QUALCHE RACCONTINO

'A  SERPI  LATTARA

  

Scartabellando tra alcuni lavori inediti di Francesco Maria Rodinò, ho rinvenuto il manoscritto relativo ad un episodio che, se non fosse avallato da testimonianze oculari, potrebbe senz’altro apparire inverosimile.

Il fatto accadde a Santa Tecla, piccola frazione di Gioiosa, situata a poco più di un chilometro dal centro abitato, durante un caldo pomeriggio d’estate.

Una bambina, di qualche mese appena, dormiva beatamente dentro la rudimentale culla che il padre aveva costruito per lei con le sue stesse mani.

La rudimentale culla, come allora si usava a Gioiosa, specie nelle zone di campagna, altro non era che un’amaca, sospesa sul letto matrimoniale per mezzo di due ganci di ferro murati sulle pareti. Allora le case delle famiglie meno agiate non disponevano di molte stanze e erano arredate alla buona.

Un vano, il più praticato, faceva da cucina, soggiorno e camera da pranzo. Una stanza da letto arredata alla meno peggio. Un ripostiglio, dove venivano accantonate le cose meno usate: bottiglie vuote, scatole di cartone, barattoli, ecc..

La stanzetta dei bambini era sistemata sul letto, come si trattasse di un piano superiore dello stesso.

Come dicevo, due grossi ganci, murati nelle pareti laterali rispetto al letto, reggevano un’amaca poggiata su due corde robuste, divaricate da due assicelle di legno.

Tra una corda e l’altra era cucita una vecchia coperta (a volte anche  un  sacco di tela), dentro  la  quale  era  sistemato un materassino imbottito di paglia o pannocchie di granturco (vest’i panìculu), un piccolo lenzuolo e un cuscino, anch’esso imbottito di paglia.

Quella culla, che aveva ospitato diverse generazioni di bimbi, adesso era divenuta di proprietà della piccola Gioconda, sorella di Francesco Maria Rodinò.

Quando, quel pomeriggio d’estate, la mamma andò a svegliare la piccola Gioconda per darle da mangiare, erano circa le cinque e la bimba dormiva da più di tre ore.

La donna aprì le imposte della stanza e, salita ginocchioni sul letto, mentre si accingeva a sollevare la piccola dall’amaca..., ahimè! quale brutto spettacolo si presentò ai suoi occhi!

 - 'A serpi! 'A serpi! - gridò disperatamente la donna, squarciando la calma di quel pomeriggio che camminava silenzioso sotto l’afa dell’estate: una grossa “serpe lattàra” giaceva nella culla accanto a Gioconda.

Certamente attirata dall’odore del latte che si sprigionava dal respiro della neonata, la serpe era immobile, col capo adagiato accanto al visino della bimba, che dormiva saporitamente, ignara del grave pericolo.

 - 'A serpi! 'A serpi! Disgrazia mia!! Sarvàtim’a figghjola!!... M’affùca!! - Gridava la mamma, assalita dal terrore e dalla preoccupazione.

In men che non si dica, il colono di casa Rodinò giunse con una scodella piena di latte, che fece immediatamente riscaldare, assicurando i familiari della bambina che la “biscia” non era velenosa e che tutto si sarebbe risolto senza pericolo alcuno per bimba.

E il pericolo c’era..., e come!... In campagna non erano rari i casi in cui, questi rettili, attirati dall’odore del latte, piombavano nella culla dei lattanti e, insinuandosi nella loro bocca, provocavano la morte del piccolo per soffocamento.

 Appena il latte fu riscaldato, il colono depose la scodella fumante in mezzo alla stanza, e si nascose dietro l’armadio.

Tra l’ansia e il batticuore dell’intera famiglia della piccina, gli attimi scorrevano lenti come le ore.

Un minuto... Due... Tre...

Eccola!

 - Signuri ti ringraziu!, pensò la mamma dentro di sé.

 La biscia attirata dall’odore del latte caldo, alzò la testa dalla culla, scivolò tra i legacci dell’amaca e si lasciò cadere di colpo sul letto. Poi strisciò col ventre sulle coperte e giunta alla sponda del letto, si gettò a terra, provocando un leggero tonfo ovattato.

Da lì a qualche istante fu sulla scodella e, proprio quando stava per gustare la delizia del latte caldo, il colono le fu sopra per colpirla.

Impaurita, la serpe, cercò di guadagnare la via dell’uscio. Infilò quindi la porta e, appena fuori, fu la sua fine...

Istantaneamente l’uomo le fu addosso, colpendola più volte col pesante randello; massacrandola!.

Nella casa tornò la calma, la felicità, il sollievo.

La mamma corse all’amaca, tirò fuori Gioconda e, piangendo di gioia, se la strinse fortemente sul petto.

Avvertì la stessa sensazione che ebbe quando la concepì: fu come se la piccola nascesse a nuova vita proprio in quel momento.

La strinse ancora sul cuore e lei, Gioconda, ignara del pericolo corso, attaccatasi avidamente al seno della mamma, si mise a ciucciare, sotto lo sguardo smarrito dei fratellini.