.          LE  MAGARE          .

#     Secondo la leggenda, le magare erano don-ne di mole gigantesca che vivevano in un vallone, nei pressi della località  Cancello detto, ap-punto, 'u Vajuni d'i magari (torrente che, dopo circa un chilometro di tragitto, si ri-versa nel Vajun'i Canceju, proprio all'im-bocco sud di Via Rocco Gatto).
   A detta degli antichi, i
magari erano donne perfide, votate al male, in quanto nate la notte di Natale.

      Avevano i capelli lunghissimi e passava-no gran parte del loro tempo sedute a pet-tinarseli (il fatto ci ricorda la Loreley della mitologia nibelungica, che dall'alto della ru-pe prospiciente Saint Goar, pettinandosi e cantando continuamente, attira-va i marinai e li uccideva).
     Quando i magari apparivano alla gente seminavano paura, panico e ter-rore, per il modo con cui facevano avvertire la loro presenza.
    Molto singolare è l'episodio accaduto alla famiglia Jemma: si racconta che, mentre il loro bimbo dormiva beatamente nella culla, le
magare, ap-parendo improvvisamente in casa, rubarono il piccoletto, mettendo al suo posto un neonato brutto, con la bocca talmente deformata che, d'allora, al piccolo sfortunato, per tutta la vita, rimase appiccicato il nomignolo 'u mussutu d'i Jemma.

     Col passare del tempo, a Gioiosa, furono chiamate magare le donne che, #dietro compenso di grosse somme di denaro, riuscivano a fare peri-colose majìe (malie), indirizzate a questa o quella persona.

     I magari si vantavano di poter cambiare, per mezzo di filtri magici, i sentimenti degli uomini; asserivano di predire il futuro o e-vocare lo spirito dei morti. Ecco perchè ad esse ci si rivolgeva quando tra due persone insorgeva un problema sentimentale o di salute.

     Infine, per evitare che altri potessero fare la malia a loro, evitavano di buttare per la strada qualcosa che potesse far risalire alla propria persona: ciocche di capelli, pezzetti di stoffa, di unghie, scarpe vecchie, ecc..

 

 

UNA STORIA DI "MAGARE

                                                      #I gioiosani di una certa età  che, per un istante, provano a girare la mente verso la propria infanzia, senz'altro ricorderanno le fiabe orripilanti delle magare, che la nonna ci raccontava, durante le sere in cui, bam-bini, inventavamo la vita, seduti attorno al braciere.
     I "giovanotti antichi" (scusate l'impro-prietà  del termine, ma è soltanto l'illusione di dare una nota di giovinezza ai nostri anni) sanno benissimo che le
magare erano donne perfide e ingrate.
     Apparivano soltanto di notte, assumendo sembianze strane e imprevedibili.
     Si insinuavano nelle case della povera gente per rubare i bambini e sparivano dis-solvendosi nel nulla dal quale erano arriva-te, seminando terrore nelle famiglie e lasciando una lunghissima scia di paura.
     Sul filo della memoria mi torna in mente una delle tante fiabe che nonna Giuditta, seduta accanto al mio lettino, mi raccontava per farmi addormentare.
     "Quella notte d'inverno," - raccontava la nonna - "quando comare Rosa andò a svegliare comare Teta, sua vicina di casa, per avvertirla che s'era fatta l'ora di andare al fiume, erano circa le tre".
- Cummari Rosina, 'nchjanati 'nu minutu ca mo 'ndi 'ndi jamu. Quant'u 'nci dugn'u latti d'u figghjolu e 'ndi 'ndi jamu viatu. - rispose, comare Teta, all'amica che l'aveva chiamata dalla strada

    "Comare Rosa salì e si accomodò al tavolo della misera cucina, at-tendendo che l'altra finisse di bollire il latte al bambino, che già  da un pez-zo si agitava nella culla. Avvenne che, mentre comare Teta preparava la pappa al marmocchio, le scivolasse dalle mani il ciuccetto del poppatoio,  finendo per terra. Abbassandosi, allora, sotto il tavolo per raccoglierlo, le si presentò uno spettacolo a dir poco orripilante: si accorse, infatti, che le gambe della comare non erano normali come quelle di un comune essere umano, ma erano nere e pelose come quelle dell'asino.

      Non c'era dubbio di sorta: si trattava di una magara che, assumendo le sembianze della comare, si era insinuata dentro la propria casa per rubarle il bambino.

     Ma comare Teta, senza lasciarsi per niente prendere dal panico, immediatamente escogitò un rimedio per uscire indenne dal pericolo che incombeva minaccioso sulla sua vita e su quella del bimbo: sapendo, infatti, che le magare hanno molta paura della luce del giorno, pensò di intavolare un lungo discorso, con la speranza che l'aurora non tardasse molto ad arrivare.

Così pensò e così fece.

- Cummari, prima 'u jam'a hjumara, non vi dispiaciti, ma 'nd'haj'u vi cuntu tutt'i peni d'u linu, chi mi capitar'a mmia stanotti. - fece comare Teta.

- Diciti, cummari, ma nejàtivi ca mamò 'nghjòrnica e â hjumara non trovamu postu.

- 'Mmari Rosa, vu' u sapiti, 'u linu, prima si sìmina.

Po', comu crisci, s'annetta.  

Po' quand'è maturu si scippa.

Po' s'attacca a mazzotteju.

Po' si leva j'â gurna.

Si dass'a mmoju 'n'attu para 'i jorna.

Si caccia d'a gurna. S'asciuca e quand'è bell'asciuttu, c'u manganeju si cumincia a manganijari.

'U linu si faci com'a stuppa.

D'a stuppa si faci 'a mannuzza.

'A mannuzza si fila.

'U filu di 'ndirizza 'u tilaru...

E... tessi... tessi... tessi.

Tessi ca ti tessi! Tessi ca ti tessi...

.......................

.......................

E così via, di seguito, comare Teta intrattenne la magara per un buon paio d'ore; fino a quando, dai vetri della finestra, cominciarono ad infil-trarsi i primi chiarori dell'alba.

      Sorpresa e, quanto mai, impaurita dalla luce del giorno, la magara si alzò di scatto dalla sedia dicendo indignata:

- Ah, cummari, cummari, 'sta vota m'a facìstivu, ma 'a prossima, vi dicu eu quall'ennu i veri peni d'u linu!...

Nemmeno il tempo di finire la frase e già  il suo corpo si era trasfor-mato totalmente, per diventare lungo e sottile come una pertica.

 Piroettando vorticosamente come un tornado e sollevandosi dal pavi-mento, si insinuò, in una fessura della porta e volò via sublimandosi ra-pidamente tra i lumi incerti dell'alba".

 



 

 

 

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