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IL  RAFFREDDORE
 

Anticamente il raffreddore veniva cu-rato  con semplici inalazioni di vapori d'acqua bollente, in cui venivano im-merse delle foglie di menta.

Altre volte, le foglie di menta veni-vano anche poste sul petto, per favorire la respirazione durante la notte.
  
   In alternativa bolliva
un litro di acqua dentro cui si versavano: una manciata di foglie secche di eucalipto, due scorze d'arancia, un quarto di mela cotogna e due fichi secchi. Dopo cinque minuti di ebollizione, il tutto veniva filtrato e si beveva caldo con l'aggiunta di un cucchiaino di miele.

In alternativa, contro il catarro, si soleva aspirare, per alcuni minuti, i fumi prodotti dalle foglie secche del rosmarino, deposte su una lastra metallica calda.

Altra pianta che veniva usata era 'u pileju (sorta di menta selvatica dalle foglie pelose) che veniva bruciata per respirarne il fumo.

La tosse da bronchite veniva sedata con un decotto a base d'orzo, fichi secchi e radice di milocgha. L'ingestione dosata del preparato favoriva l'espettorazione, leniva la tosse e curava la bronchite.
   Se la tosse non accennava ad andare via, si ricorreva ad un infuso a base di fiori di borragine (vurràjini).

Anticamente, per curare efficacemente il raffreddore, si versavano in acqua alcune foglie di parietaria, alcune foglie d'arancio e un rametto di edera; si portava il tutto in ebollizione e se ne aspiravano i vapori (fumenti).
 

VERRUCHE

   Un vero toccasana per debellare i fastidiosissimi "porri" che generalmente si formano sulla superficie cutanea del corpo, era quello di trattarli con la normalissima salamoia delle melanzane. Altro rimedio era quello di versare sui porri succo di carrube (ferrubi) o l'acqua delle melanzane bollite. 

Altri ancora, usavano versare sulle verruchette cutanee ogghju 'i nivi, unguento preparato con olio d'oliva mescolato alla neve appena caduta.
 

DIFFICOLTA'  RESPIRATORIE

 

 Rimedio infallibile per la difficoltà di respirazione (dovuta a laringiti, bronchiti o fattori allergici) era quello di spremere mezzo limone in un pentolino con acqua e far bollire il tutto assieme a qualche fetta del frutto.
   Respirando i vapori che scaturivano dall'ebollizione e, a seconda della gravità del caso, dopo avere ingerito due-tre cucchiai del preparato, si otteneva un rapido senso di benessere.

Per il catarro bronchiale e l'infiammazione dei bronchi venivano usati i fiori delle violacee. Si preparava uno sciroppo con 100 g di violette fresche, un litro d'acqua bollente, 1.500 g. di zucchero.
Versate le violette nell'acqua bollente, dopo dieci-dodici ore il liquido veniva passato con un colino, spremendo bene i fiori per poter trarre la maggiore quantità possibile di succo.
   Lo sciroppo veniva lasciato nel recipiente per qualche giorno, agi-tandolo almeno tre volte al dì per sciogliere lo zucchero. Poi, dopo essere stato filtrato, servendosi di un comune tovagliolo da cucina, veniva conservato in una bottiglia.
    Un cucchiaio ogni due ore, arrecava sollievo al sofferente.
 

CALCOLI  RENALI
 

   Il decotto di gramigna, lasciato raffreddare all'aperto per tutta la notte e ingerito di buon mattino, oltre a lenire i dolori renali, era anche un ottimo espediente per facilitare l'espulsione dei calcoli.

Per i disturbi renali si usava, invece, un infuso di fiori di fico d'India.
 

PER IL DIABETE
 

Gli antichi gioiosani, per curare il diabete, non conoscendo i rimedi della medicina ufficiale, solevano sciogliere in bocca tre lupini secchi.
   Può sembrare strano, ma dicono che funzionava.

Come pure funzionava l'infuso di foglie d'ulivo, in ragione di 3 grammi in 100 ml di acqua e bevendo due tazzine al giorno (dietro consiglio e controllo del medico curante).


 

MAL DI TESTA
 

Rimedio efficace contro il mal di testa era quello di applicare sulla fronte un panno bagnato nell'aceto oppure una patata tagliata a fette e legata strettamente con un fazzoletto.

Altre volte si ricorreva alla salvia: si metteva sul fuoco un tegamino con un quarto di litro d'acqua e la si porta-va ad ebollizione; si aggiungevano 30 grammi di foglie di salvia e si lasciava il tutto in infusione per cinque minuti circa.
    Dopo averla ben filtrata, veniva zuccherata e bevuta.


