|
ROCCO
MAZZONE

Tra le centinaia e centinaia di mestieri che
i gioiosani
di una volta si inventavano per poter sostenere la famiglia,
quello di Rocco Mazzone
è insolito davvero: riciclando le corna di montone, che i
gucceri (macellai) gettavano nel torrente
Gallizzi, riusciva, infatti, a fabbricare dei pettini di
qualità davvero eccellente.
Nell’arco dei difficilissimi anni di fame e
mise-ria, che vanno dal 1944 al 1947, Rocco Mazzone,
affidandosi solamente alle sue mani e ad un minuscolo
seghetto - cosa da non credere! - riuscì a produrre il bel
numero di circa 8000 pettini, per una media di 6-7 pezzi al
giorno. E scusate se è poco.
Ma come faceva?
La prima fase della produzione - ci ha
raccontato il bravissimo Rocco, prima di lasciare questa
vita -, riguardava l’approvvigiona-mento della materia
prima. Operazione, questa, affidata ai due figli Mela
e Totò che si recavano continuamente nel greto
del torrente Gallizzi a raccogliere le corna di montone
gettate (come dicevamo) dai macellai del luogo.
Dopo averle faticosamente sfaldate con un
seghetto, le corna dei poveri animali venivano messe a
bollire, per ore e ore, alla tem-peratura di 100 gradi
centigradi.
Tolte dall’acqua, venivano aperte con un
coltello e collocate sotto una pressa rudimentale
(generalmente sotto il peso di una cassapanca contenente
biancheria) per appiattirle.
Dopo qualche giorno, finalmente, venivano
fuori le tavolette di osso alle quali, il nostro bravissimo
artigiano, con infinita pazienza e, ancora, facendo uso del
seghetto, praticava la dentatura.
Una pulitina, una mano di lucido, un po’ di
sudore e... il pettine marcato “RoMa” (Rocco
Mazzone: “marchio di fabbrica” usato dal signor
Mazzone) era pronto a prendere posto tra gli attrezzi dei
barbieri di Gioiosa, che molto apprezzavano il prodotto,
facendone largo uso.
Il più delle volte il signor Mazzone si
recava a Crotone o a Fa-brizia, dove scambiava il frutto del
suo lavoro con farina, castagne, noci, ceci e altri prodotti
che, grazie al buon Dio, abbondavano durante qualche annata
particolare.
Ma, oltre alle corna di montone, il nostro
laborioso concittadino lavorava anche il legno di nespolo e
di arancio, che veniva trasfor-mato in pettini dalla
dentatura molto fitta e sottile: “i pettina ‘i lignu”,
usati per separare i fili della "trama" durante la tessitura
al telaio (ma venivano usati anche per debellare i pidocchi
che tor-mentavano la testa dei poveri gioiosani provati
dalla guerra...).
Nel dopoguerra, abbandonato il difficile
mestiere di “mastru pettinaru”, Rocco Mazzone
trovò lavoro presso gli uffici della locale Pretura. Ma,
visti i tanti problemi della sua famiglia che cresceva
continuamente nelle spesse, il nostro instancabile
concittadino si diede anche alla legatoria di libri:
mestiere che praticò con sacrificio e impegno nei ritagli di
tempo libero di cui disponeva.
E poi l’età veneranda.
Il tempo cosparse il suo viso di rughe. Le
sue mani cominciarono a solcarsi di grosse vene, dentro cui
pulsava il sangue di un onesto lavoratore di Gioiosa.
Anno dopo anno si fece il 27 aprile del 1997.
Rocco Mazzone, stanco dei rumori implacabili
del tempo, sul far della sera, si accasciò tra gli affetti
dei suoi cari e si addormentò per sempre nella sua casa
antica di Largo Palestro.
Torna
ad inizio pagina
'A
GIARAMIDARA
Ancora in giovane
età, provata dalla fatica, il 2 aprile 1948 muore
Rosaria Sculli, instancabile
artigiana della creta, con la lavorazione della quale aveva
sostenuto la numerosa famiglia.
Con lei muore quella piccola ma importante
attività di laterizi (tegole e mattoni) che l'indomabile
lavoratrice da anni svolgeva nell’ angusto laboratorio in
località Giaramidìu, il
cui nome è stato appunto tratto dall’esistenza della
fabbrichetta.
