi
che facilmente saltavano e, allora, eccola lì a rispondere:
'A bricichetta d'a pputtan'i
màmmita!.
E subito si
scioglieva in lacrime. Il divertimento era assicurato.
Torna ad inizio pagina
STILLA E ARENA
Stilla
e Arena erano marito e
moglie: una coppia davvero assortita e in-verosimile. I due
in paese erano conosciutissimi in quanto continuamente
litigavano, trovandosi l'uno contro l'altra a combattevano
una strana guerra d'amore… Ma, alla fine, tornava il
sereno e tutto finiva in abbracci, baci e tante dolcezze:
innamorati più di prima.
Qualche anziano gioiosano, ricordando la coppia, non
senza un sorriso sulle labbra, racconta che, al termine di
ogni discussione, lei, indispettiva, sempre diceva:
- Mi 'ndi vaju e ti dassu, vi ca
t'u dicu!
- Vattindi, a ccu' aspetti?
- replicava lui, con orgoglio.
Poi, quando lei faceva per raccogliere i suoi miseri
indumenti in una scatola di cartone per andarsene, di colpo
ritornava il sereno ed erano pianti, baci, carezze,
dolcezze.
Forse era questo il trucco che aveva fatto innamorare i
due fino alla morte.
Ancor oggi in paese, per indicare una coppia che litiga
e fa la pace al con-tempo, si suole dire: "Su'
comu Stilla e Arena".
Torna ad inizio pagina
|
|
SASARINU
Un cinturone di pelle con
un'enorme fibbia metallica, rappresentante l'emblema
dell'America, è stato l'orgoglio e il ricordo della sua vita
di emi-grante.
Ma per i gioiosani è
stato - ingiustamente - motivo di svago.
Infatti, non appena,
i giovani del luogo lo incontravano per via, bastava che gli
si dicesse:
-
Sasarìnu, 'a fibbia!
E lui, andando in
escandescenze:
-
'A fibbia 'i màmmita!
E allora, via con la
sassaiola. Dalle sue mani partivano pericolosi proiettili di
pietra che, rotolando per i selciati sconnessi del paese,
provocavano la fuga precipitosa di ogni presente, colpevole
o no.
Salvatore non è più
da molti anni, ma nei nostri ricordi rimane impresso come
una persona perbene, degno di stima e riconoscenza.
Torna ad inizio pagina
MUTU
D'A GALLA

La natura l'aveva
privato delle corde vocali, ma ciò che non poteva dire con
la voce lo diceva con le mani. Quelle mani instancabili con
le quali, per una vita, ha fabbricato migliaia di micidiali
trappole per topi (tagghjoli),
riciclando i "raggi" degli ombrelli fuori uso e il filo
d'acciaio contenuto nella gomma degli pneumatici per auto.
Il tutto senza fare
uso di particolari attrezzi: a lui sono bastati una pinza e
le dita incallite delle sue abili mani.
Torna
ad inizio pagina
MASTU PASCALI
Simpatico nonnetto
di bassa statura, carnagione chiara, portamento signorile e
parlata italianeggiante.
Mastu Pascali era uso girovagare con tanto di
ventiquattrore... che poi ventiquattrore non era, ma
soltanto una piccola valigia di cartone, legata con spago e
stracolma di calendari.
Ed ecco, allora, i
gioiosani pronti a prendere di mira il suo lato vulnerabile:
- Mastu Pascali, arrivar'i
calendarji?
E lui, di rimando:
- Delinquente, ti assicuro che stasera non dormirai nel
tuo letto! Te li faccio vedere io i calendari!
Gli inseguimenti, le
parolacce e le invettive che ne scaturivano lasciamole
immaginare al lettore. Si tenga comunque conto e si apprezzi
il modo educato e garbato con cui il nostro personaggio
rispondeva i suoi "importunatori".
