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LE REPUTATRICI
Anticamente, a Gioiosa, il culto dei morti veniva
celebrato me-diante un rito molto semplice: quando
qualcuno moriva la comunità veniva avvisata dai
lenti rintocchi della campana e il "lutto" si apriva
mediante la visita alla famiglia del defunto, da
parte di quanti lo avevano conosciuto.
L’usanza secondo la quale, durante il periodo di lutto stretto, gli uomini, con
la barba non rasata e le donne vestite di nero, si tappavano in casa fino al
giorno del trigesimo (confortati dai parenti e vicini di casa che provvedevano
al sostentamento, preparando per loro cibi e bevande), oggi è del tutto
scomparsa: come pure è scomparsa la presenza delle donne che piangevano ad alta
voce e ricordavano la vita del morto, elencandone le qualità vere o presunte.
L'origine e il significato dell'inconsueto pianto, che anticamente alcune donne
del popolo facevano, disperandosi smodatamente sul corpo di una persona morta, è
sicuramente da ricercarsi negli usi dell'antica Grecia.
"
Locrenses motuos non lugebant...", dicevano gli
antichi latini, volendo spiegare che i Locresi non piangevano il defunto, ma lo
facevano piangere ad alcune donne, richiamandosi, così, agli usi, ai costumi e
alle tradizioni greche.
Da qui forse il proverbio:
No' nc'esti matrimognu senza chjantu
e mancu 'nc'esti mortu senza cantu.
Si trattava, in sostanza, di una specie di triste
nenia che veniva cantata dalle così dette reputatrici o prèfiche (ciangiulini):
donne del paese che, dietro una ricompensa in moneta o in natura, piangevano e
si strappavano i capelli sulla bara del morto.
Poichè gli antichi credevano che l'anima del morto non potesse aver pace senza
il piagnisteo delle reputatrici, la Chiesa , ha sempre combattuto i
ciangiulini. Alla fine, però, così com'è successo per altre cose, ha
dovuto cedere ed aprire le porte anche a questo strano rito religioso.
La storia ci ricorda come lo stesso Re Ferdinando III,
che nel 1309 minacciò di frusta le donne che seguivano il feretro in qualità di
reputatrici, alla sua morte fu pianto e accompagnato al sepolcro dalle
reputatrici più famose dell'epoca.
Ed ecco riemergere dai ricordi dei gioiosani di un tempo la singolare figura di
Mara Rosa 'a Gàspara, che ci
lascia ricordi e testimonianze nelle brune memorie di un mondo che ormai è
scomparso per sempre.
Mara Rosa veniva chiamata, assieme ad altre due sue colleghe ('a
Ritorta e
'a Mascagna), per piangere sulla salma di
un gioiosano che aveva sfortunatamente lasciato la vita.
Tutte assieme, e rigorosamente vestite di nero, le reputatrici si presentavano
piangendo nella stanza dove le donne del defunto "tenevano il lutto" e subito si
disponevano attorno alla bara.
Dalla parte del capo della salma stava sempre la donna che col defunto era
legata da una parentela molto stretta (moglie, figlia, sorella, ecc.).
Seguivano, poi, le parenti meno prossime e, infine, le reputatrici, che,
piangendo, rievocavano ad alta voce (perchè tutti sentissero) le doti, le virtù
e i fatti più salienti della vita del caro defunto.
E, una alla volta, i ciangiulini, illustrando la figura del
defunto, imbastivano sulla sua salma un vero e proprio monologo.
Talune volte, se il morto era un capofamiglia, alle reputatrici era affidato il
difficile compito di annunciare agli eredi la volontà del defunto circa la
suddivisione dei beni lasciati in eredità. Una vera e propria lettura del
testamento, in assenza del notaio.
Non erano rari i casi in cui il monologo si tramutava in tristi messaggi o,
addirittura, in saluti che le donne indirizzavano ad altri membri della
famiglia, morti negli anni passati:
Salutamìll'a pàtrima,
e dinci ca pregamu
cu sòrima e cu fràtima
cu sòrima e cu fràtima,
ammenta nu' campamu...
Disperatamente belle sono le parole di una ciangiulina di
Gizzeria, che Raffaele Corso ci fa gustare nella "Rivista di tradizioni
popolari" della EDB:
Si fussi pe lu scùmparu
dinari 'nu vucali
e tuttu ni 'mpignàssimu,
e sinc'a lu faddali.
Si fussi pe lu scùmparu
dinari 'na langella,
e tuttu ni 'mpignassimu
e sinc'a la gunnella.
Si creava un piangere
continuo, mi ha riferito il
Sig. Cosimo Varone, un disperarsi e, qualche volta, anche un tirarsi i
capelli che scioglieva in pianto quasi tutte le donne presenti, specie le
parenti più intime.
Quella di piangere i morti a pagamento era, dunque, una professione
che si tramandava gelosamente di madre in figlia e di generazione in
generazione.
Più la ciangiulina piangeva e più
veniva ricompensata.
Il servirsi delle reputatrici era quindi come un vero lusso per la famiglia del
defunto.
Il farne a meno voleva, invece, dire che il morto non
apparteneva a famiglia agiata, oppure voleva significare che si trattava di una
famiglia benestante, ma tirchia.
Alcune volte la
ciangiulina
non veniva chiamata direttamente dalla famiglia del defunto, ma, quale segno di
grande rispetto, era mandata a piangere da alcuni amici di famiglia.
In tal caso, lei, Mara Rosa, giunta nella stanza del
lutto, di-sponendosi accanto alla salma, assieme alle amiche, dava subito inizio
al disperato monologo, mettendo in evidenza il nome della persona che l'aveva
mandata a piangere:
Eu vinni ccani pemm'u vi grandju,
cà mi mandar'i zziàn'i vosta nora;
mi dìssar'u vi ciangiu e 'u m'amariju
cà era prest'u vi ndi jìti ancora.
Non erano rari i casi in cui le
ciangiuline, durante il
piagnisteo, elencavano e annunciavano ai presenti i beni che il defunto (o la
defunta), morendo, lasciava alla famiglia.
Per i congiunti era come un pubblicizzare i
propri averi, un comunicare ai presenti quanto e cosa, le figlie orfane,
avrebbero ereditato e avrebbero apportato (quale dote) al loro eventuale futuro
matrimonio. I presenti ne prendevano nota e… qualche mese dopo il matrimonio era
assicurato…
Molte volte, addirittura, le famiglie facevano a gara per accaparrarsi il
primato di non aver badato a spese nella scelta di un servizio funebre offerto
dalle ciangiuline
più brave del paese.
L'usufruire del "pianto greco" era, dunque, il termometro che serviva a misurare
il grado di ricchezza di una famiglia.
Un modo strano di comunicare ai poveri che si era ricchi...
La presenza delle donne che, piangendo ad alta voce ricordavano la vita del
morto, elencandone le qualità vere o presunte, oggi è del tutto scomparsa. Così
come è pure scomparso quel periodo di lutto stretto durante il quale, gli
uomini, con la barba non rasata e le donne vestite di nero, si tappavano in casa
fino al giorno del trigesimo.
Erano i vicini di casa e i parenti più stretti a provvedere, in tal caso, al
sostentamento della famiglia, preparando per loro cibi e bevande.
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