Era nata il 26/8/1891.
E chi non la conosceva in paese!
Le sue mani, sebbene provate dall'artrosi,
hanno lavorato incessantemente, notte e giorno, per fornire
le tegole alle case del paese.
I gioiosani di una certa età la ricordano
mentre lavorava a piedi nudi, in una vasca di fango, intenta
a riempire le pesanti forme di legno dalle quali uscivano
tegole e mattoni di ogni genere.
I giaramìdi!
Giaramidi suprani,
giaramidi suttàni, fandichi.
La morte bussò al cuore di Rosaria, quando
aveva appena 56 anni, strap-pandola all’affetto dei suoi
sette figli.
E lei, senza fare rumore, accantonò in un
angolo le sue vecchie e sudate forme di legno, socchiuse la
porta del laboratorio e tra lontani sogni di argilla,
sfiorando i tetti coperti con le tegole che lei stessa aveva
costruito per le case della sua Gioiosa, unì le palpebre e
con un balzo raggiunse le alture eterne del cielo.
Torna
ad inizio pagina
|
|
MASTRO RAFFAELE ROCCHINO
Era un tiepido venerdì del mese di giugno.
Precisamente, si era al 4 giugno del 1932.
Mentre si adoprava a completare il campanile
dell’attuale Chie-sa del Rosario, disgraziatamente, cedeva
una tavola dell'impalcatu-ra e il povero maestro muratore
Raffaele Rocchino, precipitando dall'altezza di circa
trenta metri, lasciava il proprio sangue sul sel-ciato.
Il corpo sfinito del povero mastro Raffaele
fu subito portato a casa, disteso su una portantina di legno
(ricavata da una scala a pioli) e seguito da una folta
schiera di gioiosani, rimasti smarriti per l'accaduto.
Non aveva perso la lucidità mentale, anzi,
con lo sguardo ferito, che si spegneva attimo dopo attimo,
mastro Raffaele, riconobbe tutti: i suoi cari, gli amici, i
parenti.
Poi, con voce flebile, ebbe appena il tempo
di sussurrare che vo-leva un prete per confessarsi: raccolse
tutte le forze che gli rimanevano e il povero muratore si
mise in viaggio lungo le strade che lo stavano portando
all’altro mondo.
Camminò lungo i sentieri più antichi della
sua fanciullezza, lungo le vineje del paese,
tra le case che lui stesso aveva costruito con tanto amore
per i gioiosani dell’epoca.
Era già stanco!
Poggiò il suo corpo all’ombra di un cipresso
del “Feudo”, socchiuse gli occhi e si addormentò per sempre
tra le braccia del sogno più lungo della sua vita.
A ricordo dell’avvenimento, che destò dolore
nel cuore di quanti lo conobbero, nella chiesa del Rosario,
proprio sulla porta di accesso alla sacrestia, venne apposta
un’effigie marmorea sulla quale i gioiosani del futuro
potranno leggere:
QUESTO SACRO LUOGO, RISORTO
QUI
DOPO IL TERREMOTO DEL ’30
PER TENACE E APPASSIONATA
VOLONTA’
DELL’ARCICONFRATERNITA DEL
ROSARIO
VENIVA FINITO DI GROSSO NEL
’32.
E’ TESTIMONE IL SANGUE DI UN
MURATORE,
MAESTRO RAFFAELE ROCCHINO,
ROVINATO DAL CASTELLO DELLE
CAMPANE
IL MATTINO DEL 4 GIUGNO DI
QUELL’ANNO.
Torna
ad inizio pagina
|
|
BETTA 'A LUPPINARA
Una vita interamente
passata a piedi nudi nelle acque del torrente Gallizzi a
indolcire lupini.
La ricordiamo
sempre con pesantissimi sacchi sulla testa, dirigersi verso
il fiume dove immergeva i lupini nelle acque limpide del
Gallizzi.
Quanti sacchi, Betta,
ha
trasportato! Quanti lavori ha svolto per nutrire la nidiata
di figli che a casa l'aspettavano, affamati!
Poi, quando
venne il tempo del meritato riposo, s'è smar-rita tra le
strette vie della sua mente stessa...
