TRA IL SORRISO E IL PIANTO
Una cosa che mi è rimasta impressa e che porto dentro, ancor oggi con un certo senso di paura, sono alcuni episodi di liti verificatisi nelle cantine dell'antica Gioiosa; liti banali o gravi che alcune volte dege-neravano, arrecando anche lutti nelle famiglie…
Allora – parlo degli anni '50 - i
problemi della fame ereditata dalla guerra venivano risolti (si fa per
dire) giocando a carte nelle decine e decine di osterie esi
stenti
in paese, nel periodo anzidetto.
Molte volte la rissa era inevitabile e assumeva il sa-pore di un "regolamento di conti" che avveniva "arre-t'u passu 'i Rubina" (lungo il vecchio sentiero che por-tava sul pianoro dell'omoni-ma pineta), sfidandosi col coltello.
Oggi le cose sono cam-biate e possiamo dire che la gente non beve più per piantare grane agli altri, ma solo per dimenticare, per qualche ora, i problemi del vivere quotidiano.
Ai nostri giorni, bere è quasi una spacconeria, un trascorrere una serata di baldoria con gli amici; un sentirsi diverso da quello che realmente si è, un togliersi temporaneamente la maschera giornaliera e tuffarsi in un mondo inebriante che appaga e si contrappone allo stress della vita moderna.
E le sere si fanno notti e le notti si protraggono sino al mattino; il tutto nel pieno rispetto dei presenti e dei loro ruoli.
Bere, quindi, oggi, non significa annullare se stessi per lasciarsi an-dare in parolacce, offese, pettegolezzi, insulti ed altro, ma significa trovare il "coraggio" di confidare agli amici commensali i propri problemi e farsi, caso mai, aiutare.
Così erano le serate trascorse con Luigi a tavola: a raccontare allegri episodi vissuti dalla gente del popolo e perdersi nelle risate, sottolineando i difetti degli altri che, in fondo, erano i nostri stessi difetti, molte volte sottolineati da un senso d'amara auto-ironia….
E Luigi qui era un maestro.
Specie quando ci raccontava della volta in cui, assieme a Renato, nella Standa di Reggio Calabria, si divertiva a fare le scale mobili al-l'incontrario: salendo quella che scendeva o scendendo quella che saliva; episodio che ai due costò un bel verbale perchè "salivano le scale con l'intenzione di scendere" (è quanto scrisse l'addetto alla il vigilanza nel denunziare il fatto alla Direzione).
E sempre davanti al "fiasco rosso" Luigi raccontava anche della volta in cui era andato a trovare la moglie al reparto maternità…
Era il periodo di Natale e, per onorare la tanto sentita festività, ap-partandosi in un camerino della corsia, si era travestito da "donna in-cinta"; per rendere più verosimile la scena, si era buttato, poi, per terra, nel corridoio, lamentandosi e contorcendosi di qua e di là, destando tanta ilarità tra i ricoverati della corsia ospedaliera.
Avvenne, però, che arrivarono subito le infermiere e caricarono "il partoriente" sulla barella per portalo in sala operatoria e…
- Figghjoli – raccontava Luigi, pulendo col fazzoletto gli occhiali appannati dal tanto ridere – si non era ca 'nt'a 'ju periudu nd'avìa i baffi e s'accorgiru ca su' màsculu, imbec'i mugghjerima partorìa eu!...
Quanta simpatia sprigionava Luigi raccontando queste "diavolerie"!
Quante ironie dietro quegli occhioni vispi!
Questi erano gli effetti del vino che, in allegra combriccola, be-vevamo a tavola.
Allora, 'u Sergenti – pace alla sua anima buona e gentile – nella sua appartata osteria, bevendo con noi, puntualizzava che "A tavola non s'invecchia mai"! Ed è proprio vero, Luigi è morto giovane senza nemmeno una ruga sul viso...
Luigi, per certi versi, che nessuno mi
fraintenda, era come i clown del circo equestre: divertiva tutti,
facendoli ridere a crepapelle e poi si ritirava nella solitudine della
sua tristezza per leccarsi le ferite della vita, pagando a caro prezzo
l'essere nato povero e morto in modo tragico e beffardo.
Nessuno può saper quanto abbia sofferto in ospedale, durante le orrende ore di dolore che lo hanno messo a dura prova, tormentandolo fino all'ultimo respiro. Se fosse vivo ce lo direbbe; come lo disse a Nicola, il giorno che lo chiamò per telefono per avere notizie del suo stato di salute; e lui, il povero 'Ndranghita, simulando, come sempre, il coraggio, col "telefonino viva voce", si mise a scherzare con le infermiere, men-tendo e simulando il "Luigi" di sempre.
Se fosse vivo ce lo direbbe, a modo suo, sdrammatizzando anche la morte, deridendo il male che lo vinse, facendo impazzire ancora una volta gli amici.
Se fosse vivo! Ma Luigi è morto e nessuno ci può raccontare cosa pensò, quando la vita traballò sotto i suoi occhi, dimenandosi tra le braccia della moglie e dei figli che lo avevano tanto amato.
Forse, in quegli attimi struggenti, avrà rivisto velocemente tutta la sua vita, quella triste e quell'allegra, trascorsa nella sua Gioiosa. Quella Gioiosa che passò per la sua bocca, ironica e veritiera, paurosa e spac-cona, umile e selvaggia.
Quella bocca che perse il respiro proprio nell'atto di dire qualcosa, in un lamento, tacque: Luigi chinò il capo e si assopì avvilito.
Dagli pace, o Gioiosa!
Tra i cipressi del vecchio cimitero del Feudo un tuo figlio aspetta una carezza sulla testa, per addormentarsi per sempre tra le tue braccia.
Dagli pace, o Gioiosa!