 

PARASSITOSI  INTESTINALE
 

Avvolgendo la ruta ben tritata in un panno imbevuto d'acqua e strizzandola ripetutamente, si otteneva un amarissimo sciroppo, di sapore non molto piacevole, che aveva la grande capacità di curare la parassitosi intestinale (i vermi d'i figghjoli).
   A piccole dosi stimola la secrezione gastrica, facilita la digestione, elimina la fermentazione.
   Nel passato è stata impiegata per facilitare la comparsa delle me-struazioni. A dosi elevate provoca, invece, contrazioni uterine e gravi problemi dell'apparato genito-urinario.
    Il decotto come parassiticida cutaneo contro la scabbia e i pidocchi.
    Per uso esterno, serviva a combattere i reumatismi.
 

STOMACO  E  INTESTINO
 

L'infiammazione dell'intestino e dello stomaco si curava con la gramigna e la fumaria, pianta annua, con fiori irregolari e frutto a forma di noce che secerne una sorta di latice contenente l'acido fumarico, usato in farmacopea per le sue proprietà depurative.

   I crampi e i dolori allo stomaco e intestino veni-vano curati con i fiori di arancio essiccati e con la buccia del frutto. Si preparava una tintura con 30 g di scorza d'arancia essiccata (solo la parte gialla) e 100 g di alcool a 80 gradi. Il tutto veniva lasciato in infusione per una quindicina di giorni. Al termine, il liquido veniva filtrato e racchiuso in una bottiglietta munita di tappo a contagocce.

Per combattere i crampi e i dolori allo stomaco o dello intestino, si versavano 30 gocce in una tazzina d'acqua calda e leggermente addolcita con miele.

Per la diarrea, la dissenteria, le infiammazioni dell'apparato digerente e urinario (specie quando compaiono leggeri sanguinamenti) un ottimo rimedio erano le foglie delle more rosse.
   Per uso esterno erano e sono ancora utili per preparare gargarismi e collut-tori per le affezioni del cavo orale, per detergere ferite, piaghe, ulcere e gli arrossamenti cutanei in generale.

Ancora, contro la diarrea e le infiammazioni dell'intestino venivano usato anche le foglie del rovo, in quanto ricche di tannini.

Per favorire la digestione veniva preparato un infuso a base di semi di finocchio selvatico e foglie d'alloro. Volendo si aggiungeva anche qualche goccia di limone.

Il mal di pancia veniva curato ricorrendo ad un infuso ricavato dalla parietaria (erba 'i ventu).

Per i disturbi del fegato e dell'intestino (in genere) venivano curati con infusi di cicoria selvatica o mediante un elisir tonico a base di aloe.
   Per le disfunzioni intestinali l'elisir veniva ingerito nella dose di un cucchiaio - diluito in un bicchiere d'acqua zuccherata -, la mattina, a digiuno.
 

URINARE  -  INTOSSICAZIONE  -  FAR SUDARE
 

La borragine (vurrájini), pianta annua spontanea della famiglia delle Borraginacee, ingerita sotto forma di decotto, facilitava l'andar d'urina e la sudorazione.

Altre volte si preparava una sorta di tintura con le foglie dell'agave immerse nell'alcool da frutta, lasciando le foglie in infusione per qualche giorno. Filtrato e somministrato a cucchiaini in dosi che non dovevano superare mai i 15 grammi al giorno, producevano l'effetto desiderato.

COAGULAZIONE DEL SANGUE

 

Per far coagulare il sangue di una ferita, si usavano quei dischetti bianchi, di sostanza cotonata e assorbente, comunemente detti stagnasangu, che si trovano all'interno delle canne in prossimità dei nodi.
   Altre volte veniva adoperato anche 'u hjuri d'a guda o biodo di palude, diffuso in quasi tutte le zone umide, lungo gli stagni e i fiumi.

 I calzolai, invece, solevano mettere sulla ferita la polvere del cuoio che si otteneva quando questi veniva raschiato con un frammento di vetro, per levigarlo prima di passare la cera finale.
 

EMORROIDI - RAGADI ANALI - LAVANDE VAGINA

 

Per i disturbi dell'emorroidi, sembra strano, ma, come calmante, veniva usata l'ortica, sapientemente preparata e somministrata in dosi adeguate e particolari.

Per uso esterno veniva usata anche la corteccia della quercia.

Altro rimedio contro i disturbi emorroidali e delle ragadi anali veniva offerto dalle foglie del rovo, in quanto ricche di tannini (tale pianta, per uso esterno era soprattutto impiegata, per sciacqui- gar garismi per le gengive molli e sanguinanti e per le irritazioni o il mal di gola).

Le foglie del rovo erano inoltre utili per pre-parare lavande vaginali in caso di perdite bianche e per detergere le stesse zone e quelle intorno agli occhi in caso di prurito e arrossamento.

Una buona cura per chi soffre di emorroidi consiste nel prendere, al mattino, un cucchiaio di olio vergine d'oliva. Una preparazione particolare delle foglie dell'ulivo, inoltre, si rivela molto utile e indicata per i lavaggi esterni.
 

