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TIPI DI STRUMENTI
Conoscere e studiare, quindi, la
storia delle canzoni, dei balli e degli strumenti musicali tradizionali
è una fonte di arric-chimento culturale che riguarda indistin-tamente
tutti, in quanto rappresenta l'es-senza, le radici, il fascino e il
mistero del-la storia di ciascuno di noi.
Alcuni di essi, ancora in pieno uso, sono conosciuti in quasi tutta la
Calabria; altri sono usati soltanto in alcune zone; altri, invece, sono ormai
definitivamente usciti di scena.
Volendo seguire le indicazioni dettate dagli studiosi più
autorevoli in materia (Lombardi-Satriani, Vito
Teti, Ettore Ca-stagna
e
Raffaele Corso, ecc.), possiamo affermare che gli strumenti
tradizionali della nostra terra si dividono in quattro categorie: IDIOFONI: triangolo - scacciapensieri - battola a martello - battola a maniglia - campanelli - campanacci - castagnette - piatti.
MEMBRANOFONI: grancassa - tambu-ro - tamburello - tamburo a frizione.
AEROFONI: - ciaramella - conchiglia - corno ad ancia - cornetto della settimana Santa - flauto di canna - doppio flauto - or-ganetto - zampogna.
CORDOFONI: - chitarra - chitarra bat-tente - lira - mandolino - violino.
Tra tutti gli strumenti sopra elencati, quelli che nell'antichità hanno scritto e rappresentato la storia del nostro folk paesano, sono: il "tamburello", la "zampogna" e la "chitarra battente".
Di chiara origine greca, attualmente viene co-struito per lo più dai bravissimi artigiani di Seminara ed è l'unico strumento che viene suonato anche dalle donne. La zampogna (giarameja): è formata da quattro o cinque canne, con semplici "zommareji" o doppie "pipite" infisse in un raccordo tronco-conico collegato ad un otre di pelle di capra.
Gli strumenti che venivano suonati durante tutto il periodo festivo e lungo il percorso della spettacolare e interminabile processione bal-lata, erano: - il tamburo; - la cassa; - il rullante; - il triangolo; - i piatti; - la pipìta; - l'organetto; - il tamburello; - la zampogna; - la chitarra battente.
I vecchissimi brani della musica popolare, eseguita dai suonatori
durante la festa patronale, presentavano le seguenti caratteristiche:
Oggi, invece, qualcosa è cambiata. Da un po' di anni a questa
parte, non senza un certo dispiacere, purtroppo ci si è accorti che:
- giovani suonatori hanno preso il posto degli espertissimi
anziani; |
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LA LIRA CALABRESE
Tra tutti gli
antichi strumenti, protagonisti della musica popolare calabrese, la lira
è certamente il meno cono-sciuto.
Lo strumento si suona stando seduti, con la cassa armonica appoggiata
verticalmente su un ginocchio o fra le gambe. Con la mano sinistra si
tiene fermo il manico, mentre e con le unghie vengono tastate le corde;
con la destra, invece, viene azionato il rudimentale archetto costruito
in legno di noce od olivastro e teso da un fascio di crine di cavallo,
filo di nylon o fili di agave (quest'ultimi più resistenti degli altri
due).
Uno strato di pece (rasa) viene applicata sul retro della cassa, a
cal-do in modo da formare un tutt'uno con lo strumento.
Poichè non vi è capotasto, le corde mancano d'al-lineamento superiore,
per cui quella centrale è più lunga delle due laterali.
La cassa armonica, stretta e non molto profonda, è ricavata da unico
blocco di legno d'ulivo, noce, cilie-gio, sambuco, salice, pioppo,
euca-lipto o abete, lavorato direttamente a mano, mediante semplicissimi
at-trezzi, come raspa, coltello, scal-pello, sega).
SUONATORI E COSTRUTTORI
Pochi sono i suonatori e pochissimi i costruttori della lira. Tra quelli
più conosciuti ricordiamo: |
IL BALLO DELLA TARANTELLA
Se, invece, la tarantola era screziata di rosso, il pa-ziente doveva indossare gli abiti nuziali. Anticamente, nella nostra provincia, le persone mor-sicate dalla tarantola, venivano generalmente messe in una specie di culla e si facevano dondolare al suono di una chitarra battente. Le origini di questa singolare cura possono essere ricercate nella continua voglia e smania isterica di muo-versi e dondolare il corpo. Soltanto il ballo (di San Vito), infatti, placherebbe la smania che termina con la crisi isterica. Ma la credenza popolare di dovere ballare per guarire dal morso della tarantola, è nata anche dall'aver fatto sicuramente confusione tra "tarantolismo" e "tarantismo".
