IL CANTASTORIE  
     
     Ascoltate, signore e signori, una storia vi voglio cantare...  Così cominciava il racconto!   
     
 

#"Cantastorie", fin dai tempi più antichi, era detto colui che andava in giro per i paesi a cantare e decla-mare le “storie” da lui stesso elaborate o raccolte tra la gente del popolo.
       Di solito si fermava in una piazza, dove c’era molta gente e, dall'alto di una sedia, cantava, suonava e re-citava, mostrando ai presenti le illustrazioni dei suoi cartelloni illustrativi.
         Le parole semplici e spontanee, delle quali i testi si componevano, suscitavano vera emozione, facendo vibrare le corde dei grandi sentimenti, nel cuore delle persone che, per ore, ascoltava, commossa, senza neppure fiatare.


      Quando la domenica, a Gioiosa arrivano, i cantastorie siciliani – maestri indiscussi nel narrare fatti e accaduti della Calabria e della Sicilia di tutt’i tempi, la piazza del paese diventava un palcoscenico e il centro storico uno scenario.
#     La gente di loro ricorda un rudimentale mega-fono appeso alla parete di una casa, una sedia - dall'alto della quale si esibivano a voce sostenuta -, un cartellone pieno d’immagini raffiguranti la storia da loro narrata.
      Tra una strofa e l'altra il cantastorie faceva una breve pausa e, con una bacchetta di legno, spiegando con parole semplici, indicava le varie scene illustrate cui la canzone si riferiva.
       Questo era  il cantastorie di una volta.
       Un uomo che percorreva in lungo e in largo i paesi del nostro Sud, con lo scopo di guadagnarsi da vivere raccontando storie d’amore o di sdegno alla gente che faceva ressa attorno al piccolo po-dio (generalmente una sedia) dall’alto del quale cantava e recitava, in rima o in prosa.

     Al cantastorie era, quindi, affidato il compito di recuperare le tradizioni popolari dei nostri paesi, sottoponendole all’attenzione delle folle che per qualche minuto si lasciavano trasportare dai sentimenti svegliati dalla storia che ascoltavano.
     Crudeli fatti di famiglia, amori finiti in tragedia, racconti della malavita, delitti, tradimenti, vendette, storie sfortunate legate al tema dell’emigrazione, alle guerre, alla fame, alla misera della gente del Sud.

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Ogni avvenimento, piccolo o grande che fosse, veniva raccontato dal cantastorie, sof-fermandosi su alcuni punti del “racconto” che veniva sottolineato secondo il proprio punto di vista.
         
 Ascoltate, signore e signori,
           ognun di noi abbiamo un destino:
           uno studente chiamato Peppino,
           era figlio di un grande dottor.

     La ragazza, chiamata Rosetta,
           era figlia di povera gente...

Alla fine, la "ballata", stampata su fogliet-ti di carta, veniva offerta alla gente in cambio di qualche lira.

     I più importanti pittori che hanno realizzato moltissimi cartelloni dei can-tastorie, sono stati: Vincenzo Astuto, Francesco Esposito di Messina, e Vincenzo Signorelli di Catania.

     Tra i più grandi e conosciuti cantastorie di tutt'i tempi, che la gente ricorda con un senso di vera nostalgia, ricordiamo: Otello Profazio, Rosa Balistreri, Orazio Strano, Paolo Garofano, Ignazio Strano, Ignazio Buttitta, Ciccio Busacca, Leonardo Strano, Salvatore Pappalardo detto l’Orbu, Nino Busacca, Turiddu Bella, Mauro Geraci, Franco Trincale, Nono’ Salamone, Vito Santangelo, Leonardo Strano, Gaetano Grasso, Rosita Calio, Fortunato Sindoni, Antonio Tarantino, Sebastiano Runza, Paolo Zarcone, Enrico Belladonna, Paparo Francesco detto Cicciu 'u Rinzinu.

 
 
'A  BARUNISSA  DI  CARINI
(autore ignoto)

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    

Nel 16° secolo, grazie ad uno scrittore siciliano ignoto, viene fuori un singolare poemetto: “La Barunissa di Carini”, ispirato al tragico episodio verificatosi nel 1563 nel castello di Carini.

      La storia racconta della bellissima quattordicenne Laura, figlia del noto barone Cesare Lanza, andata sposa a Vincenzo II La Grua, pur essendo innamoratissima di Ludovico Vernagallo, amico di famiglia. TaleRosa Balistreri amore, però, non è assolutamente accettato dal barone Lanza che, per riscattare l’onore della famiglia, fa uccidere la figlia e l’amante.

      Laura viene uccisa nel castello, dallo stesso padre; Ludovico, più tardi, sarà soppresso da uno sgherro.
      I corpi dei due giovani vengono sepolti nella chiesa di Carini e, il ba-rone, avendo una notevole influenza sul governo spagnolo, riesce a mettere a tacere delitto con un lungo memoriale inviato al Re di Spagna.

    Della giovane Laura e del suo amore sfortunato rimane solo la testi-monianza dei cantastorie che, per anni, l’hanno raccontata a migliaia e migliaia di cittadini della Calabria e della Sicilia.
     Ecco qualche stralcio del testo, che vanta ben 500 versioni:


Chianci Palermu, chianci Siracusa,

a Carini c’è lu luttu ad ogni casa…


Attornu a lu Casteddu di Carini,

ci passa spessu un beddu cavalieri.

Lu Vernagallu, di cori gentili,

chi di la gioventù l’amuri teni.

