LE MAGARE
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Avevano i capelli lunghissimi e passava-no gran parte del loro
tempo sedute a pet-tinarseli (il fatto ci ricorda la
Loreley
della mitologia nibelungica, che dall'alto della ru-pe prospiciente
Saint Goar, pettinandosi e cantando continuamente, attira-va i
marinai e li uccideva).
Col passare del tempo, a Gioiosa, furono
chiamate
magare
le donne che,
I magari si vantavano di poter cambiare, per mezzo di filtri magici, i sentimenti degli uomini; asserivano di predire il futuro o e-vocare lo spirito dei morti. Ecco perchè ad esse ci si rivolgeva quando tra due persone insorgeva un problema sentimentale o di salute. Infine, per evitare che altri potessero fare la malia a loro, evitavano di buttare per la strada qualcosa che potesse far risalire alla propria persona: ciocche di capelli, pezzetti di stoffa, di unghie, scarpe vecchie, ecc..
UNA STORIA DI "MAGARE
"Comare Rosa salì e si accomodò al tavolo della misera cucina, at-tendendo che l'altra finisse di bollire il latte al bambino, che già da un pez-zo si agitava nella culla. Avvenne che, mentre comare Teta preparava la pappa al marmocchio, le scivolasse dalle mani il ciuccetto del poppatoio, finendo per terra. Abbassandosi, allora, sotto il tavolo per raccoglierlo, le si presentò uno spettacolo a dir poco orripilante: si accorse, infatti, che le gambe della comare non erano normali come quelle di un comune essere umano, ma erano nere e pelose come quelle dell'asino. Non c'era dubbio di sorta: si trattava di una magara che, assumendo le sembianze della comare, si era insinuata dentro la propria casa per rubarle il bambino. Ma comare Teta, senza lasciarsi per niente prendere dal panico, immediatamente escogitò un rimedio per uscire indenne dal pericolo che incombeva minaccioso sulla sua vita e su quella del bimbo: sapendo, infatti, che le magare hanno molta paura della luce del giorno, pensò di intavolare un lungo discorso, con la speranza che l'aurora non tardasse molto ad arrivare. Così pensò e così fece. - Cummari, prima 'u jam'a hjumara, non vi dispiaciti, ma 'nd'haj'u vi cuntu tutt'i peni d'u linu, chi mi capitar'a mmia stanotti. - fece comare Teta. - Diciti, cummari, ma nejàtivi ca mamò 'nghjòrnica e â hjumara non trovamu postu. - 'Mmari Rosa, vu' u sapiti, 'u linu, prima si sìmina. Po', comu crisci, s'annetta. Po' quand'è maturu si scippa. Po' s'attacca a mazzotteju. Po' si leva j'â gurna. Si dass'a mmoju 'n'attu para 'i jorna. Si caccia d'a gurna. S'asciuca e quand'è bell'asciuttu, c'u manganeju si cumincia a manganijari. 'U linu si faci com'a stuppa. D'a stuppa si faci 'a mannuzza. 'A mannuzza si fila. 'U filu di 'ndirizza 'u tilaru... E... tessi... tessi... tessi. Tessi ca ti tessi! Tessi ca ti tessi... ....................... ....................... E così via, di seguito, comare Teta intrattenne la magara per un buon paio d'ore; fino a quando, dai vetri della finestra, cominciarono ad infil-trarsi i primi chiarori dell'alba. Sorpresa e, quanto mai, impaurita dalla luce del giorno, la magara si alzò di scatto dalla sedia dicendo indignata: - Ah, cummari, cummari, 'sta vota m'a facìstivu, ma 'a prossima, vi dicu eu quall'ennu i veri peni d'u linu!... Nemmeno il tempo di finire la frase e già il suo corpo si era trasfor-mato totalmente, per diventare lungo e sottile come una pertica. Piroettando vorticosamente come un tornado e sollevandosi dal pavi-mento, si insinuò, in una fessura della porta e volò via sublimandosi ra-pidamente tra i lumi incerti dell'alba".
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