In Puglia è stata riscontrata, infatti, una malattia detta appunto
"tarantismo" il sui sintomo è proprio quello di avere una voglia
insaziabile di ballare e di saltare (ma non ha nulla a che vedere con il
morso della tarantola).
DA CHI E' BALLATA LA TARANTELLA?
E' lui che crea la cosiddetta "rota", la quale, per quella circostanza e in quel luogo, dovrà essere una e una sola: in nessun caso, infatti, possono esserci due o più "mastri di ballo". La ruota è uno spazio circolare dentro cui si svolge la danza. E' il luogo, dentro il quale si creano rapporti sociali particolari e momentanei, che alla fine cessano, si rafforzano o possono anche degenerare.
I presenti non sono una platea di spettatori, ma rappresentano una sicura presa emotiva per i ballerini che volteggiano sotto gli occhi dei parenti, degli amici e di quanti di lì a poco ne rimarranno contaggiati. Dentro la ruota e attorno alla ruota tutti sono attori. Chi balla e chi no sono tutti coinvolti nello stesso ritmo, perchè si trovano lì per vivere la stessa emozione. E' nella ruota che 'u mastr'i ballu si muove, si destreggia, si esibisce, detta le regole del ballo e quelli che si fanno attorno devono sottostare alla disciplina da lui impartita. E' nella ruota che 'u mastr'i ballu jett'o pedi, nel senso che, battendo il tacco della scarpa destra sul pavimento, indica che la tarantella sta cambiando "passata" (ripetizione o cambio del ritmo): un altro giro sta, infatti, per cominciare, per cui uno dei ballerini deve abban-donare la ruota per lasciare il posto ad un altro. Ed ecco che il nuovo ballerino entra, saluta con ri-spetto e riverenza il mastro di ballo che si fa da parte, esita qualche istante in attesa di prendere il ritmo, vol-teggia attorno al compagno o alla compagna che lo atten-de al centro della pista, si scatena e... il resto è un vortice di delirio, lasciato alla fervida fantasia dell'organettaro. Figure caratteristiche che nascono dalla tarantella sono, com'è stato già detto, la sfida (nel ballo tra uomini) e il "corteggiamento" (nel ballo uomo-donna). Nella sfida si viene ad intrecciare tra i ballerini una fitta rete di sguardi, gesti, allusioni, riferimenti particolari, sempre nei limiti del reciproco rispetto e dignità dei ballerini. Il tentativo di varcare questa soglia di rispetto da parte di uno dei due ballerini trasformerà la "sfida scherzosa" in un vero e proprio duello, che molte volte si concluderà con un dramma. Nel ballo di corteggiamento la sfida non esiste in quanto i ballerini si cimentano in un susseguirsi di movimenti particolari che alludono a un fraseggio d'amore. Alla coppia non è permesso alcun contatto fisico, ma soltanto è accettato il contatto con le mani. La donna, che generalmente si muove di meno, quasi sempre occupa il centro della ruota: posizione di prestigio e di rispetto.
OSSERVAZIONI CONCLUSIVE
Il nostro ballo, a differenza degli altri balli del
settentrione d'Italia, non si basa sugli ormai tradizionali ritornelli,
ma si basa sulle passate che, ripetute
a giro un certo numero di volte, con fantasia e improv-visazione,
da Tanto per essere più chiari, un suo-natore che può risultare bravissimo nell'eseguire la tarantella a Gioiosa Jonica, spostandosi a Bianco non lo è più e viceversa.
Passando da un paese ad un altro cambia - la melodia; - il ritmo degli strumenti; - lo stile dei passi; - la velocità dei ballerini.
Questo dimostra come e quanto il nostro ballo sia legato alle radici, ai costumi e alla cultura del posto in cui viene eseguito. Vediamo, allora, "organettari" che, spostandosi da una festa all'altra, non eseguono mai la stessa suonata, ma cambiano "stile" e "passate".
I N F I N E Il suonatore prima di cominciare a suonare ha bisogno di una fase di riscaldamento, durante il quale vengono accordati gli strumenti. Lo zampognaro, ad esempio, per suonare soltanto dieci minuti, ha bisogno di ben trenta minuti di accordatura. L'organettaro, invece, ha bisogno di confrontarsi e accordarsi col tamburello, provare, riprovare e insistere sulle stesse note per trovare la giusta tonalità. Una tarantella ha una durata d'esecuzione che va da alcuni minuti e mezz'ora. I suonatori si danno il cambio senza interrompere la continuità del suono e della danza. Una tarantella, per via della fantasia e dell'improv-visazione dei suonatori, non è mai eseguita due volte allo stesso modo, per quanto vengano eseguite le stesse passate. In definitiva tutto serve a creare un effetto sonoro, un ambiente musicale, un'atmosfera di festa: è questa la caratteristica e il luogo comune che ci permette di dire che, in realtà, non esistono tante tarantelle, ma una sola. |