ROSA 'A  CECIA

 

La  vita  semplice  ma  laboriosa  di  una  donna  del  popolo

 
 

ROS'A CECIA
 

13 aprile 1995: inghiottita dal mistero più arcano, dal paese scompare Rosa Bruzzese, simpaticamente conosciuta col nomignolo di "Ros'a Cecia".

Era nata a Bombaconi, piccola contrada del Comu-ne di Grotteria (RC), il 7/11/1913 da Giuseppe Bruzzese e Saverino Maria Teresa.

Il 4 febbraio del 1940, all’età di circa 27 anni, era andata in moglie al rigattiere Mercuri Francesco al quale regalò tre figli: Jolanda, Rocco e Salvatore.

Come molti sapranno, per raggiungere Bombaconi - situata sull’altro versante del Torbido - fino a qualche decennio fa, quando il fiume era in piena, per poterlo attraversare la gente si serviva di un traballante carro trainato dai buoi.

Ma, Ciccio - il marito di Rosa -, non possedendo un veicolo del genere, per sbarcare il lunario, molto spesso era costretto ad offrire in noleggio le proprie spalle a tutt'i passeggeri che dovevano attraversare il fiume, nonostante la piena.

Ed ecco il nostro instancabile signor Mercuri, coi pantaloni rimboccati fino ai ginocchi, immergersi nell’acqua gelata.

Eccolo barcollare sotto il peso di qualche pesante “pas-seggero” che, arrampicato sulle sue spalle, con le mani avvin-ghiate al collo, quasi gli levava il respiro, fino a strozzarlo...

Cinque lunghi minuti di marcia e il "traghetto" approdava affannato all’altra sponda del Torbido.

Il "biglietto" per il viaggio costava non più di qualche decina di lire, e il pagamento avveniva, naturalmente, a servizio ul-timato.

A tale proposito la gente del paese racconta, non senza ilarità e soddisfazione, della volta in cui, mentre Ciccio “trasportava” a Bombaconi il parroco S*** di Gioiosa, un lembo della tonaca di quest’ ultimo andò a finire accidentalmente nella acqua, bagnandosi.

"U vidìstivu ca mi vagnàstivu?" sentenziò con arroganza il parroco, comodamente seduto sulle spalle dell’umile trasportatore “Mo non vi pagu!”.

"A, sì?" rispose Ciccio, che aveva intuito l’antifona "E allura, datu ca vu’ diciti ca vi vagnàstivu, mo, santu diàmmani, fazz’u vi vagnati a ddaveru!".

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il... fiume.

Assalito dalla rabbia, Ciccio, chinò bruscamente le spalle in avanti e, arcuando al massimo schiena fino a toccare l’acqua col mento, costrinse l’astuto passeggero a perdere l’equilibrio e finire nel fiume...

Per il povero parroco fu soltanto un tonfo... Un’immersione... e qualche imprecazione in pretto vernacolo gioiosano...

Ciccio se la diede a gambe levate e... Non sappiamo come finì di preciso. Sappiamo soltanto che, da quella volta, il nostro prelato cambiò mezzo di trasporto e pagò sempre anticipata-mente...

Poi venne l’inverno.

Francesco Mercuri, pace alla sua anima, morì (era il 23 no-vembre 1982) e Rosa rimase vedova.

Rosa!

Quella "Rosa", che durante la guerra era fiorita e appassita tra i "gelsomini" della tenuta degli Zamparelli, proseguì da sola.

Cantando, dolce, lenta, sommessa.

Cantando con solitudine, in un paese dove la gente, forse più sola di lei, nasconde nel cuore le vibrazioni più alte ed acute della sofferenza.

Così cantava un tempo, Rosa, tra i gelsomini, mentre racco-glieva il profumo dei fiori.

Sognava il momento in cui avrebbe offerto in dono al proprio sposo il frutto del suo duro lavoro: un gelsomino da appuntare sul petto del giovane amato.

Esile, piccola, gracile, mingherlina, col viso tempestato di rughe: aveva la stessa dolcezza del nostro paese.

Ti guardava coi suoi occhietti vispi, chiari, rotondi e il suo sguardo ti penetrava l'anima.

Non era mai contenta.

Litigava, brontolava, chiacchierava.

Sempre aveva qualcosa da dire e sempre qualcosa da ridire; per cui spesso la ritrovavamo intenta a lanciare ingiurie contro l'uno o l'altro per le vie del paese.

Ce l'aveva con tutti e con nessuno: forse se la prendeva con le amarezze del suo passato.

Molte volte ficcava il naso (si fa per dire) nei discorsi delle allegre combriccole di amici: osservava, sorrideva, borbottava e poi cambiava subito aria.

A volte spariva per intere settimane e poi riappariva tra noi, più vispa e spiritosa che mai, ciarlando e scherzando al contempo.

Non apparteneva a nessuno, ma forse per questo apparteneva a tutti, perché Rosa era un po' tutti noi.

La panchina della Confrontata sulla quale usava sedersi per mangiare i suoi poveri cibi, adesso è vuota. Sicuramente starà aspettando che Rosa ritorni, ma ormai la vispa vecchietta se n'è andata per sempre.

Si sarà confusa tra i rumori di questa vita che l'aveva messa da parte e in punta di piedi avrà preso commiato dalla sua Gioiosa.

In silenzio si sarà accovacciata chi sa in quale angolino della Chjusa e, stropicciandosi gli occhi, si sarà addormentata per sempre.

Forse starà sognando due mani operaie in lontane notti di guerra: d'estate, sotto il cielo stellato di Gioiosa, a cantare e raccogliere "gelsomini".

Forse è lì!

Ad aspettare che noi si vada a prenderla, a sollevarla e accompagnarla lungo il suo ultimo viaggio, tra i sentieri spinosi di un tormentato paese del 2.000.

Verremo a cercarti, Rosa, e dal tuo silenzio fiorirà, dolce quanto mai, il disperato racconto della più antica e scanzonata gelsominaia di Gioiosa.

 


 

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