Dall'episodio venne
fuori una rima che mastu Pascali
dovette sorbirsi fino a quando, "un bel giorno", sul suo
ultimo calendario, venne scritta la parola "fine":
"Mastu Pascali, c'a baliciotta,
pari ca lev'i pujeji 'nt'a sporta".
Torna
ad inizio pagina
ASU
'I SPATI
Personaggio che, per
il suo modo di vestire e il fisico longilineo, sembra
ve-ramente es sere
uscito da un mazzo di carte napoletane.
Anche se la sua statura
alta, gracile, diafana e la sua pic-colissima testa
potrebbero far pensare più a un "cerino", che ad un "asso di
spade", è ormai indiscutibile che, per la totalità dei
gioiosani, Sasà As'i Spati,
rappresenta una vera e propria carta da gioco...
Nessuno conosce la sua
professione. Sappiamo solo che bi-vacca nel cimitero dove, a
suo dire, pulisce e mantiene in or-dine le tombe degli amici
defunti..., ai danni dei defunti non amici che si vedono
continuamente deufradati dei fiori e dei lumini che,
Salvatore, per amor di estetica, sposta disinvoltamente da
una tomba all'altra, in assoluta buona fede.
E, poichè, i giovani di
Gioiosa sono dell'avviso che è meglio "sfottere" anzichè
essere "sfottuti", nessuno ormai ci fa più caso se, di tanto
in tanto, per le vie del paese, all'improvviso, scoppiano
inseguimenti, sassaiole e piogge di parolacce.
Alla fine tutto rientra
nella normalità e nel rispetto delle persone che, per anni,
hanno sofferto con noi.
Torna
ad inizio pagina
'U
PROFESSORI D'A PICHETTA
E' il nome stesso
che ci suggerisce il suo mestiere di contadino, quantunque
abbia sognato la vita di musicista, essendo dotato (si fa
per dire) di un innato talento musicale.
Salvatore Simari, a richiesta degli interessati,
si esibiva in bizzarre esecuzio-ni musicali che
andavano dal famoso "Carnevale di
Venezia" a "Vento di Fa-vazzina",
sua composizione e cavallo di battaglia.
In effetti gli strumenti
musicali (tipo il "sestofono contratto",
come lui chiamava il "saxfono contralto"), non li ha mai
conosciuti.
Unico strumento
usato dal "professore" è la lingua, della quale si serviva
per produrre strani suoni che ricordano il mandolino. Il
tutto avveniva facendo roteare velocemente la lingua tra
labbra, denti e palato... molte volte ai danni degli
ascoltatori che venivano letteralmente innaffiati da spruzzi
di saliva.
Torna
ad inizio pagina
PEPPI PAPALLINU
Senza dubbio simbolo
di laboriosità, Giuseppe Rigitano
faceva parte di quella Gioiosa che, per un tozzo di pane, ha
sfidato il sonno e la s tanchezza.
Peppi Papallinu faceva
il netturbino (netturbino di quelli che pulivano davvero il
paese...)..
Ancor prima che il
giorno aprisse gli occhi sul mondo, il lento cigolio della
sua carriola strappava il velo della notte ed entrava nelle
case di tutti gioiosani per annunciare che un'altra giornata
di lavoro stava per cominciare.
E lui a fare la
spola, dalle vinèje al
Gallizzi per scaricare i rifiuti urbani.
Nonostante la sua breve e
amara parentesi di vita coniugale, agli estranei Peppe,
offriva sempre la parte più amena e bizzarra del suo
carattere, fatto di pianti e di risa, di luci e di ombre, di
veleni e di gioie.
Passava facilmente
dalla collera all'allegria e, quando si sbellicava in una
delle sue consuete risate, non c'era presente che potesse
resistere al contagio, specie per il modo sonoro con cui il
suo naso, alla fine dell'esibizione, "tirando lunghi
maccheroni", faceva echeggiare l' ilarità da un rione
all'altro.