INFIAMMAZIONI  CUTANEE

 

Per curare le infiammazioni cutanee o dei muscoli si usava mas-saggiare le parti malate con una crema a base di albume d'uovo e olio d'oliva.
   I due ingredienti, dopo essere stati "sbattuti" per qualche minuto, as-sumevano la sembianza della moderna maionese.

Per debellare i putìcghini (impetigine o infiammazione della pelle), invece, si ricorreva all'uso di una pianta comunemente detta cipujazza (asfodelo), appartenente alla famiglia delle Gigliacee, comune nei luoghi boscosi.

 L'acetosella ('a cituseja) tritata, garantiva  una rapida guarigione delle piaghe cutanee.

'A risìpula - malattia infettiva e contagiosa, circoscritta a zone localizzate della pelle e delle mucose, caratterizzata da chiazze rosse e da gonfiore -, veniva curata cospargendo la parte infetta con la saliva di una persona digiuna.

FORUNCOLI  DELLA  PELLE


Per guarire i foruncoli della pelle si usava un po' di pane bollito, o limone oppure foglie del sorbo.

Altro modo era quello di tagliare un pomodoro in due, cospargerlo di zucchero e applicarlo sulla parte malata. Il fatto pare abbia origine dall’esperienza fatta da un contadino del luogo, assillato da un brutto foruncolo spuntatogli dietro la nuca, che, ingrossandosi, era diventato purulento e gli aveva causato la febbre.
   Aveva, ormai, perso la speranze di guarire, quando ricordò di aver visto un giorno curare la ferita di una scrofa, mediante un impacco di pomodori selvatici schiacciati. Pensò, allora, di sperimentare la cosa sul proprio corpo: applicò sul foruncolo l'impiastro di pomodo-ri selvatici e si salvò.

Altro rimedio infallibile per curare i forun-coli della pelle (come pure le piccole ferite o le contusioni) era quello di ricorrere all'uso della puntinerva (foto a lato) pianta grassa mediterranea che a Gioiosa veniva raccolta nel greto del torrente Gallizzi.
  
Poggiando una foglia sul foruncolo e fa-sciando la parte malata con  un fazzoletto, nel giro di pochissimi giorni, del foruncolo rimaneva soltanto un ricordo...

   Altro efficacissimo rimedio - a detta di moltissimi anziani gioiosani - era quello di ricorrere all'uso delle foglie di una erba selvatica mediterranea, comunemente detta crizara o, semplicemente, criza (foto a destra), reperibile ovunque, anche nel centro abitato.
   Applicando accuratamente una o più foglie sulla parte dolorante e tenendole a stretto contat-to della pelle per mezzo di un panno morbido, a volte si assisteva a veri miracoli...

Ciò risulta a verità, credetemi!

Quand'ero bambino, tante volte la nonna ha applicato le ruvide foglie della crizara (che lei stessa raccoglieva lungo i cigli delle strada) sulle mie esili spalle, eternamente infestate da grossi foruncoli, antipatici e doloranti.

USTIONI

 

Le ustioni erano curate spalmando un po' d'olio d'oliva sulla parte bruciata oppure usando la polvere delle fave essiccate al sole o al forno.

DISTORSIONI

 

Oltre al consueto metodo di strofinare la parte dolorante con olio caldo, un rimedio efficace era quello di preparare un impacco con farina e bianco d'uovo.

Molte volte si usavano anche gli impacchi di bianco d'uovo e stoppa, che si applicavano sulla parte interessata fasciandola ben bene con un fazzoletto.

PER I CAPELLI

 

Per debellare la fastidiosa forfora cutanea, gli antichi, dopo essersi lavati la testa col sapone che loro stessi facevano in casa (con i residui dell'olio e dello strutto di maiale), usavano frizionare ben bene il cuoio ca-pelluto con abbondante succo di bergamotto, la cui pianta era tipica della zona reggina.

Per rinforzare i capelli, invece, venivano fatte delle frizioni con un infuso di ortica, sapientemen-te preparato con metodi che si basavano sulla sola esperienza.


PER I DENTI

 

Per calmare il mal di denti ottimi risultavano gli sciacqui con acqua di lattuga bollita e origano, che si poggiava per un po' sulla parte dolorante.

In alcuni casi si ricorreva all'uso della la polvere ricavata dalle foglie essiccate di salvia selvatica.

Altre volte venivano masticate le foglie di lentisco (stincu). Non a caso dal lentisco viene ricavata una resina usata un tempo per la preparazione di mastici dentari.

Altro rimedio infallibile era quello che riguardava la preparazione dell'estratto di strihjìa (pianta selvatica mediterranea). Avvolgendo, la pianta ben tritata, in un panno imbevuto d'acqua, la si strizzava ripetutamente fino ad ottenere uno sciroppo particolare. Ingerendo il preparato i dolori molari venivano allontanati... almeno per un po'.