E si è
dedicata alla raccolta di vecchi giornali che rivendeva ai
gioiosani per qualche lira.
Ma un bel giorno di
Betta non si seppe più nulla.
Se n'era andata in
silenzio, a piedi nudi, senza annunciare nulla a nessuno.
Forse avvolta dalla
cronaca di qualche "giornale" ha
trovato l'amaro epilogo della sua vita.
Ma la gente del
popolo racconta e ricorda sempre Betta.
'A luppinara che
caratterizzò l'epoca triste della fame...
...Vi parru 'i quandu Betta 'a luppinara
'nu figghju e menzu all'annu parturìa,
'i quandu senza scarpi, 'nt'a hjumara,
'nducìa luppinu e ppòvara morìa...
Torna
ad inizio pagina
VICENZINU 'U MALANDRINU
In un angolo di Piazza Vittorio Veneto,
offriva scarpe militari e indumenti usati, che comprava e rivendeva
facendo continuamente la spola da Napoli a Gioiosa, durante
il periodo bellico, sfidando la fame e i pericoli del tempo.
La guerra s'era
decisa a far tacere il suo grido e Vicenzinu, dopo alcuni anni, prendeva congedo.
DONNA TIRESA 'A POVIA
Instancabili mani che hanno messo
sapientemente in sesto le ossa slogate chissà di quante
persone, gioiosane e non.
Ed eccola lì,
'A Povia, seduta sullo
sgabello, dietro i vetri del balcone, con accanto un
piattino contenente qualche goccia d'olio caldo.
La rivediamo ancora lì, mentre sfodera il suo
malinconico sorriso di donna provata dalla vita.
Lì ad ascoltare e lenire i "dolori" della
gente.
A chiacchierare e strofinare con pazienza gli
arti doloranti dei suoi poveri compaesani.
Grazie, a nome di tutti,
Donna Tiresa.
ROCCU GIACCHETTA
L'uomo che non ha mai conosciuto confini. Non
aveva dimora. Sempre in giro. A Gioiosa Marina, a Siderno, a
Roccella. Ovunque, improvvisandosi un mestiere per ogni
paese.
Rocco, moto perpetuo di Gioiosa!
DE STEFANU
Faceva la spola, con la sua vetusta e
brontolona macchina di noleggio, da Gioiosa Marina a
Gioiosa Superiore.
Nel periodo del grande esodo, aveva il
compito ingrato di accompagnare le famiglie alla stazione
ferroviaria.
Valigie di cartone, damigiane d'olio e
scatole legate con lo spago svettavano dal portabagagli
dell'Ansaldo di De Stefano, salutando amici e nemici,
mamme e figli, giovani e vecchi, illusioni e speranze.
Molti di loro non avrebbero più fatto
ritorno!
MARA TIRESA 'A GUERRISA
Filava sul pianerottolo di casa e cantava,
ripetutamente i versi dell'unico ritornello che conosceva
(in quanto strettamente attinente al lavoro da lei
esplicato):
"La figghjoleja mia fila lu linu,
cu la cunocchja di lu sagristanu".
Torna
ad inizio pagina
ROCCU L'OVARU
Girovagava per le case di Gioiosa a comprare
uova che poi rivendeva in altri posti.
Le massaie gioiosane lo ricordano per il
fatto che, bussando alla loro porta, ripeteva sempre e a
tutte la stessa frase:
"Cummari, 'ndaviti ova?
Nchjanu, scindu o mi 'ndi vaju?".
SASA' OPPEDISANO
Nel suo "laboratorio meccanico" di Via Don Minzoni, era sempre alle prese con mastici impiastriccianti.
Nonostante siano passati molti anni,
da quando non c'è più,
ci dà
sempre l'impressione di vederlo ancora lavorare con lo
stesso amore e lo stesso attaccamento che lo hanno sempre
contraddi-stinto.
Ed eccolo lì, curvo sulla vaschetta
dell'acqua, mentre cerca di localizzare i fori delle camere
d'aria delle biciclette.
Tutto preso a incollare, i "tip-top" che lui
stesso prepa-rava, riciclando ogni tipo di materiale gommoso;
precor-rendo, così, quello che oggi, con termini reboanti,
chiamano "processo di vulcanizzazione".