Vorace come un
piranha, Giuseppe rimaneva inchiodato a tavola fino a quando
giustizia non era fatta... La tavola andava onorata e il
cibo doveva essere rigorosamente mangiato fino a non farne
rimanere traccia.
Era la fame
che Peppe aveva ereditato dalla guerra.
E poi, a sera,
ancora un'altra guerra: quella combattuta contro i ragazzi
che, per divertirsi, lo indispettivano chiamandolo
Papallinu.
La cosa che, a
dire il vero, a Peppe, non riusciva molto gradita, provocava
improvvise sassaiole e inseguimenti così accesi da lasciare
senza fiato anche il più grande podista dei nostri giorni.
Poi sul caro
Peppi
calò il sipario della vita e di lui non si seppe più nulla.
Le fredde stelle di
una notte d'inverno lo hanno visto che se n'è andava
ridendo.
Dietro il lento
cigolio della sua carriola di legno, che ancor oggi rimane
nella mente dei gioiosani, l'anima gli fuggiva dal petto, e
Peppi usciva per sempre dalla scena di questa vita.
Arrivederci cugino
mio.
Torna
ad inizio pagina
PIZZATEJA
Per conto
d'a Tornìsa, portava il
pranzo ai detenuti delle carceri di Gioiosa.
Il tutto si svolgeva
in un'atmosfera di massima preci-sione e puntualità, fino a
quando, un bel giorno, nonostante l'impeccabilità del
"servizio di trasporto" offerto da Peppe, per gli sfortunati
"assistiti" non accadde il peggio...
Quella volta avvenne,
infatti, che, il nostro "fattorino", assalito dai morsi
della fame, decidesse di rompere la dieta...
Fermatosi, allora, alle
falde dell'attuale "Collinetta dei Pini", dopo avere
apparecchiato all'ombra di un bel cespuglio, si accomodò con
la massima disinvoltura e fece fuori l'intero pranzo
destinato ai poveri detenuti.
Poi si addormentò...
Buon riposo, Peppe.
Torna
ad inizio pagina
|
|
TOTO'
MACHENGA
Personaggio
veramente inverosimile che, per combattere la fame, ne ha
combinate di belle e di brutte.
Era sempre in giro e
mai un minuto che stesse fermo!
Lo si incontrava
spesso per le vie del paese, seduto sui gradini delle case a
giocare d'azzardo con gli amici e... proprio in tale
"disciplina", il nostro
Machenga ne sapeva
sempre una più del diavolo...
Dal modo con cui si
nutriva dei prodotti degli orti che lui spesso ripuliva con
tanta cura..., si direbbe che fosse un vegetariano; in
effetti, però, non erano rari i casi in cui
Totò ripuliva anche ovili e pollai...
Tra le tantissime
sue bravate ai gioiosani piace ricordare quella della sera
in cui, all'orario di chiusura dei locali pubblici,
nascondendosi nella trattoria
d'u zzi' Roccu Bbalìcia
e rimanendo ivi rinchiuso per tutta la notte, mangiò e bevve
a sbafo, alla faccia di chi pagava.
"E come ha
fatto a uscire?", vi chiederete.
Facilissimo! La
mattina, mentre il povero Bbalìcia
riapriva la trattoria, Machenga,
nascosto dietro la porta, sgattaiolava tranquillamente
fuori, senza lasciare ombra o traccia di sè.
'U zzi' Roccu sapeva
solo che dagli scaffali mancava della merce, ma non capiva
cosa fosse accaduto.
"U
criju ca fur'i sùrici?" diceva "amaru zzi'
Roccu".
Altro che topo! Era
una volpe affamata, carro zzi'
Roccu...
Addio vecchi amici,
vivrete nella memoria del tempo, con amore, rimpianto e
nostalgia.