L'erba comunemente detta rizatà - amara più del veleno - veniva, invece, usata per agevolare la caduta dei molari, i cui dolori a volte tormentavano le persone. Bastava solo inserire tra il molare a la gengiva un pezzettino del suo stelo e, dopo due-tre giorni, il molare non c'era più...

 

EMORRAGIE INTERNE

 

 Le emorragie interne venivano curate col fiore dell'ortica.
   Tritando e avvolgendo le cime della pianta in un panno imbevuto d'acqua, si strizzavano ripetutamente fino ad ottenere uno sciroppo piuttosto amaro.
    L'ingestione, a dosi, del preparato garantiva l'arresto dell'emorragia.

DISFUNZIONI DELLA PROSTATA

 

Un rimedio miracoloso per tutti quei problemi urinari, molte volte legati a disfunzioni della prostata, era quello d'ingerire un particolare decotto a base di vurrájni (erba selvatica stagionale dell'area me-diterranea).
 
LA PLEURITE
 

Rimedio rudimentale, ma infallibile per i dolori causati dalla pleurite, era 'u mingiuleju: un moneta metallica, avvolta e legata a, mo' di caramella, in un quadratino di stoffa, veniva poggiata sulla parte dolorante delle spalle o del petto.
   Dopo avere acceso il ciuffo di stoffa sovrastante il mingiuleju, il piccolo falò veniva coperto ermeticamente con un bicchiere capovolto.
   Si formava, così, una vera e propria ventosa, dentro cui, la zona dolorante, risucchiata dal ca-lore,  gonfiava inverosimilmente fino ad occupare l'intera concavità del bicchiere e trasudava a vista d'occhio.
   Dopo tre o quattro applicazioni, a seconda della gravità del caso, si poteva constatare, per la gioia dell'ammalato, che il dolore miracolo-samente si addormentava.
 

PER LA MALARIA

 

Ingerire di buon mattino un decotto di centarba, dopo averlo lasciato raffreddare all'aperto per tutta la notte, costituiva un ottimo rimedio per la cura della malaria.

STITICHEZZA

 

La stitichezza, una volta, veniva combattuta con la culupreja, pian-ta cespugliosa appartenente alla famiglia delle euforbiacee, dalla peculiare azione purgativa.
  Se la pianta veniva, infatti, raccolta praticando un taglio obliquo verso l'alto, procurava il vomito; se, invece, veniva raccolta per mezzo di un taglio obliquo verso il basso, provocava un'incontenibile diarrea.
  In tutti e due i casi, per fortuna, il malessere aveva breve durata e non c'era molto da preoccuparsi, salvo che non si abbondava nella dose.

L'Agenzia Europea del Farmaco ha approvato l'uso dei fiori di lino nel trattamento della stitichezza cronica. Basta soltanto bere un infuso con 5 -10 grammi di fiori e il problema è risolto (attenzione, però, se si soffre di colite e malattie croniche intestinali! Si potrebbero avere effetti collaterali).

L'ITTERIZIA

 

Per capire se un ammalato aveva l'itterizia bastava solamente misurare il corpo della persona.
   L'itterico o presunto tale, veniva disteso per terra, supino, a piedi uniti e braccia aperte. Con un filo di spago veniva misurata sia l'altezza del corpo (dai talloni al capo) che la lunghezza delle braccia (distanza tra le dita medie delle mani). Se queste due misure non erano uguali, la persona era affetto da itterizia.
    Per curare la malattia, si prendeva l'ammalato per mano, lo si por-tava al fiume più vicino e lo si faceva inginocchiare sul greto con la faccia rivolta verso il sole, stringendo tra le mani un oggetto d'oro e uno d'argento. Tenendo stretti i due oggetti, l'ammalato doveva immergere immergere le mani nell'acqua.
    A questo punto, il "medico guaritore" (si fa per dire) poneva le sue mani sulla testa dell'itterico e cominciava a pricantari la malattia, ricorrendo a una serie di orazioni che venivano recitate a mo' di dialogo tra i due:

              Guaritore: Chi teni, tu 'nt'ê mani?
                 Ammalato: Tegnu oru, argentu e acqua.
                 Guaritore: Chistu mali pemmu hjacca!

 Se entro tre giorni l'ammalato non guariva, bisognava ripetere il tutto per altri nove giorni.

ASCESSO GLUTEO

 

Per curare l'ascesso gluteo (quandu cogghjía 'a puntura, tanto per capirci), si usava preparare un impasto ben lavorato di scaglie di sapone fatto in casa e zucchero.
   Dopo aver coperto la natica dolorante con un panno di lino, su di essa veniva applicato l'impasto e..., ripetendo l'operazione per due-tre volte al giorno, suppurazione e dolore avevano le ore contate.

FUOCO DI SANT'ANTONIO
 
Alla consueta e tradizionale cura che si basava sull'uso del grasso di maiale non salato, il fuoco di S. Antonio veniva curato con patate bollite ben tritate, racchiuse in un panno e poggiate, ancora calde, sulla parte malata.