Sudando sulle raggiere delle poche biciclette
esistenti in paese, equilibrava, con la massima perfezione
e competenza, le ruote fuori sesto, accattivandosi la stima
di tutti i gioiosani e l'appellativo di "bravo" da parte di
quanti lo hanno visto all'opera.
Torna
ad inizio pagina
|
|
ROCCU BELLUZZI

Offriva alle massaie gioiosane,
per non più di qualche lira, i crivi (stacci) che lui stesso produceva
servendosi di materiale povero e semplicissimi attrezzi di lavoro.
Un foglio sottile di
legno di castagno, qualche metro di filo di ferro, mezzo
metro di rete metallica finissima, una pinza e... le sue
abili mani a curvare il legno , così come la vita, alla
fine, ha curvato il suo corpo provato dalla stanchezza.
'A PULITA
Lavoratrice instancabile e madre
continuamente immersa nei sacrifici per la famiglia,
riappare ai nostri occhi così come il tempo ce l'ha lasciata
nei ricordi.
Gioiosa gemeva sotto i tuoni della guerra e
lei in giro, per le vie del paese, a offrire i suoi articoli
di merceria per sostenere la famiglia.
'U MUTU D'A PANUCCIA
Artigiano dotato dei più alti e rifiniti
tocchi di professionalità, il paese lo ri-corda rinchiuso nel
suo attrezzatissimo laboratorio, mentre si adopra ad
allestire autentici capolavori di calzoleria (scarparu) per
il lusso e l'eleganza dei "piedi gentilizi".
Un paio di scarpe (tappina) di alta fattura
artigianale, per i vezzi della "Gioiosa bene"; un paio di "scarpuni
c'attacci" (scarponi con le bullette) per la "Gioiosa
contadina"; un bel paio di "piedi nudi" per la "Gioiosa
affamata".
Alla fine, chi scalzo e chi no, tutti hanno
fatto gli stessi passi, durante lo stesso cammino.
Ed eccoci
qua!
Torna
ad inizio pagina
LOICI D'A MOTTA
Instancabile "mulatteri", trasportava l'olio
prodotto dai coloni, dal frantoio ai ricchissimi depositi
delle case gentilizie.
MASTU CICCIU 'U TRAMPOSU
Falegname, eternamente immerso nei complessi
incastri del legno, sempre curvo sulla lucidatura dei mobili
che lui stesso produceva nel suo grandissimo laboratorio "d'a Menza Via".
Ma
'u Tramposu è ricordato anche per le
ricercatissime battole (tocche) che allestiva in occasione
della Settimana Santa.
Lo trovarono morto sul treno.
Andava a Torino a trovare la
famiglia.
Era stanco!
MASTU CICCIU TRUSCIA TRUSCIA
Alle prese coi suoi due, completamente
diversi, mestieri di barbiere e di sarto, che svolgeva in
un unico laboratorio, con la stessa indiscutibile bravura.
NICOLA MINCHJILLI
Dall'alba al tramonto in giro a vendere "i
fascini 'i bruvera" (frasche di èrica generalmente usate per
accendere il forno), che lui stesso confezionava e
tra-sportava dalla montagna.
DDO' ROCCU POVIA
Si guadagnava da
vivere vendendo, instancabilmente, pastiji (castagne secche sbucciate) per
le vie del paese.
Una lira per una castagna secca.
Una lira alla volta, ma qui non si arricchiva
mai!
CICCI'U FEZZARU
Vendeva vino in una delle tantissime
"cantine" (60-70) esistenti a Gioiosa durante gli anni del
primo dopoguerra.
Un ramoscello d'arancio sullo stipite della
porta indicava che il vino nuovo era stato spillato.
RAFELI PEJICCHJA
Vendeva generi
alimentari in un piccolo magazzino ubicato
sutt'o gafiu. Per
anni e anni è stato così.
E poi... anche lui, di corsa, verso le
lontane Americhe.
Torna
ad inizio pagina
PEPPI 'I JO'
Offriva i genuini prodotti del suo orto per
qualche soldino. Càvuli, vròccula, scalòri, secri, finocchja, lattuchi, cavul'i hjuri, cappucci ed erbe selvatiche,
hanno costituito per anni gli alimenti primari e giornalieri
dei gioiosani di una volta.