Torna
ad inizio pagina
PINO
DEL BRACCO
Gioiosano acquisito,
galantuomo, persona simpaticissima, comunista con la "C"
maiuscola, lavoratore onesto e instancabile,
Pino, dall'alba al tramonto, si dedicava al
commercio del carbone per conto terzi.
Lo si vedeva quindi
sempre a bordo del cassone di un "Leoncino", intento a
scaricare i pesantissimi sacchi di carbone ch'egli stesso
portava sulle spalle nelle abitazioni dei vari acquirenti.
Se non fosse per il
suo viso sporco di nero per via, appunto, del carbone che
egli continuamente maneggiava, potremmo dire che Pino
"appariva la sera...", ma in effetti Pino si confondeva con
la sera...
Ad ogni buon conto, fino a
notte tarda, egli era uso percorrere in lungo e in largo la
piazza del paese, facendo delle lunghissime disquisizioni
sulla politica nazionale e internazionale, ma, ahimè, in
preda ai fumi del dio Bacco che continuamente onorava
tracannando diversi bicchieri di Cirò, dopo una dura e lunga
giornata di lavoro.
Non possiamo assolutamente
dimenticare quella fredda sera d'inverno allor-quando, Pino,
a voce alta, insisteva col dire:
- Sono il capo
della Cina Popolare! Sono "Mao Tesse Tumbe"! Sono il capo
degli Stati Uniti d'America...
Avvenne, però, che nei pressi si trovasse un altro "alzatore
di gomito" (tanto per cambiare...) arrivato fresco fresco
dall'America, il quale, sentendosi toccato nel suo orgoglio
"Made in USA", intervenne dicendo:
- Ma chi cazzu sta' dicendu,
'u capu d'a 'Merica è Nixon!
E Pino, senza scomporsi
più di tanto, avvicinandosi, poggiò delicatamente la mano
sulla spalla dell'intruso e rispose:
- Amico bello, mi accorgo che
in America ti hanno informato male.
Ciao, galantuomo, Gioiosa
non ti scorderà facilmente!
Torna
ad inizio pagina
MICU 'I CHIJA VANDA
Personaggio
certamente fuggito da qualche programma di Renzo Arbore,
Micu 'i Chija Vanda a Gioiosa è famoso per il
suo inconsueto modo di parlare, di muoversi, di agire, di
vestire, di pensare.
Puntualmente ogni
mattina di domenica, non appena arriva in paese, fa la sua
prima visita di dovere al salone dell'amico
Barnardu, presso cui
rimedia qualche fumetto osé... e, talvolta, anche qualcosa,
di più audace.
Poi, spavaldo e
ignaro del mondo che lo circonda, se ne va a zonzo a fare
conquiste per le vie del paese.
Giacca rossa a
quadri gialli, papillon, nutriti baffi neri stile anni '20,
capelli impomatati, parlata italianeggiante, passo marziale,
voce a volte querula, a volte squillante, sguardo che uccide
(alla Rodolfo Valentino).
Sebbene non sappia
leggere e scrivere, nel taschino della sua giacca non si
vedono mai meno di tre o quattro penne.
Non si sa molto bene
che mestiere faccia: pare nessuno, visto il suo filosofico
modo di pensare...
Guai se non lo si
sfotte! Si arrabbia maledettamente e per due tre domeniche
si rischia di non vederlo più arrivare in paese. Il lettore
capirà bene la premura, l'impegno e la buona volontà dei
gioiosani a tale proposito...
Anche senza gentili
richieste Micu si
cimenta lo stesso in canzoni che vanno dal Rock al tango,
cambiando ritmo e tempo con estrema facilità e disinvoltura.
Sotto il cielo spiritoso
della nostra Gioiosa nulla è impossibile e, a lungo andare,
tutto rientra nella normalità.
Non ci fare caso,
Domenico, ci piaci come sei: buono, sincero e umano... come,
del resto, dovremmo essere un po' tutti.
Torna
ad inizio pagina
|
|