ALLERGIE DELLA PELLE

 

Un bagno in acqua e canigghja (crusca), per gli antichi gioiosani, aveva la capacigà di curare, con successo, buona parte delle allergie della pelle.
 

L'OLIVO

 

Come si sa, l'olio di oliva è un leggero ma efficace lassativo.
   Una buona cura per chi soffre di emorroidi consiste nel prendere, al mattino, un cucchiaio di olio vergine.
   L
o stesso olio è emolliente per uso esterno ed è un antidoto agli avvelenamenti da sostanza irritanti l'intestino.

  Le foglie dell'olivo godono della proprietà di essere febbrifughe, astringenti e leggermente an-tisettiche. Senza considerare che hanno anche una azione ipoglicemizzante e una ipotensiva, che ab-bassa la pressione massima e tende ad equilibrare la minima entro i limiti fisiologici (naturalmente va tutto fatto sotto controllo medico).
  
  
Per uso esterno le foglie favoriscono la cica-trizzazione, proteggono e tonificano i vasi capilla-ri, leniscono le morroidi infiammate.

USO INTERNO: le foglie vengono impiegate contro l'ipertensione sotto forma d'infuso (3 grammi in 100 ml di acqua; due tazzine al giorno).

USO ESTERNO: le foglie servono come disinfettante, per lavare le piaghe, le ferite e come sollievo per le emorroidi.

 

ORTICA

 

 Prima di tutto è bene sapere che, al contrario di come si potrebbe pensare, una breve cottura della pianta neutralizza l'effetto urticante delle foglie, rendendole innocue e ottime per curare le enteriti acute e croniche, per le enteriti catarrali e le diarree.

  
Altre proprietà delle foglie e del fusto sono quelle diuretiche e depurative, in quanto favoriscono l'eli-minazione di cloruri, acidi urici e colesterolo e ven-gono sfruttate nella gotta, nel reumatismo, nella artrite, nella renella e nell'acne.

 Anticamente, per combattere le emorragie na-sali (epistassi):
    - si pestavano,
in un mortaio foglie e steli d'ortica in abbondanza;
    - s'i
nzuppavano dei piccoli batuffoli di cotone nel liquido ottenuto e s'infiltravano nelle narici e... il rimedio era assicurato.
 

IL FINOCCHIO

 

Il finocchio, oltre ad essere una buona pianta commestibile, anti-camente veniva impiegata per combattere:

- l'alitosi: si preparava un decotto di semi di finocchio in acqua; la si faceva intiepidire, si filtrava e se ne beveva una tazza da caffè alcune volte al giorno;

- disturbi digestivi: si preparava un infuso di semi in acqua; la si la-sciava riposare per alcuni minuti, si filtrava, si zuccherava e si beveva una tazza;

- ascessi: veniva preparato un cataplasma con foglie bollite in poca acqua e si appoggiava sulla parte dolorante.

CICORIA

 

La pianta, ancor oggi, oltre a rivelarsi commestibile, si rivela molto utile per curare:

- le intossicazioni in genere: basta pre-parare un decotto di foglie, preferibilmente assieme alle radici, filtrare accuratamente e bere tiepido;

- cistite: si prepara un decotto di radici di cicoria con l'aggiunta di gramigna, orzo ed erba parietaria; si filtra e si beve;

- carenza di ferro: si lessano le foglie in acqua, si scolano, si fanno raffreddare e si mangiano condite con olio e sale.

L'AGLIO

 

Le proprietà tipiche dell'aglio sono due: quella ipotensiva (in quanto giova agli individui che soffrono di alta pressione sanguigna) e quella disinfettante intestinale perchè svolge un'azione battericida a livello d'infezioni intestinali.
  Altra proprietà è quella di essere
stimolante della secrezione biliare.

Contro la pressione alta veniva preparato un infuso di 30 gr. d'aglio tritato in 100 gr. di alcool puro. Bastava ingerire trenta gocce la mattina, in mezzo bicchiere d'acqua.
 

Altro rimedio per la pressione alta era quello di bere, mattina e sera, un infuso di foglie d'olivo. Ottimo anche per l'apparato respiratorio, in quanto agisce come espettorante ed antisettico.

 Altra proprietà dell'aglio è quella di costituire un ottimo rimedio contro i principali disturbi dei fumatori cronici (attacchi catarrali, disturbi nervosi, ecc.).

L'aglio crudo, assieme alla menta e ai lupini bolliti, veniva usato contro la parassitosi intestinale (i vermi d'i figghjoli).

Contro le punture d'ape, bastava premere fortemente una moneta metallica sulla parte dolorante e poi applicare uno spicchio d'aglio tritato.

Per il mal d'orecchie bastava introdurre nel condotto uditivo, un piccolo batuffolo di cotone imbevuto d'aglio crudo e cipolla cotta.