ROCCU NAPULI

Sempre a contatto coi fornelli della sua
cucina, per pre-parare il pranzo ai detenuti delle carceri di
Gioiosa.
Allo scoccar del mezzogiorno, ci sembra
ancora di rive-derlo mentre si arrampica, affannato, lungo le
rampe scoscese dell'attuale Pineta Rubina, carico di ceste,
borsoni e scatole di cartone.
Grazie,
Rocco Napoli, per averci dato esempio
e prova di laboriosità!
MASTU MICHELANGELU
Unico artigiano che
si dedicava alla confezione di berretti che lui stesso
vendeva nel piccolo laboratorio del rione
Laccu.
Torna
ad inizio pagina
MARAROSA 'NU SONNU
Raccoglieva la solitudine nel povero fardello
della sua vita e moriva nello squallore più desolante, in
una baracca di canne e legno (pagghjaru) che lei stessa si
era costruita, sulla sponda del torrente Gallizzi.
ROCCU D'A VENNA
A vendere fichi d'India, che lui stesso
sbucciava sul posto, per la delizia e la gioia del palato
dei buongustai più esigenti.
Decine di persone
attorno alla còfina
(cesta) colma delle gustosissime frutta e lui col coltello a
sbucciare e ad offrire il sapore spinoso della Gioiosa di
una volta.
GIUSI FUDA
Prendeva dalla gola i clienti facendo leva
sui saporitissimi piatti caserecci che lui stesso preparava
rinchiuso nella piccola cucina della sua trattoria.
Stoccu 'n tianu o
trippa ch'i patati,
rappresentavano gli irresistibili menu giornalieri che
facevano venire l'anguleja (acquolina in bocca) anche alle
mi-gliori forchette dell'alta cucina italiana.
ROCCU 'I CARNALEVARI
Sempre infarinato e assorbito dal suo
paziente e stressante lavoro di mugnaio (mulinaru), riduceva
in farina il grano seminato e raccolto dalla Gio-iosa
contadina dell'epoca.
ROCCU LAMENTU
Nottate intere a cuocere i ceci nella sabbia
finissima (rina 'i Màrtuni) per preparare
'a caglia, che
poi veniva venduta durante le fiere domenicali.
Torna
ad inizio pagina
NICOLA SABATINU
Senza dubbio si è trattato del sindaco più
simpatico, originale e, al con-tempo, più estroso ti tutta la
Vallata del Torbido dell'epoca.
Riusciva ad uscire facilmente da ogni
situazione imbarazzante, grazie a una semplicissima frase
che lui stesso aveva coniato per "eludere" le esigenze di
tutti i cittadini gioiosani.
A quanti, infatti, lo fermavano per strada,
assillandolo coi loro quotidiani problemi,
Nicola Sabatinu
rispondeva continuamente "Po' parramu" ("Dopo ne
parleremo"), "Po' parramu".
- Sìndacu, a' Nunziata manca l'acqua -
diceva, lamentandosi, un contadino.
- Po' parramu
- ribatteva prontamente il capo
del paese.
- Sìndacu, sup'a Tumba manc'a luci -
riferiva un cittadino del rione "Tumba".
- Po' parramu - rispondeva, senza esitare, il
nostro sindaco.
"Po' parràmu", "Po' parràmu", "Po' parràmu"...
Don Nicola Sabatino lasciò questa vita e di alcune cose
non se n'è più parlato...
Speriamo bene per il futuro...
VICENZINU PALUMBU
In quel piccolo mondo di cose belle ed
inconsuete non poteva certo mancare il liutaio.
Chi passava di notte dalle parti
d'u Mercatu sentiva
le note inconfondibili dei violini che Vincenzo Totino
curava e accordava in uno strano e angusto "laboratorio",
ricavato da una stanza della propria abitazione.
Bravissimo artigiano del legno, per cinquant'anni,
Vicenzinu, ha trascorso intere
notti a costruire, con dedizione e competenza, incredibili
violini di una sonorità così eccezionale da far sbalordire
anche l'orecchio musicale più esi-gente.
E pare strano che solo le sue piccole mani,
pazienti ed esperte, con l'aiuto di pochi semplici attrezzi,
fossero in grado di produrre autentici capolavori che hanno
stupito anche i maestri liutai di Cremona.