………………………
………….…………….
- Avi tant’anni chi la pigghji a jocu,
ed ora vai circannu cunfissuri?
Chista’ un è ura di cunfissiuna.
E mancu di riciviri Signuri! –

……………...................
……………….……….
- Signori patri chi vinisti a fari? -
- Signura figghja, vi vinn’a’ ‘mmazzari. -

E comu dici sti amari parole,
tira la spada e càssaci lu cori…
 

Ma della bravissima Rosa Balistreri - che, possiamo dire, finì i suoi giorni nel nostro paese, dov'era venuta per eseguire dal vivo la colonna  sonora della commedia "I mafiusi della Vicaria di Palermo" (A. Camilleri) -, ci è gradito proporre ai visitatori un brevissimo saggio di alta bravura, dove sentimenti, passione, fantasia e realtà s'intrecciano nella grande emozione che la brava cantastorie siciliana riesce a trasmetterci raccontando in musica la storia di "Turiddu Carnivali" (tratta dal sito www.rosabalisteri.it).

 

 


 


 

 

IL BANDITO TURI GIULIANO

 

I cantastorie, girovagando di paese in paese, con viva emozione raccontavano alla gente anche storia della vita tormentata di Salvatore Giuliano, nato e vissuto nella Sicilia della "fame" secolare...

 

In quel tempo di guerra, lontano,

la Sicilia moriva di fame,

ogni dì cento grammi di pane

a nessuno poteva bastar.
 

Erano gli anni terribili della guerra! Gli anni in cui la Legge era davvero intollerante e nulla Le si poteva nascondere... Per un semplice sacco di farina, che il giovane Turiddu portava con sè per aiutare la famiglia a superare la crisi del periodo, si accese una banale colluttazione tra lui e i gendarmi dell'epoca...

 

Per un po' di farina, Giuliano,

fu fermato dai carabinieri,

egli piange e si getta ai lor piedi,

ma non trova nessuna pietà.

 

Ma la legge ricorso al dovere

i gendarmi dovevano fare

la farina dovran sequestrare

e il picciotto in galera mandar.

 

Pieno il cuore di gran dispiacere,

alla mamma Turiddu ha pensato...

 

 

Ma forse è meglio ascoltare dalla grande voce di Franco Trincale la tragica vicenda che arrecò lutti a moltissime famiglie di Montelepre.

Clicca sul pulsante sottostante per ascoltare la triste ballata siciliana.
 

 Clicca due volte sulla freccetta per ascoltare il brano

 

Una cosa importante che bisogna notare e che, ascoltando la "storia cantata" di Giuliano, il pubblico, rapito dalle toccanti parole del canta-storie, era talmente condizionato dall'emozionante racconto, al punto di accordare la propria simpatia al bandito e non alla Legge (che, in tale occasione, veniva considerata avversa ai bisogni del popolo).
      Il pubblico, infatti, stimolato dal cantastorie che faceva leva sui sentimenti nutriti per la mamma e per la famiglia, giustificava in pieno le azioni delittuose del bandito che lottava - da solo - per abolire alcune leggi ritenute veramente pesanti per la miseria del tempo.


 

 

UNA VENDETTA DELLA MANO NERA

 

 

Infine, la storia orripilante tratta da una pagina di cronaca nera, pub-blicata a Firenze nel 1910 .

Giuseppe Ruvolino, calabrese emigrato in America, avendo commesso uno sgarro, al ritorno - con la famiglia - nel suo paese natale viene atrocemente ucciso mentre dorme...

 

UNA VENDETTA  DELLA MANO NERA

OTTO PERSONE TRUCIDATE

  (dì Cesare Picchi)

 

Nella notte del quattro settembre

Un agguato crudel si prepara

Nel paese chiamato Pellara,

Mentre dormono in otto person.

 

Chi saran quelle mani vigliacche?

Chi sarà fra di lor l'assassino?

Presentarsi con altri vicino,

Mentre tutti dormivano ancor.

 

Penetrarono dentro l'ambiente,

Là in capanna, una pìcciol casetta,

Con pugnali ed armati d'accetta

Una strage fu fatta così.

 

Ruvolino Giuseppe ora stanco,

Appoggiato al suo letto dormiva,

Quando giunse la gente cattiva,

Ebbe un colpo d'accetta e morì.

 

Poi quei barbari ucciser la moglie,

E in tal guisa nei letti rasenti

Trucidarono i figli innocenti,

Che a vederli facevan pietà.

 

Di tre anni una piccola bimba

Per la strada potiede fuggire,

Ma pur lei la voller colpire

Essa dopo due ore spirò.

 

Quelle grida monotone a fiacche

Qualche strillo più acuto e potente

Richiamò su quel posto la gente

Alla scena di tanto dolor.

 

Chi nel collo feriti o recisi,

Chi col petto e col cranio spaccato,

Aver visto Carmelo sventrato!

In quel quadro facea inorridir.

 

Gia sei figli col padre e la madre

nel suo sangue rimasero intrisi

E dal mondo per sempre divisi,

Tutti quanti nel fior dell'età.

 

Ben sappiate, miei cari uditori,

La Calabria per quanto conosco,

Ruvolino era un guardia di bosco

E in America un dì se n'andò.

 

Chi lo sa cosa fece in quei luoghi,

Chi lo sa qual mancanza commise

Chi lo sa quali cose promise

Quando in terra nativa tornò.

 

Tempo indietro, narraro i giornali,

Un tal fatto destò meraviglia,

Fu tentato alla stessa famiglia,

Col veleno di farla morir.

 

Giudicate, miei buoni uditori,

La mia storia vi affermo l'è vera,

se vendetta le fe' Mano Nera

una luce sul fatto verrà.



 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
   
 
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