IL BASILICO

 

Questa, pianta, molto sfruttata nella cucina calabrese, oltre alle note caratteristiche aromatiche, possiede molte proprietà, specialmente per quanto riguar-da la digestione, in quanto riesce a stimo-lare i processi digestivi.
   La pianta, molto spesso, viene usata per attenuare i crampi allo stomaco ed anche come aroma nell'ambito della produzione dei liquori.
   L'acqua distillata del basilico e' un ottimo tonico analcolico.
 
L'ORIGANO

 

Un infuso di sommità fiorite essiccate (un cucchiaino in una tazza d’acqua bollente, filtrandola dopo 10 minuti) è utile dopo pranzo per favorire la digestione, soprattutto per le persone che soffrono di dilatazione di stomaco, ma giova anche ai sofferenti di nefrite, agli ammalati di cistite, e nella fase acuta del raffreddore.
  
Per uso esterno lo stesso infuso può essere usato come gargarismi contro il mal di gola e per bagni caldi che alleviano il dolore ai reni e al ventre, e favoriscono il sonno dei nervosi e dei sofferenti di emicranie e di crisi d'angoscia.

Per calmare il mal di denti ottimi risultavano gli sciacqui con acqua di lattuga bollita e origano, che si poggiava per un po' sulla parte dolorante.
 

LA VITE

 

Come si sa, a gocce, l'aceto fa cessare il singhiozzo, il suo odore intenso stimola i centri nervosi e favorisce la ripresa di chi ha perso conoscenza.

Le foglie di una varietà della vite, quella rossa, hanno proprietà antiinfiammatorie e protettrici dei capillari sanguigni utili per talune affezioni venose (per varici, emorroidi, eritrosi, geloni) e per le turbe della menopausa.
 

USO INTERNO: le foglie vengono usate per combattere i disturbi circolatori.

USO ESTERNO: le foglie sono un ottimo rimedio contro i geloni e i vasi superficiali dilatati.

AVVERTENZA: Prima di cogliere le foglie di Vite occorre ac-certarsi che non abiano subito alcun trattamento con prodotti chimici.
 

NOCE

 

I frutti e le foglie di noce essiccate hanno straordinarie proprietà terapeutiche; anticamente, infatti, venivano usati contro l'itterizia e la digestione difficile.
   In particolare, le foglie hanno propietà amaro-toniche e digestive e si usano anche nel trattamen-to delle gastroenteriti catarrali e delle artriti uriche.
    Il mallo è usato in cosmetica per la preparazione di prodotti abbronzanti e per alcune tinture dei capelli.
    Con il frutto acerbo si prepara un liquore digesti-vi, il nocino.

PER USO INTERNO, le foglie si usano come digestivo e depurativo sotto forma di decotto (1 grammo in 100 ml di acqua. Una tazzina o una tazza dopo i pasti).

PER USO ESTERNO, le foglie si usano per curare la pelle e le mucose arrossate, sotto forma di decotto (5 grammi in 100 ml di acqua. Fare sciacqui, gargarismi, applicare sulle parti.

Per tingere i capelli: preparare un decotto con 20 grammi di mallo in 100 ml di acqua e aggiungere 30 circa grammi di alcool puro; passare sui i capelli dopo lo shampoo.
 

ABETE ROSSO

 

 Tale pianta ha le capacità di alleviare i disturbi connessi alle affezioni polmonari.
   È efficace anche come leggero disinfettante delle vie urinarie.
  

 USO INTERNO:
- le gemme sono indicate per i disturbi dell'apparato respiratorio (2 grammi di decotto in 100 ml di acqua; bere una tazza due volte al giorno);
- i rametti e le foglie: sono indicati per i disturbi delle vie urinarie e per i reumatismi (2 grammi di decotto in 100 ml di acqua; una tazzina due volte al giorno).
    USO ESTERNO: le gemme, i rametti e le foglie sono indicati per attivare la circolazione cutanea, disinfettare e deodorare (5 grammi di decotto in 100 ml di acqua: applicare sulla cute per 15 minuti con un panno morbido imbevuto di decotto.

 PER USO COSMETICO: una manciata di gemme o rametti, av-volti in un panno morbido ed infusi nell'acqua, permettono di ottenere un bagno balsamico e deodorante, utilissimo dopo una intensa giornata sportiva.
 

Sottoporsi, comunque, ai consigli e controlli del medico curante.
 

ROSMARINO

 

Le foglie essiccate e ridotte in pol-vere, offrono un rimedio consigliato ai sofferenti di fegato (un cucchiaio di polvere prima dei pasti, ingerito con un po' di liquido).
   L'infuso (3 cime di rametti freschi, o un piccolo pugno di foglie secche in un litro di acqua bollente, filtrandolo dopo 20 minuti) è un buon calmante del sistema nervoso, concilia il sonno delle persone insonni per stanchezza, calma gli spasmi, le pal-pitazioni, i crampi , la tosse e il vomito.
     