Il segreto della sostanza da lui scoperta,
per la cura del legno dei violini, se n'è andato insieme a
lui.
MIO PADRE
Ha sputato l'anima voltando e rivoltando le
insanguinate divise militari che la guerra aveva
abbandonato nei mercati di Napoli.
Lui a stirare, mia madre a cucire e noi figli
a mettere continuamente carbone nei vecchi ferri da stiro e
soffiarli, per evitare che si spegnessero o si
rafreddassero.
Era quella la nostra vita.
Una vita vissuta più di notte che di giorno.
Una vita della vecchia Gioiosa.
La miseria cadeva sulle case da ogni parte
del cielo e tu, padre mio, a girovagare con la bicicletta
per vendere il frutto del tuo sudore.
E poi la primavera del '71.
Un'aria tiepida scendeva vibrante e
minacciosa dal Pantaleo per soffiare dentro il tuo cuore. In punta di piedi uscivi per sempre di scena
e sul tuo silenzio, a me non rimaneva che chiudere il
sipario e scrivere i versi della mia vita:
"Nànnima sup'a porta chi filava
e ziama j'o tilaru chi tessìa,
pàtrima rrobbi vecchji rivotava
e mama jan'a màchina i cusìa".
|
|
MASTU RAFELI
Una nota particolare merita
Raffaele
Lombardo, ricordato dai gioiosani come uomo che ha saputo
distinguersi per il senso di "religiosità" e "pietà" nei
confronti della Madonna del Carmine.
Egli soleva costruire, con canne e fogli di
carta velina colorata, dei grandi palloni aerostatici che,
al passaggio della Madonna, venivano librati nel cielo, fra
lo stupore e la meraviglia di grandi e piccini.
NICOLA GIANDO'
Nicola Papandrea,
detto Giandò, eccezionale
poeta contadino, pur essendo analfabeta, racchiudeva in sè
la capacità, di tradurre in versi ogni avvenimento della
vita paesana, servendosi di fervido estro e magistrale
ironia.
Unica pecca del Giandò era quella di non
sapere usare la penna per appuntarsi la miriade di versi che
scaturivano dalla sua mente. Per cui, oggi, nulla ci rimane
dei suoi componimenti.
L'opera principale di Nicola Papandrea
rimane la tanto famosa Farza 'i Roccu Vicenzu, dove si vogliono
rappresentare le peripezie di Carnevale, arrestato e
processato per aver rubato un maiale al "porcàro". La
diatriba si risolve in un'insalatiera colma fino all'orlo di
maccheroni e carne di maiale (ancora un tentativo di
corruzione della legge da parte di un cittadino...).
A capodanno
Nicola Giandò, accompagnandosi
con la lira, usava cantare Li bboni festi: stornellata di
origine seicentesca che raccontava tutto di tutti senza
mezzi termini.
Eccone qualche verso:
Li bboni festi e li bboni simàni
'm'u 'ndi li manda Ddiu, nostru
Signuri:
cu menzu litr'i vinu e nenti pani,
mo v'i cantamu 'i tutti li culuri.
Torna
ad inizio pagina
MARIANNA 'A SGAMBIRRA
Esercitava il mestiere più impensato tra i
tantissimi conosciuti a quei tempi: per pochi soldi, andava
a svuotare gli orinali delle famiglie gioiosane nel
torrente Gallizzi.
Ancora un esempio di come anche il più umile
dei lavori nobilita chi lo esegue.
MARAROSA 'A GGONGA
Con un paniere appeso al braccio, andava in
giro a vendere i gattini che lei stessa allevava con tanta
cura o "recuperava"... in altri rioni.
DDO' MICHELI
Di origine
napoletana, ddo' Micheli,
lavorando assiduamente, dal tramonto all'alba del giorno
successivo, in un minuscolo laboratorio del
Laccu, offriva la fragranza di quel caldo pane di
grano, che per anni ha stuzzicato l'appetito dei più fini ed
esigenti palati gioiosani.
|
|
VICI CACA
Vendeva giornali,
noccioline e caramelle in un angusto chiosco di legno
costruito al centro di Piazza V. Veneto, accanto alla
monumentale fontana che, taciuta la guerra, chiudeva le sue
acque e se ne andava con lui.
