SUPERSTIZIONE  E  MALOCCHIO


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     In questo mondo di contrasti e di cose che nascono e muoiono velocemente, permangono ancora radicati nelle tradizioni popolari, superstizioni, riti e credenze che la moderna civiltà non è riuscita a sradicare.

    Magia e malocchio, amuleti e scongiuri, formule e strani intrugli, tarocchi e fatture, fanno parte integrante del particolare modo di vivere di un paese che attribuiva un segno premonitore ad ogni fenomeno ambientale, sia pure insignificante: un rumore insolito, il canto della civetta, la caduta dell'olio, la rottura di uno specchio (che arrecava sette anni di dispiaceri), erano di cattivo auspicio.

Di buon auspicio erano, invece, la caduta del vino e del sale.

    Martedì e venerdì erano ritenuti giorni funesti e quindi evitati per viaggi e matrimoni. 

    Eloquenti sono i proverbi:   

 

’I vènnari e di marti non si spusa e non si parti

 

Cu’ arridi ‘i vènnari, ciang’i sabatu".

 

    Per i gioiosani di una volta favorevoli erano i numeri dispari (ad esempio, se venivano regalati dei fiori questi erano sempre dispari).

 

Fortunato era il numero 3, perché richiamava la SS. Trinità. la SS. Trinità.

 

    Il 17 portava disgrazia e al 13 si attribuivano effetti a volte malefici (essere in tredici a tavola portava sfortuna) e a volte benefici (il 13 veniva usato come amuleto e tredici erano i piatti, che si mettevano sulla tavola per il cenone della vigilia di Natale).

 

    Di cattivo augurio per le nozze erano i mesi di novembre perché dedicato ai morti e di maggio perché era il mese degli asini.

 

    Portava male regalare aghi o fazzoletti come pure di segno infausto era aprire l'ombrello in casa o appoggiare il cappello sul letto.

 

    Il tremolio dell'occhio destro era segno di notizia in arrivo. Il prurito all'orecchio era segno che qualcuno parlava male.

Se prudeva la mano destra voleva significare che entravano soldi; se prudeva la mano sinistra uscivano.

 

    Durante l’uccisione del maiale, non doveva essere presente una persona emotiva, altrimenti non veniva fuori il sangue. Alla donna in ciclo mestruale non era concesso toccare la carne del maiale ucciso perché si pensava che il salame si guastasse.

 

    Per non esser punzecchiati dalle zanzare, il 1° maggio si mangiavano fichi secchi.

 

   A tavola il pane veniva messo con la faccia superiore rivolta verso l'altò, in quanto si credeva fosse la faccia del Signore.

 

    Chi mostrava col dito le stelle, su quel dito gli sarebbero spuntati i porri.

 

    Alla donna incinta non veniva negato nulla, poichè un desiderio non soddisfatto poteva causare l’aborto oppure il neonato poteva riportare sul corpo il segno della voglia materna. A chi gliela negava, sarebbe spuntato un orzaiolo.

       Portava male regalare spille o fazzoletti e chi li riceveva veniva punto ad un dito.

 

    Inoltre, se la donna incinta incontrava una persona con difetti fisici, doveva girarsi da un'altra parte, per paura che il bambino potesse nascere con le stesse menomazioni.

 

    La una persona bizzarra o dagli atteggiamenti strani si pensava che non era stata battezzata bene (nci mancanu palori o’ Vattìsimu).

 

    Di segno infausto anche aprire l'ombrello in casa, appoggiare il cappello sul letto.

 

    Il tremolio dell'occhio destro era segno di sollecita notizia, diversamente quello dell'occhio sinistro.

 

    Un prurito all'orecchio destro era segno che qualcuno parlava male.

 

   Quando prudeva la mano destra entravano soldi, la mano sinistra uscivano.

 

    Quando si uccideva il maiale, non doveva essere presente una persona emotiva, altrimenti non veniva fuori il sangue. Alla donna in ciclo mestruale era interdetto maneggiare la carne di maiale, nella convinzione che il salame si guastasse.

 

    Per non esser punzecchiati dalle zanzare, il 1° maggio si mangiavano fichi secchi.

 

    Il pane sulla tavola si metteva con la faccia superiore rivolta verso l'altò, perché si credeva fosse quella della Madonna o dell'Angelo Custode.

 

    Di cattivo auspicio era ritenuto l'anno bisestile.

 

   Di cattivo augurio era pure il gatto nero, se attraversava la strada davanti a una persona.