Bevuto prima dei pasti stimola l'appetito.
   Anticamente le foglie del rosmarino venivano adoperate come ottimo diuretico, disinfettare le ferite, curare esaurimenti fisici, per l'idropsia e per le digestioni difficili.
     Infine, il rosmarino veniva usato contro il catarro: aspirando per alcuni minuti i fumi prodotti dalle foglie secche deposte su una piastra metallica calda, il catarro si ammorbidiva.
 
GRANTURCO

 

Il granturco, dotato di proprietà diuretiche, è sfruttato nei casi di ritenzione idrica (gonfiori alle gambe, causati da insufficienza cardiaca, da idropisia o da lesioni); per tale motivo esso favorisce l'eliminazione delle tossine che ristagnano nell'organismo, tipiche della gotta, dell'artrite e dei reumatismi.

E' utile, inoltre, nell'attenuazione del dolore pro-vocato da cistiti in genere.

USO ESTERNO: gli stili della pianta vengono utilizzati come antinfiammatori e cicartizzanti.

USO INTERNO: gli stili vengono usati come diuretico sotto forma d'infuso (2 grammi in 100 ml d'acqua due o tre tazzine al giorno).
 

IL LINO

 

La pianta del lino veniva generalmente usata nell'ambiente dome-stico per guarire molte affezioni.
   Per uso esterno i decotti di semi di Lino si rivelavano utili per le dermatosi, i pruriti della pelle e le scottature.
    L'impiego più diffuso dei semi di Lino era però, quello sotto forma di catapla-smi risolventi ed emollienti nelle tossi catarrali, in quanto facilitano l'espettora-zione.

USO INTERNO: ancor oggi i semi rappresentano un buon regolatore dello intestino.

USO ESTERNO: trova impiego nelle infiammazioni della pelle, nelle scotta-ture e nei pruriti.

Decotto: per le bronchiti e i dolori di petto versare 2 grammi di lino in 100 ml di acqua; fare gargarismi, sciacqui e lavaggi.
    Cataplasma
: Far cuocere per qualche minuto 60 grammi di farina fresca di lino in un quarto di litro di acqua fino a ottenere una sorta di polenta densa ed applicare sul petto a più riprese.

L'Agenzia Europea del Farmaco ha approvato l'uso dei fiori di lino nel trattamento della stitichezza cronica. Basta soltanto bere un infuso con 5 - 10 grammi di fiori e il problema è risolto (attenzione, però, se si soffre di colite e malattie croniche intestinali! Si potrebbero avere effetti collaterali).

Anticamente, per curare la polmonite si ricorreva ai cataplasmi di linusa: i semi del lino venivano, infranti con una pietra e l'impiastro ottenuto veniva applicato ben caldo sulle spalle.

Per gli ascessi molari si usavano gli impacchi di linusa. Dopo avere bollito i fiori del lino, avvolti in un panno bianco, ancora caldi, veni-vano poggiati sulla parte gonfia del viso, sotto cui covava l'ascesso.

L'ALLORO

 

Per alleviare il mal di pancia, oltre alla camomilla comunemente usata, si ricorreva alla corteccia di quercia bollita in acqua e aggiungendo, a piacere, limone o alloro.

Digestioni difficili: preparare una tisana facendo bollire otto foglie d'alloro e due scorzette di limone per circa cinque minuti. Non appena diventa tiepida filtrare, aggiungere zucchero e bere un bicchiere.

Tosse: bollire alcune foglie d'al-loro in acqua e aggiungere qualche foglia di menta ed eucalipto; filtra-re e bere la tisana ben calda prima di coricarsi.

Sudore ai piedi: preparare un decotto con le bacche dell'alloro e quand'è tiepido, immergervi i piedi.

Reumatismi e contusioni: versare alcune bacche secche in un vasetto d'olio e frizionare sulla parte interessata.
 

LA NIPITELLA
 
 
     Erba perenne aromatica, generalmente usata in cucina, la cui fragranza è da paragonarsi a quella della menta (per questo è anche detta mentuccia.
      
        Il suo nome ha il significato di "scorpione" ed  è questo il motivo per cui anticamente veniva usata per curare il morso dello scorpione.

   Ma è da considerarsi pure un ottimo coadiu-vante della digestione.

 

LA QUERCIA

 

Le foglie di quercia, essendo astringenti, venivano utilizzare per preparare un vino medicinale.
   Ad ogni modo, la parte più usata della quercia era la corteccia che veniva utilizzata per curare le emorragie e gli avvelenamenti.
   Oggi i decotti di corteccia costituiscono un ottimo rimedio per la diarrea.
  Per uso esterno la corteccia mitiga le infiamma-zioni del cavo orale, della gola e delle emorroidi.    E' usata anche per rassodare le gengive e per attenuare l'eccessiva sudorazione dei piedi e del-le ascelle.
   Altra capacità della corteccia è quella di pulire il cuoio capelluto grasso e con eccessiva forfora.
 