Molte cose nella
piazzetta sono cambiate! Ma i nostri ricordi sono rimasti
ancora lì, accanto al vecchio chiosco di
Vici Caca, sommerso dagli
zampilli vivi del passato.
Torna
ad inizio pagina
'U
ZZI GIANNI 'MBUJAMUSSA
In giro per le fiere
dei paesi del circondario ad offrire le sue
scirubette,
preparate con ghiaccio tritato, zucchero (qualche volta...)
e stranissime essenze, di certo poco aromatiche ma, in
compenso, molto colorate.
Quattro pertiche di legno
piantati a terra, sorreggevano un lenzuolo teso a mo' di
tettoia. E 'u Zzi' Gianni
lì, nascosto dietro i baffetti, a tritare ghiaccio e
mescolare con cura i "refrigeranti preparati", per la gioia
di grandi e piccini.
FRATELLI
AGOSTINO
Forgiari (fabbri) di rinomata fama, eseguivano lavori in ferro battuto
di squisita fattura.
I " maestri" ha
lasciato traccia del loro mestiere in molti artistici balconi del
paese, nei sontuosi lampadari di alcune case gentilizie e
nelle decorazioni di alcune chiese cittadine.
Tra le opere
principali che ancora possiamo ammirare in paese, vanno
ricordate:
- la
pregiatissima croce di ferro battuto posta all'esterno della
Chiesa Matrice;
- l'artistico lampadario appeso al
soffitto dell'atrio del palazzo comunale;
- la stupenda tettoia del Bar Nazionale di
Piazza Plebiscito.
La vostra mano,
cari maestri, si è posata ovunque: nelle case
dei poveri, nelle case dei ricchi.
MARAROSA 'A RÁVULA
Lavoratrice di primo
piano, Mararosa 'a Ràvula
è ricordata dai gioiosani per la sua indiscussa
bravura nell'allestire ricercatissimi calzini di lana, fatti
ai ferri, con i quali i gioiosani sfidavano
ogni rigore invernale.
Torna
ad inizio pagina
'A MUTA D'ADDECA
Dalle sue mani
magiche e virtuose prendevano vita, meraviglio si
collaretti
(merletti che adornavano la scollatura del costume
tradizio-nale femminile), facendo uso di minuscoli uncinetti
(mani-chini) e filo di
rocchetto (rocchellu)
del più sottile esistente.
Nonostante
siano passati molti anni dalla sua dipartita, ci capita
spesso di pensare 'a muta d'Addeca;
lì, seduta sul-l'uscio di casa, col
manichinu tra le
dita e il filo sulle ginoc-chia, a comporre quei
preziosissimi merletti che mezzo secolo hanno senz'altro fatto invidia
anche ai pregiatissimi manufatti di Burano.
I MAISTI DONNA 'RAZIA
Erano tre
abilissime sorelle che passavano interi giorni e intere
notti, dandosi il cambio, per lavorare al tradizionale
telaio di legno.
Continuamente
alle prese con l'ordito, "c'u sugghju", "c'a trama", "c'u
stimoni", "ch'i lizzi", "ch'i novetti" e con una ragnatela
di complicatissimi fili che rappresentavano un vero e
proprio programmatore elettronico, dalle loro mani nascevano
pregiatissimi capi di biancheria per uso domestico
(lenzuola, federe, tovaglie, tovaglioli, ecc.), che
formavano la ricca dote delle ragazze gioiosane.
MASTU MICU 'U SIDERNISI
Fissava i pesanti
cerchioni di ferro alle ruote dei carri e delle carrozze,
sotto gli occhi curiosi della gente che faceva capannello
per ammirare la precisione e l'abilità con cui il "maestro"
eseguiva il suo peculiare lavoro.
'A MUJURA
Interi giorni, interi inverni e un'intera
vita a vendere carbone in quel freddo e minuscolo magazzino
che, in Via Garibaldi, pare attaccato alla chiesa omonima.
FILIPPU TOTINU
Barvarussa (così era
chiamato in paese) friggeva e offriva, per qualche
soldo, il sangue degli animali macellati.
Due fette di pane casereccio, farcite con una
frittura di... sangue animale, costituiva la povera
colazione della Gioiosa operaia che affrontava i duri
momenti della vita con rabbia e con fame.
|
|