 

    I serpenti neri si pensava fossero le anime dei propri defunti e quindi non conveniva ucciderli; quelli bianchi, ghiottissimi di latte, erano ritenuti pericolosi per i bambini in quanto col loro fiuto avvertivano la presenza di un lattante, s’introducevano in casa e s’insinuavano nella sua bocca del piccolo per succhiare il latte da poco poppato. E’ questo il motivo per cui si credeva che i nati il 25 gennaio, giorno di S. Paolo, fossero immuni dal morso dei serpenti.

 

 

 

MALOCCHIO 

 

 

    Per quanto attiene al malocchio, era credenza popolare che esso si tra-smettesse tra le persone, volontariamente o involontariamente. 
 

    Anche un proprio familiare poteva provocarlo e, quando ci si lasciava trasportare da un sentimento di ammirazione, per scongiurare il pericolo del malocchio, molto spesso si diceva Foramalocchju!  (fuori il malocchio)

    Nella persona “adocchiata” il malocchio si presentava con un senso di malore generale, sbadigli e torpore agli arti.

    Chi si riteneva “adocchiato”, generalmente si rivolgeva alle donne dotate di particolari virtù: ‘a ‘sciumicatrici.

    Questa, in una tazzina da caffè, versava tre gocce 'di olio: se esse, dilagando, si allargavano, voleva dire che il soggetto era colpito da malocchio.

    Altre volte 'a 'sciumicatrici, metteva in un piatto un po' d'acqua e un pizzico di sale. Al che, dopo aver fatto tre volte il segno della Croce e recitate tre Ave Maria e tre Pater Noster, faceva cadere tre gocce di olio nel piatto, pronunciando alcune parole magiche di rito. Tale operazione si ripeteva per tre volte; se le gocce non si riunivano, lo stesso procedimento si eseguiva il giorno dopo.

     Durante l’operazione di scongiuro ‘a ‘sciumicatrici faceva degli sbadigli che, a seconda della loro intensità, si stabiliva l’intensità del malocchio.

 

     I più esposti al malocchio erano i bambini che le mamme cercavano di na-sconderli dagli sguardi indiscreti e sospetti.

     Per tenere lontano il pericolo del malocchio, si ricorreva agli scongiuri: si facevano, in genere, con le dita le coma oppure si usava toccare.

    Molte volte si usava appendere al collo un amuleto che consisteva in un sacchettino di stoffa contenente sale, incenso, foglie d'ulivo e palma benedetta.

     Per tenere lontano il malocchio, sulla porta di casa veniva appeso un ferro di cavallo o un paio di corna. Come pure, al portachiavi, veniva appesa una manina, che faceva le corna, il numero tredici, un cornetto, ecc.. 

 

 

 

 

SCONGIURI

 

 

    Gli scongiuri nascono spontaneamente in seguito e in contrapposizione ê jestimi rifilateci da qualche figlio di buona mamma..., come in genere si dice in pretto vernacolo, volendo alludere ai gioiosani di razza.

    Come fa un gioiosano puro sangue a sconfiggere il malaugurio?   Nulla di particolare: bastano una dozzina di corna appesi al muro della propria casa, un pezzo di ferro in tasca, qualche bustina di sale annodata al fazzoletto e una visitina a qualche "medium" locale per farsi togliere il malocchio.

   Il più delle volte, però, il gioiosano più mite e meno impressionabile se la cava sfoderando dal proprio dizionario privato, scongiuri del calibro e del tipo di quelli appresso riportati:

   

- Arrassusìa!

- Gesu! Gesu!                 (Nota la mancanza d'accento)

- Gesu, 'm'e cca Maria!

- Mara Vergini mia!

- Arrassu centu migghja!

- Manch'i petri d'a via!

- Ddi'u ndi lìbara!

- Ddi'u ndi scanza!

- Mancu d'u cchjù ppeju nimicu!

- Liberandi 's Domini!

- Manch'i cani!

- Fora 'i nu' e di tutti!

- Fora 'i cca!

- Fora gabbu!

- Fora maravigghja!

- Non gabbu e no' meravigghja!

- No' corna e no' ferru!

- Parima'! Parima'!

- Parima' Ddìu!

- Nommu nci capit'a nuju!

- Fazzu corna e toccu ferru.

- Fora d'u culu mèu, aundi pigghja pigghja.

 

 Molte volte, assaliti dalla rabbia o dalla paura, si risponde con un detto, del tipo:

 

                          I jestimi su' com'a canigghja:

                              cu' i manda s'i pigghja.

 

 O anche:

  I jestìmi su' d'arangu:
cu' i manda jetta sangu!

 

 E, ancora:

 

   'U gabbu cogghji sup'o labbru.

 

Come pure:

Ferrazza, ferrazza,

cu' i manda s'i brazza.

   

 Infine:

 

'U gabbu 'ncappa e la jestima cogghji.
 

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