CAPACITA' DELLE PIANTE

 

MENTA: veniva usata come tonico, calmante, digestivo e rin-frescante.

EUCALIPTO: sotto forma di tinture ed elisir veniva curata l'asma, le affezioni bronchiali, le difficoltà di digestione e la febbre persistente.

CANNELLA: aggiunta a elisir, tinture e vini combatteva l'influenza, l'anemia, la debolezza, l'atonia gastrica e la cattiva digestione.

LA CIPOLLA: per uso esterno esplicava una valida azione anti-settica e stimola la circolazione periferica. Il succo è utile per neutralizzare le punture di insetti e ragni.
 

E... ANCORA

 

GENGIVITE: veniva curata ricorrendo a sciacqui con un decotto di malva.

GELONI: per curare i geloni (rósula) si ricorreva ad un pediluvio in una bacinella d'acqua, dentro la quale si facevano bollire delle foglie di ortica.

MAL DI GOLA: per curare il mal di gola venivano fatti dei gargarismi con un infuso d'acqua, sale e limone oppure aceto e salvia Altro rimedio era quello di ricorre a gargarismi preparati con le foglie delle more rosse.

FAR RITORNARE LA VOCE: secondo un'antica ricetta gioiosana, basterebbero tre pere bollite con l'aggiunta di 50 g. di miele.

CREMA DI BELLEZZA: sembrerà strano, ma la polpa del cetriolo, anticamente era usata dalla donne come crema di bellezza.

PER FAR DORMIRE I BAMBINI: per far dormire i bambini si faceva loro succhiare 'u paparuni, sorta di ciuccetto improvvisato con un lembo di tela di lino dentro cui venivano inseriti dei semi di papavero.

REUMATISMI: molto spesso si usava un impiastro d'ardica ma-sculina (ortica) bollita.

CALLI E OCCHI DI PERNICE: per questi disturbi, bastava ap-plicare una sottile fetta di limone sul punto dolente; poi veniva fascia-ta con un panno e lasciata per tutta la notte. Ripetendo l'operazione per diverse notti: alla fine i calli e gli occhi di pernice scomparivano totalmente.
 

E PER GLI ANIMALI?

 

HJIMA (persistente e abbondante diarrea a spruzzo che colpisce gli equini e i bovini): un rimedio efficace contro tale malanno consisteva nel far mangiare all'animale le foglie del sorbo o la corteccia della quercia.

AFTA EPIZOOTICA: infezione contagiosissima del bestiame bovino, ovino e suino, caratterizzata dalla formazione di vescicole tipi-che sulla mucosa della bocca; solo eccezionalmente può trasmettersi al cavallo e anche all'uomo. In effetti, però, la malattia dapprima colpiva le unghie degli animali, spaccandole fino a provocare la fuoriuscita del sangue; le bestie leccandosi la parte infetta con la lingua, ne rimanevano contagiati, giacchè il male attaccava la mucosa della bocca.
   Anticamente la malattia veniva curata con l'acqua salata del mare.
 

 



Mail:   tiziano.rossi@libero.it           -             Pagina del sito:    www.lagrandegioiosa.it

COME SI CURAVANO I GIOIOSANI
 

Nei tempi passati i nostri antenati per prevenire le malattie o curarle, spesse volte ricorrevano all’uso di alcuni prodotti vegetali che la natura, con l’alternarsi delle stagioni, metteva continuamente a loro disposizione.

Si trattava, comunque, di medicine “povere” ma genuine, che i contadini preparavano e usavano sotto forma di tisane, decotti, infusi, ecc..

Erano proprio i contadini, infatti, che, vivendo continuamente a contatto con la natura, avevano modo di osservare il rapporto intercorrente tra piante ed animali.

Non a caso, ad esempio, i gatti, quando hanno difficoltà digestive, ricorrono a delle erbe che provocano il vomito. Non ci si deve, quindi, stupire se la gente del luogo racconta di un pastore che un giorno vide una delle sue pecore, ferita ad una gamba, strofinare la piaga contro un cespuglio d'erba i ventu (parietaria).

Insospettito del fatto, il pastore raccolse subito qualche rametto della piantina e, dopo averla pestata accuratamente con una pietra, la applicò, sotto forma d'impiastro, sulla ferita dell'animale che, in brevissimo tempo guarì. 

Ciò stava a significare che la comune erba selvatica poteva essere benissimo impiegata per curare le ferite infette.

In questa sede proponiamo ai lettori interessati, una serie di modi che nel passato hanno curato (il più delle volte con successo) acciacchi e malanni dei nostri antenati. 

Fermo restando che la presente pagina è pubblicata a solo scopo infor-mativo e non scientifico, lo scrivente non si assume responsabilità alcuna per eventuali danni fisici derivanti dal cattivo uso o abuso di quanto appresso riportato.
    Eccovi, dunque, il
piccolo elenco dei rudimentali ma efficaci toccasana made in Gioiosa.